EDWIN OLIVER JAMES.
...
.
...
GLI EROI DEL MITO.
...
.
...
Parte 2.
...
.
...
Traduzione di Orazio Nicotra.
1989. Il Saggiatore, MILANO.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Capitolo sesto.
...
.
...
Il culto dei morti.
...
.
...
La stretta associazione del dramma stagionale con la morte e la resurrezione a una nuova vita
oltre la tomba dimostra quanto fosse intima la relazione esistente tra il desiderio di vita in questo e
nell'altro mondo. Vecchia quasi quanto l'uomo  evidentemente l'estensione del processo di rinascita e
di rigenerazione agli esseri umani al termine della loro carriera mortale, poich, come si  visto, i
reperti archeologici testimoniano dell'esistenza di pratiche funebri che fanno pensare che un culto dei
morti venisse gi osservato all'inizio dell'antica et della pietra.
Considerando nel loro insieme tutte le documentazioni, sembra che il mistero della morte
suscitasse un complesso di sentimenti profondi di timore, di rispetto e di venerazione che rendeva tab
non soltanto il corpo del defunto ma anche tutti coloro che con esso erano in intima relazione. Poich la
dissoluzione della carne non era il termine ultimo dell'esistenza, si doveva tentare tutto per promuovere
e facilitare il rinnovamento della vita, dovunque e comunque potesse essere vissuta nell'aldil.
Indubbiamente un vago concetto di tutto ci doveva gi esistere prima del sorgere della civilt
nell'Arco Fertile e in tutto il Vicino Oriente, dove a partire dal Neolitico e dal Calcolitico il rituale
funebre divenne una caratteristica predominante. Ci fu ancor pi evidente nell'antico Egitto, come lo
dimostrano la ricercatezza sempre maggiore delle costruzioni e delle suppellettili tombali, la
conservazione materiale del corpo mediante un processo altamente tecnico di mummificazione e
l'adozione di teste plastificate accuratamente disegnate, di maschere mortuarie e di ritratti statuari quali
simulacri permanenti del defunto.
Culto funerario egizio. Congiuntamente a questi metodi funerari si svilupp un culto funebre
inteso ad assicurare al morto le condizioni dei vivi, e cio un'abitazione degna e duratura, il cibo,
l'abbigliamento, il riposo e la ricreazione. Questo culto, riservato in un primo tempo ai sovrani e alla
nobilt e successivamente esteso a tutto il popolo, si basava principalmente sulla condizione di
sicurezza che il defunto raggiungeva nell'aldil quando si riuniva al proprio ka ed era quindi destinato a
diventare Osiride. Da ci derivarono le attenzioni dedicate alla tomba, considerata il castello del ka,
con i suoi compartimenti separati, le generose offerte di cibi e bevande, e i sacerdoti servi del ka
incaricati di sopperire ai bisogni quotidiani, sia spirituali che materiali, del defunto. Dal rinvenimento
di grano sepolto nelle tombe predinastiche di Merimde-Benisalame, di Naqada e di El-Amra, si deduce
che la diffusa consuetudine di includere tra le suppellettili funerarie oggetti dotati di qualit vivificatrici
si era affermata nella valle del Nilo gi molto tempo prima che nell'et delle piramidi il culto reale
dinastico concentrasse l'immortalit sulla figura cosmica del Faraone, come si rileva dai testi. Ma dalla
IV dinastia in poi, sotto l'influenza del culto solare eliopolita, quando tutte le risorse disponibili
vennero impiegate nella costruzione delle colossali tombe dei re e tutto l'ingegno degli imbalsamatori si
concentr nella mummificazione del defunto sovrano, tutti gli altri aspetti del culto dei morti vennero
trascurati. La complessa personalit del Faraone era tanto indispensabile per il buon andamento della
nazione e dei processi cosmici che la preoccupazione principale era la sua rinascita nel regno dei suo
padre celeste, il Dio-Sole, con tutto ci che tale fatto comportava. Per evitare qualunque interruzione
nell'ordine e nelle forze della natura, la sua immortalit doveva essere assicurata ad ogni costo, checch
potesse accadere al resto dell'umanit.
Con la diffusione del culto di Osiride da Busiris nel Delta all'Alto e al Basso Egitto, sul finire
della V dinastia, la situazione mortuaria assunse un carattere differente. Poich Osiride era nel
medesimo tempo il signore del mondo sotterraneo e il figlio del Dio-Terra Geb e della Dea-Cielo Nut,
ucciso dal fratello Seth e resuscitato dalla moglie e sorella Iside con l'aiuto di Horus suo figlio
postumo, egli divenne il simbolo della resurrezione di tutta l'umanit. L'influenza di questa fede
osiriaca accentrata nella credenza nella sua resurrezione e in tutto ci che essa comportava fu tale che i
teologi eliopoliti furono costretti a includerla nel loro credo solare, ad attribuire ad Osiride la posizione,
le prerogative e talune delle caratteristiche di Re e a dargli un posto nel regno celeste. Questa
osiriacizzazione del culto solare eliopolita port, dopo la fine dell'Antico Regno (c. 2250 a. C.),
all'estensione della speranza di immortalit a tutti i comuni mortali che non potevano vantare come il
Faraone una condizione divina. Anch'essi potevano essere sottoposti al medesimo processo di
resurrezione dalla tomba mediante il quale Osiride era stato resuscitato da Anubis con l'aiuto di Iside e
di Nephthys. E di questo facevano parte la tecnica e i riti della mummificazione che venivano praticati
sul corpo del Faraone.
Non si trattava di una completa innovazione, poich sin dagli inizi del periodo dinastico si erano
fatti tentativi per conservare il corpo dopo la morte.1 Con l'affermarsi dell'interpretazione osiriaca
dell'aldil, la cerimonia della mummificazione divenne una elaborata imitazione di quanto era stato
fatto allo stesso Osiride dopo che i suoi smembrati resti mortali erano stati raccolti, riuniti e resuscitati,
e gli imbalsamatori assunsero le parti di Thot e di Horus dei quali portavano le maschere. Poich
l'acqua usata per la lustrazione della statua-simulacro del defunto nella serdab, o cappella, proveniva
dal Nilo, che era identificato con Osiride, la si considerava come il liquido purificatore e rigeneratore
che da lui emanava,2 e che esercitava sulla salma ivi sepolta gli stessi effetti reciproci delle libazioni.
Tutti i morti, dunque, se le loro condizioni economiche lo permettevano, potevano ricevere un
trattamento simile a quello prestato al Faraone quando, all'inizio del Medio Regno (c. 2000 a. C.), il
culto funerario venne democratizzato. Come abbiamo visto, la cerimonia dell'Apertura della Bocca
riferita alle statue era un rito antichissimo, e sia nel rituale solare che nel rituale funebre osiriaco era un
elemento fondamentale che andava innanzitutto a beneficio dei morti in genere, sia che venisse
celebrata per i re nei templi mortuari, sia invece nelle tombe o nelle fosse di comuni mortali.
La liturgia funebre seguiva di regola lo schema della cerimonia quotidiana compiuta nella Casa
del Mattino, e consisteva nelle abluzioni preliminari connesse all'Apertura della Bocca, alle quali
facevano seguito l'unzione, l'incensazione e la somministrazione di cibo. Il rito vero e proprio del
seppellimento era preceduto da una processione dalla casa del defunto alla tomba, dopo che nel
laboratorio mortuario detto la Casa d'Oro era stata portata a termine l'imbalsamazione della salma.
Il corteo si avviava tra il pianto delle prefiche che si battevano il capo e si strappavano le vesti nella
maniera prescritta. Come si vede nella scena riprodotta sulla mastaba del visir Mereruka a Saqqara,
appartenente alla VI dinastia, i resti mortali venivano portati al fiume in una barella munita di lunghe
pertiche dietro alla quale venivano i celebranti che impersonavano Iside e Nephthys, dei personaggi
denominati portatori del sigillo del dio e l'imbalsamatore preceduto dal sacerdote lettore che
teneva in mano un rotolo di pergamena.3 Venivano poi gli oggetti da seppellire assieme alla salma e gli
scrigni con le anfore lustrali. Giunto al fiume, il feretro veniva caricato sul battello funebre, il cui varo
si presenta nella nostra scena alquanto difficile. A quanto si pu dedurre da altre scene analoghe di
processioni funebri appartenenti all'Antico Regno, sembra che il defunto, o la sua statua, venisse posto
in un tabernacolo sul battello col viso rivolto a occidente e che di fronte a lui prendesse posto il lettore
che recitava i sacri testi contenuti nel suo rotolo. Il passaggio del fiume simboleggiava la discesa
attraverso il firmamento nella sua casa dell'eternit in grandissima pace, quando egli ha raggiunto una
buona et alla presenza di Osiride.4
Giunto alla sponda occidentale, il battello veniva scaricato del suo contenuto e la processione si
avviava alla necropoli, dove, a quanto pare, venivano offerti sacrifici, il lettore pronunziava formule di
beatificazione e l'imbalsamatore officiava una cerimonia alla presenza di Anubis. Si preparava quindi
un pasto per nutrire lo spirito rianimato, dopo di che aveva luogo l'ingresso solenne nella tomba. Che
cosa avvenisse poi all'interno della necropoli non  raffigurato nella scena, ma a giudicare da una
citazione contenuta in un testo della VI dinastia, secondo la quale ottanta uomini, fra cui tutti i
principali officianti, entravano nella necropoli, doveva trattarsi di riti di natura complessa, intesi a
completare il processo del ricongiungimento del defunto col suo ka e a far di lui effettivamente uno
spirito beato. Nel culto posteriore questo significava l'identificazione con Osiride e l'acquisizione di
tutte le prerogative fino allora riservate al Faraone.
Nelle sue pi antiche manifestazioni il culto dei morti si rivolse principalmente alla tomba, dove
l'anima aveva la sua dimora sotto la terra o in un qualche mondo sotterraneo, con esigenze analoghe a
quelle che aveva in vita. Ci risulta evidente dalle cure sempre maggiori dedicate alla sepoltura e alla
costruzione delle tombe che venivano fornite di tutto quanto era necessario per la comodit e il
benessere degli occupanti. Tanto profonde erano le radici di questa consuetudine che anche quando
sorse il concetto di un'anima che abbandonava il corpo per volare al cielo a riunirsi al proprio ka nel
regno celeste, le due idee dell'aldil continuarono a persistere fianco a fianco. Si riteneva che, come gli
di, anche il Faraone prima, e poi tutti i morti in generale, si ritrovassero contemporaneamente in cielo
e sulla terra, o sotto di essa, dotati di un ba, o spirito, immortale e di un corpo o di un simulacro
statuario indeperibile, oltre che del ka, che era il genio protettore che guidava le loro sorti in questo e
nell'altro mondo. Alla morte il ba lasciava il corpo, normalmente in forma di uccello, o qualunque
potesse essere la sua manifestazione esteriore, e si recava alla sua dimora futura, fosse questa sopra o
sotto la terra o nella tomba, mentre il ka, essendo identificato con la personalit (akh), cio con tutto
l'ego, esercitava le sue funzioni sia in questa che nell'altra vita come un'entit quasi divina intimamente
associata al corpo ma indipendente e separabile da esso.
Le complicazioni e le contraddizioni esistenti nel concetto egizio di costituzione psicofisica
dell'organismo umano e di destino futuro dell'uomo erano dovute in parte a una confusione generale di
pensiero e di speculazione circa la natura e gli attributi dei Faraoni quali esseri divini e la loro
applicazione all'umanit in generale, in parte invece alla osiriacizzazione delle teorie solari. Nei Testi
delle Piramidi il tema fondamentale  quello del conseguimento della vita eterna da parte
dell'occupante del trono nel regno celeste di Re, al quale si associava quello dell'identificazione del
sovrano con Osiride sulla base del mito di Iside Horus, trasferito dalle regioni inferiori e dal deserto del
Delta occidentale al mondo celeste, dove il defunto sovrano saliva per mezzo di una scala o
arrampicandosi lungo la coda della vacca celeste o portato dal fumo dell'incenso, o addirittura volando
sotto forma di uccello con testa di uomo. L egli poteva diventare una delle stelle notturne che
ornavano il corpo di Nut, la Dea-Cielo, simboleggiata nella tomba dalle stelle dipinte sul soffitto della
camera sepolcrale e dalla figura della dea riprodotta sul lato interno del coperchio del sarcofago. Ma
come Osiride egli doveva essere resuscitato mediante le cerimonie dell'Apertura della Bocca e le
offerte fatte in memoria della restituzione dell'occhio di Horus al defunto Osiride, di cui si parla nelle
iscrizioni sulle pareti della tomba. Solo allora il ba poteva abbandonare il corpo nella tomba e riunirsi
per sempre al suo ka in cielo. Quale fosse precisamente la relazione esistente tra l'alter ego spirituale e
i resti mortali conservati nella tomba non  affatto chiaro, e probabilmente essa non fu mai determinata,
poich la logica e la determinazione chiara e concreta di concetti astratti esulavano dalla sfera della
speculazione mitopeica e del culto relativo.
Inoltre, quando questi concetti e l'uso dei magici Testi delle Piramidi vennero estesi dal Faraone
a .tutti i suoi sudditi, il primitivo aldil osiriaco venne reinterpretato dal punto di vista dell'oltretomba
solare eliopolita, riservato in origine al real figlio naturale di Re, sicch il sovrano divenne nello stesso
tempo Re e Osiride, e regn in veste di Horus. A partire dal Medio Regno (c. 2000-1780 a. C.), quando
vi fu per tutti la speranza di diventare Osiride alla morte, e talvolta anche di essere trasformati in una
stella dell'orizzonte di Nut e di partecipare al viaggio notturno del sole attraverso il mondo sotterraneo
(Duat) per risorgere a nuova vita al mattino successivo, gli incantesimi fino allora adoperati nelle
esequie reali vennero usati anche dalle masse per far s che i loro ba potessero lasciare la tomba e
godere le delizie dell'altra vita, illustrate sulle pareti della necropoli e sui fianchi dei sarcofaghi. Si
tratta degli incantesimi contenuti nei Testi delle Piramidi, nel Libro dei Morti e nei Testi dei
Sarcofaghi. L'escatologia dei Testi delle Piramidi era per fondamentalmente solare, in quanto
dipingeva l'altra vita come il regno celeste del Dio-Sole. In un primo tempo essa fu riservata al
Faraone, che veniva trasportato attraverso il fiume sotto la guida di Nut, o volava al cielo sotto forma di
falco, o veniva trasportato nel regno di Re su per la scala celeste.5 Al suo arrivo si aprivano le doppie
porte del cielo e gli araldi annunziavano il suo ingresso. Dopo aver ricevuto il benvenuto dagli di, si
imbarcava con Re sul suo battello, mangiava cibo divino ed era allattato da una dea." Come figlio del
suo padre celeste, col quale finiva per identificarsi completamente e al quale talvolta era persino
considerato superiore,7 egli godeva tutte le delizie della beatitudine eterna.
Quando l'aldil venne osiriacizzato e democratizzato, questi privilegi divennero propriet
comune di tutti coloro che erano in condizione di poter superare la prova quando dopo la morte
comparivano in giudizio davanti a Osiride loro giudice e ai suoi quarantadue assessori radunati nella
Sala della Doppia Verit. Non bastava pi contare sul possesso e sulla conoscenza dei Testi delle
Piramidi, come nel caso del re che era egli stesso divino, anche se le virt magiche del Libro dei Morti
avevano ancora una funzione importante nella determinazione del destino finale del defunto. Vero 
che il concetto di giudizio comprendeva uno scrutinio dettagliato di tutte le trasgressioni, nel quale uno
dei fattori erano le qualit morali.8 Ma quando il cuore veniva pesato con la Verit, simboleggiata da
una piuma o da una immagine della dea Maat, personificazione della giustizia intesa come ordine
divino del cosmo e della societ e come legge morale, non era per constatarne la rettitudine nel senso
etico quale la si concepiva nel giudaismo profetico e posteriore all'esilio. Tutto ci che doveva essere
stabilito era che l'individuo fosse in armonia con l'ordine divino, il che risultava dall'equilibrio della
bilancia manovrata da Thot.
L'essere sincero di cuore e di voce come Osiride era una valutazione effettuata da Maat, nella
cui determinazione pare intervenisse una specie di confronto tra le buone e le cattive azioni. E
comunque, la presenza ai piedi della bilancia del divoratore, un mostro ibrido dalle forme di
coccodrillo, di ippopotamo e di leone, fa pensare che il risultato non fosse una conclusione gi scontata
in partenza in favore dell'anima che si trovava sulla bilancia. Anzi nel Medio Regno, pur essendo
Osiride il dio del popolarizzato aldil, si menzionava ancora tuttavia quella bilancia di Re con la quale
egli pesa la giustizia9 come arbitro morale davanti al quale tutti potevano ricevere giustizia se le loro
azioni meritavano ricompensa. Come Osiride era stato giudicato e trovato innocente nella Sala del
Giudizio di Heliopolis, cos i mortali che comparivano davanti all'osiriacizzato tribunale solare
potevano sperare di ottenere giustizia alle grandi assise. Nondimeno, la posta in giuoco era troppo alta
perch si potessero correre rischi. Perci si ricorreva ai vecchi espedienti magici che avrebbero
costituito un'efficace dichiarazione di innocenza una volta che le buone azioni e le confessioni
negative fossero state opportunamente scritte sul papiro o sullo scarabeo inserito tra le suppellettili
tombali. Si poteva allora avere la certezza che gli errori sarebbero stati eliminati e le colpe cancellate al
momento della pesatura sulla bilancia nel giorno del computo dei caratteri, e che al defunto sarebbe
stato permesso di unirsi a coloro che si trovavano sulla barca del sole.10 Compiuta questa formalit,
si riteneva che nessuno degli di o delle dee avrebbe sollevato obiezioni in tribunale e che la bilancia
avrebbe registrato un'eccedenza di bene sul male.
Questa combinazione di incantesimi e di pesatura giudiziaria costituiva durante il Medio Regno
il concetto egizio di giudizio del carattere nell'osiriacizzato aldil- Ma anche la negazione di aver
commesso una lunga lista di mancanze, fatta sotto forma di confessione negativa, e l'estrema cura
che si poneva nel garantirsi contro una sentenza avversa, implicano un certo qual riconoscimento di una
condizione di rettitudine quale fattore essenziale per il raggiungimento della beatitudine eterna, al di l
e al di sopra del rituale funebre. Esso comportava una prova che aveva un contenuto morale latente,
anche se giustizia e verit erano due concetti largamente cosmici e, specialmente nel Nuovo Regno, la
magia svolgeva una funzione sempre pi significativa ed efficace in preparazione del Giudizio. Allora,
sotto la nuova influenza sacerdotale te bana, gli incantesimi e gli amuleti assunsero un'importanza tale
che i requisiti morali di incolpevolezza divennero completamente nulli e privi di senso, in quanto il
destino futuro veniva fatto dipendere sempre pi dai magici incantesimi del Libro dei Morti e dall'uso
degli opportuni scongiuri. Ci andava di pari passo con la restituzione delle facolt sensitive nella
cerimonia dell'Apertura della Bocca, poich il processo di rianimazione mediante accorgimenti
magici venne spinto ancora pi oltre, fino ad abbracciare le condizioni dell'altra vita. Cos, si metteva
uno scarabeo sul cuore del defunto per impedire che esso testimoniasse contro il ba quando questo
veniva pesato sulla bilancia, gli scribi vendevano le dichiarazioni di innocenza pronte ad essere
compilate col nome del defunto, nelle quali si dichiarava che egli era stato un uomo probo e che il Dio
Sole lo aveva mondato da ogni male, e talvolta si minacciavano drastiche misure contro la divinit se
questa non gli avesse garantito la giustificazione al Giudizio.
Inoltre, i testi funebri del Libro dei morti erano ritenuti efficaci non solo a garantire la
riabilitazione del defunto indipendentemente dal suo carattere morale, ma a garantirgli altres le delizie
dell'altra vita. Cos nel Libro di Ani lo Scriba si afferma che scrivendone il testo sul sarcofago, il suo
occupante uscir di giorno nella forma che gli piacer e si recher senza impedimenti nel luogo che gli
spetta. L gli saranno dati pane, birra e carne sull'altare di Osiride. Egli entrer in pace nel campo di
Earu, in forza di questo decreto di colui che  nella citt di Dedu. L gli saranno dati grano e orzo. Egli
fiorir cos come era fiorito sulla terra. Egli compir i suoi desideri come quei nove di che sono nel
mondo sotterraneo, cos come  stato trovato due milioni di volte. Egli  l'Osiride: lo Scriba di Ani.11
In aggiunta e a completamento di tutti gli esorcismi, gli incantesimi e i testi magici funerari
intesi a cacciare il male, a giustificare l'anima, a proteggerla dagli incontri con maligni nemici e far s
che potesse godere le gioie dell'altra vita, venne incrementata l'antica usanza di deporre nella tomba
piccole figure lignee di servi. Sin dalla fine dell'Antico Regno queste statuette shauabti (cio coloro
che rispondono) di operai che recano in mano arnesi agricoli venivano inserite nelle tombe come
servitori perch prendessero il posto del defunto tutte le volte che nei Campi Elisi gli venisse chiesto di
lavorare. Nomi di individui erano talvolta incisi su figure di servi che trasportano sacchi di grano o
sono intenti ad altri lavori servili rappresentati sulle pareti della tomba, il che poteva significare che
coloro che erano stati al servizio del defunto avrebbero continuato a conservare la loro condizione e le
loro occupazioni anche dopo la morte. Cos anche ad essi si attribuiva una vita immortale oltre la
tomba, e a quanto pare, essi pure si servivano degli shauabti, poich su alcune delle statuette  stato
trovato inciso il seguente scongiuro: O shauabti, se N [nome del defunto] viene chiamato ad eseguire
alcun lavoro che si faccia nell'aldil come uomo che debba adempiere ai suoi doveri, a far fiorire i
campi, ad irrigare le rive, a trasportare la sabbia da oriente a occidente, tu dirai: "Eccomi."12 Nel
Nuovo Regno gli shauabti, rappresentati in forma di mummia, impersonarono il defunto, pur
continuando ad esserne i servitori con mansioni specifiche. Il loro numero and rapidamente
aumentando, e alla fine si giunse a metterne uno per ogni giorno dell'anno. Da qui i numerosi esemplari
che si vedono oggi esposti in tutti i musei. Il fatto che i compiti loro assegnati erano per la maggior
parte agricoli dimostra la sopravvivenza dell'idea di un paradiso terrestre nei Campi Elisi che
richiedeva lavori di tal genere e in cui le condizioni erano identiche a quelle della terra, salvo che erano
idealizzate. Liberi da lavori manuali e da occupazioni servili, i sovrani, i funzionari, gli artigiani e i
soldati navigavano per i canali del Nilo celeste, giocavano a dadi, raccontavano storie e cantavano
canzoni d'amore, oltre a godere della mensa celeste, dei cibi e delle bevande che sulla terra i
sopravvissuti offrivano loro nella tomba, rimanendo cos in contatto con questo mondo.13
L'impostazione di un simile concetto dell'aldil dimostra quanto fosse profondamente radicata la
credenza in una continuazione dell'esistenza terrena in una condizione di perfezione che consentiva il
massimo del godimento, almeno per la parte pi fortunata e privilegiata della comunit. Ma non era
questo il solo modo di interpretare l'immortalit. La primitiva idea del mondo sotterraneo continu a
persistere nella tradizione osiriaca e trov espressione nei Campi dei Beati.  probabile per che essa
sia stata sopraffatta e sostituita con quella del regno solare celeste governato da Re nelle sue
manifestazioni, come risulta dai Testi delle Piramidi; essa era in un primo tempo riservato al sovrano,
ma venne poi esteso a tutti coloro che adempivano a tutti i requisiti preliminari e superavano la prova al
momento del giudizio. Un'altra possibilit era quella di salire al cielo e dimorarvi in gloria celeste
lontano da ogni condizione e da ogni contatto terrestre. Ma il concetto predominante era quello di una
combinazione delle regioni inferiori col mondo celeste e col Paradiso occidentale, nella quale, con
l'ausilio di riti magici e di offerte di sacrifici, il defunto conservava le sue condizioni e le sue
occupazioni: il mondo sotterraneo perdeva cos il suo carattere lugubre e si trasformava in un ameno
paradiso con fiumi, laghi, isole e terreni fertili che venivano arati dai buoi celesti e davano frutti sempre
pi abbondanti e perfetti.
Dall'epoca del Medio Regno questo reame di Osiride, noto col nome di Duat, venne suddiviso
come lo stesso Egitto in una Parte Alta e una Bassa, con un fiume che come il Nilo lo attraversava da
parte a parte e lungo il quale il Dio-Sole, accompagnato da diversi di come Geb e Thot, compiva i suoi
viaggi notturni da occidente a oriente per dar luce, aria e vita ai suoi abitanti. Al mattino egli emergeva
fra due montagne per iniziare sulla sua nave il suo viaggio attraverso il cielo. Questa era un'anomalia,
in quanto a rigore il Dio-Sole non aveva un posto di diritto nel regno di Osiride, cos come Osiride non
l'aveva nel regno solare. Ma l'escatologia egizia non fu mai coerente, e in origine la narrazione del
viaggio notturno di Re riportata nel Libro dei Cancelli e nel Libro di Am Duat (cio di Colui che  nel
mondo sotterraneo) aveva poco o nulla a che fare con Osiride o con l'aldil, e ci fino a quando la
teologia solare non venne osiriacizzata. Fu allora che nel Libro dei Morti la Sala del Giudizio di Osiride
venne situata tra la quinta e la sesta divisione del Duat e l'escatologia osiriaca venne incorporata nel
simbolismo solare, mentre nello stesso tempo veniva messo in maggior risalto il Paradiso occidentale.
L'emersione del Dio-Sole dal Duat venne equiparata alla resurrezione di Osiride man mano che la
dottrina osiriaca and sempre pi acquistando il predominio, nonostante i ripetuti tentativi da parte dei
sacerdoti tebani di ripristinare la tradizione solare.
Culto funerario sumerico. In Mesopotamia la viva preoccupazione dell'aldil, che rimase una
caratteristica predominante della civilt dell'antico Egitto, era invece inesistente. Come abbiamo visto,
le condizioni climatiche e geografiche della valle del Nilo e della valle del Tigri e dell'Eufrate
contribuirono, a quanto pare, a questa differenziazione delle credenze e delle pratiche funebri. Ma pur
non avendo sepolcri monumentali (ad eccezione delle tombe reali di Ur) e metodi elaborati di
mummificazione, i Sumeri provvedevano al mantenimento e al benessere dei loro morti collocando
nelle loro tombe di terra e mattoni una adeguata provvista di cibi e bevande, che talvolta pare fosse
rinnovata mensilmente, e oggetti personali.14 In confronto con l'Egitto, per, il corredo era assai
povero e, sempre prescindendo dalla notevole eccezione costituita dai sepolcri reali di Ur, non vi sono
segni di un rituale funebre sviluppato. E infatti, anche se la presenza delle suppellettili tombali  indice
di una credenza nella sopravvivenza umana,  probabile che l'immortalit individuale non abbia mai
acquistato un significato cultuale. Ci  confermato dall'assenza di dati documentari relativi a un culto
dei morti e che possano essere in alcun modo paragonati alle testimonianze dei testi egizi, nonch dai
metodi semplicissimi di sepoltura della salma che di solito veniva interrata sotto il pavimento della
corte o di una stanza della casa del defunto stesso, anzich in cimiteri.
Anche in tempi preistorici gli antichi agricoltori egizi dedicavano alle tombe e al loro
arredamento cure maggiori di quante non ne dedicassero le altre comunit contemporanee dell'Asia
occidentale. Cos, le tombe badariane dei cimiteri del Medio Egitto, col loro contenuto di statuette
femminili, di pezzi di malachite e di turchese importati, di buoi, di pecore e di cani, erano notevolmente
pi progredite delle sepolture sumeriche o di quelle della vasta regione circostante della Mesopotamia.
Una notevole dimostrazione di ci si ha ad Hassuna presso Mosul in Assiria, dove pur essendosi
trovati resti umani in tutti gli strati del giacimento, pare che in quel periodo non vi fosse alcuna
uniformit nelle pratiche di seppellimento. Anzi, gli scheletri ritrovati in una madia e in un pozzo di
rifiuti fanno pensare che spesso non si tentava nemmeno di dare al morto una sepoltura decente, e ci
contrastava nettamente con le cure di cui erano oggetto i defunti nella valle del Nilo. Solo un doppio
aeriforme sopravviveva alla dissoluzione, spesso associato a certi organi del corpo. Ci spiega senza
dubbio l'intima relazione esistente tra il destino dell'involucro fisico e l'anima-fantasma aeriforme che
se ne liberava, sicch ci che accadeva all'uno aveva un effetto reciproco sull'altra. Perci, la sorte
peggiore che poteva capitare a un uomo dopo la morte era di rimanere insepolto o di essere disturbato
nella tomba.
L'aldil babilonese. In Babilonia l'inevitabilit della morte era un fatto indiscusso, e
l'importanza che si annetteva alla giusta disposizione delle salme e alle attenzioni dedicate loro dai
superstiti fa pensare all'esistenza di un concetto di vita materiale nell'aldil. Ma ci che si celava oltre
la tomba era cos oscuro e diventava cos poco attraente da non lasciar posto per la riflessione o per la
speculazione. Fin dove si spingono le documentazioni scritte pervenute fino a noi, si riteneva che i
morti continuassero a vivere una tetra esistenza nell'Irkalla, un lugubre paese senza ritorno situato
sotto la terra e governato dalla dea Ereshkigal e dal suo sposo Nergal. A questa Casa della Polvere e
delle Tenebre, circondata da possenti mura e chiusa da porte ben difese e rinforzate con sbarre e
chiavistelli, tutti discendevano indipendentemente dalla loro posizione sociale, dalla loro classe, dall'et
o dal comportamento etico, al termine del loro ciclo di vita sulla terra. Talvolta la si raffigurava come
una montagna cava e impervia, dentro la quale scorreva l'Apsu, il liquido abisso: il suo ingresso era
probabilmente a occidente, al di l del mare, e vi si giungeva con un traghetto. Nessuno, una volta
entrato, poteva abbandonare quella tetra dimora. Ammucchiati insieme alla rinfusa tra polvere e ombre
paurose in uno stato di semicoscienza, erano destinati a languire come la vegetazione nella calura
devastatrice di un'estate mesopotarnica.
Questo senso di disperazione trov espressione nelle lamentazioni per l'imprigionamento di
Tammuz o Marduk nella montagna sotterranea che simboleggiava le regioni inferiori. Anche se alla
festa dell'Anno Nuovo, quando col ritorno delle piogge sembrava che la morte fosse stata sconfitta
dalla natura, si celebrava la sua liberazione con manifestazioni di giubilo, tuttavia era solo la vita sulla
terra che si rinnovava. Per l'uomo gli di avevano decretato che la morte fosse il suo retaggio,
riservando l'immortalit solo a se stessi.15 E per loro era persino una pericolosa impresa visitare la
triste dimora in occasione di determinate cerimonie o, come nel caso di Gilgamesh o di Ishtar, per
ragioni specifiche, e ai suoi abitatori permanenti non era mai permesso di abbandonarla.16 Solo di ed
eroi potevano essere resuscitati e vivere per sempre nell'Isola dei Beati, Dilmun, alla confluenza del
Tigri e dell'Eufrate, come era avvenuto per Utnapishtim (Ziusudra), il No babilonese, per sua moglie e
per sua figlia, ai quali dopo il diluvio venne conferita vita come un dio, perch vivessero in eterno
sulla montagna di Dilmun, dove sorge il sole.17 Per il resto, anche i grandi re come Dungi o Sargon
subivano a stessa sorte di tutta l'umanit, cos come la sub Enkidu.
Nell'epica di Gilgamesh, quando l'eroe, semidivino fondatore della citt di Erech, part in cerca
dell'immortalit e attraversate le acque della morte incontr Utnapishtim nell'Irkalla, venne condotto
Alla casa che nessuno abbandona se vi  entrato, Sulla strada da cui non si pu tornare indietro,
Alla casa i cui abitanti sono privati della luce, Dove la polvere  il vitto e il fango il loro cibo. Essi sono
vestiti come gli uccelli, con ali per indumenti, E non vedono luce, dimorando nelle tenebre.18
Ma poich Enlil, il padre degli di, non lo aveva destinato per la vita eterna, il tentativo di
Gilgamesh per ottenere questo dono risult infruttuoso. Mentre tornava sulla terra, un serpente lo
derub della magica pianta vivificatrice di cui era riuscito ad impossessarsi per rinnovare la sua
giovinezza,19 e cos tutto ci che pot sperare fu la sovranit, il predominio e l'eroismo in battaglia in
questa vita, e alla fine, come tutti i mortali, anch'egli entr nel sinistro paese senza ritorno.
La famosa leggenda nella sua veste accadica definitiva, scritta su dodici tavolette sotto forma di
epica nazionale, fu il frutto di un lungo e complicato processo letterario che comprendeva elementi
tratti da fonti e da epoche diverse e riuniti e accentrati attorno all'eroe. Combinando insieme il tema di
Tammuz, il mito dei diluvio, le avventure di Utnapishtim e la ricerca dell'immortalit, in quello che si
presenta come un rito di transizione attraverso le acque della morte, con i miti della natura, la
negromanzia e il culto dei morti, ne risult una fiaba eroica di profondo interesse umano che dava uno
scopo e un significato ai sistemi appropriati di sepoltura e al culto relativo.20 Ma in tutta la narrazione
traspare il senso di inutilit che caratterizza il mito e i riti funebri mesopotamici e che culmina nella
disillusione dell'eroe il quale, nonostante gli sforzi incessanti per scoprire il segreto dell'immortalit nel
tenebroso regno al di l delle acque della morte, non riusc ad assicurarsi l'inestimabile dono.
Questo verdetto  confermato dal mito di Adapa, nei quale si dice che l'umanit perdette la vita
eterna per un trucco degli di. Anche qui l'eroe era un essere semidivino, Adapa, figlio di Ea (Enki) dio
delle acque, da lui generato per essere un capo tra gii uomini e dotato dal padre di saggezza divina ma
non di immortalit, Egli era anche pescatore, e un giorno, mentre pescava nel Golfo Persico, la sua
barca venne rovesciata da un improvviso vento del sud ed egli cadde in acqua. Infuriato, maledisse il
vento e gli spezz una delle ali, impedendogi cos di soffiare per una settimana. Quando Anu, padre e
re degli di, ne seppe il motivo, chiam Adapa al suo cospetto nella propria dimora celeste. Seguendo
il consiglio del padre, Adapa si vest a lutto per impietosire Tammuz e Gizzeda che stavano a guardia
dei cancelli del cielo e guadagnarsi la loro simpatia spiegando che la causa del suo lutto era la loro
scomparsa dalla terra. Sperava in tal modo che, commossi dalle sue espressioni di dolore per la loro
dipartita, essi avrebbero intercesso per lui presso Anu. Una volta entrato con questo trucco, Ea gli
raccomand di non mangiare il cibo e di non bere la birra e l'acqua della morte che gli sarebbero state
offerte dagli di, ma di accettare soltanto un indumento e l'olio che gli avrebbero donato. Seguendo
tutte queste istruzioni, egli venne assolto da Anu e gli venne offerto il cibo della vita. Ma egli lo rifiut,
memore dei consigli del padre, e perdette cos il dono dell'immortalit. Di conseguenza, venne
rimandato sulla terra per morire come tutti gli altri uomini, seguendo cos la stessa morte di
Gilgamesh.21
La conclusione della leggenda non si pu determinare, poich dell'ultima delle quattro tavolette
frammentarie provenienti dalla biblioteca diAssurbanipal a Ninive si sono conservate solo poche righe.
In queste si parla della vestizione di Adapa, della sua unzione con l'olio e del verdetto che viene
pronunziato nei suoi riguardi. Heidel sostiene che se egli avesse accettato l'acqua della vita sarebbe
vissuto per sempre, ma rifiutando l'offerta di Anu, non solo perdette egli stesso l'immortalit, ma port
le malattie, i disagi e la morte all'intera razza umana.22 Nel testo per  detto soltanto che il male che
egli ha portato sull'umanit e le malattie che ha portato sui corpi degli uomini, questi Ninkarrak (la dea
della guarigione) allevier.23 Ma quali ne siano state le conseguenze, la rottura dell'ala del vento del
sud non fu certo il primo peccato commesso dagli esseri umani. Lungi dal trasgredire a un comando
divino, Adapa perdette la vita eterna a causa della sua cieca obbedienza ai dettami del suo astuto padre
divino Ea. Nessun riferimento morale pu quindi scorgersi in questo episodio.
Come nell'epica di Gilgamesh, anche qui si cercava la vita eterna, ma la ricerca risult vana
perch quando gli di avevano creato l'uomo avevano decretato che la morte sarebbe stata il suo
retaggio. Ad Adapa e a Gilgamesh venne offerta l'opportunit di guadagnarsi l'immortalit,
presumibilmente perch erano eroi divini, ma anche per loro le sorti furono avverse. Anch'essi quindi si
dovettero rassegnare all'inevitabile, nonostante la loro posizione privilegiata, essendo stati delusi nella
ricerca che avevano intrapresa. Dove essi avevano fallito, mortali meno eccelsi non potevano certo
sperare di riuscire. Perci in Babilonia si credeva che la vita terminasse in un vicolo cieco, in un paese
senza ritorno, dove persino Inanna-Ishtar, la regina del cielo, veniva spogliata delle sue vesti e delle sue
insegne regali fino a ridursi a un nudo cadavere quando giungeva al tempio di Ereshkigal, sua sorella
maggiore. Vero  che poi riusc ad evadere, essendo l'incarnazione del processo creativo della natura:
nondimeno, fu necessario uno speciale intervento divino per restituirle la vitalit e liberarla dalla terra
dei morti. In tutto il mito e il rituale funebre babilonese si ritrova sempre questo substrato fondamentale
di inutilit. Ma per quanto la ricerca della immortalit sia continuamente delusa dall'astuzia degli di e
dei loro emissari in conformit col loro decreto originale, nello sfondo tuttavia si intravvede un
atteggiamento pi positivo nei riguardi dell'aldil, che trov espressione in un adeguato, se pur non
molto elaborato, corredo di suppellettili e di offerte funerarie nelle sepolture relativamente semplici
effettuate nella casa del defunto o in prossimit di essa. Nel culto babilonese dei morti, per, non si
svilupp mai un concetto di immortalit che possa paragonarsi a quello dell'antico Egitto, delle
religioni misteriosofiche greco-orientali, del giudaismo posteriore all'esilio, del cristianesimo o
dell'islam.
L'epica di Baal ed Anat in Siria. In Siria, come in tutto il Vicino Oriente e nell'Egeo, il culto dei
morti era collegato con i riti stagionali della fertilit nei quali il rifiorire della vita in primavera era
messo in relazione con la resurrezione dalla tomba, finch in Babilonia e in Assiria, come pure tra gli
Ebrei della Palestina, il concetto di immortalit non sub una considerevole restrizione. Nei testi
ugaritici provenienti dalla biblioteca di Ras Shamra, la discesa di Baal agli inferi dava l'avvio, come
abbiamo visto, alle ricerche effettuate dalla sua sposasorella Anat, la dea, e i suoi effetti si
ripercotevano sulla vita della vegetazione. Al termine dei riti di cordoglio, che ricordavano il pianto per
Tammuz in Mesopotamia e a Gerusalemme e venivano compiuti dopo che essa, con l'aiuto della
Dea-Sole, aveva ritrovato il suo corpo e l'aveva seppellito con grande solennit, si teneva una festa
funebre. Poi Anat vendicava la morte di Baal uccidendo Mot, il dio della sterilit, e in seguito a ci, si
narra, i cieli piovevano olio e negli uadi scorreva miele.24
Anche qui, dunque, il languire e il rifiorire della natura con l'alternarsi delle stagioni era
interpretato dal punto di vista delle sorti delle due personificazioni divine dei processi vegetativi, in un
mito e in un rituale di morte e resurrezione che veniva con ogni probabilit recitato in determinati
periodi dell'anno. Ma le intenzioni del culto erano limitate alla vita sulla terra e allo sviluppo delle
messi nell'anno incipiente, nelle ben note, precarie condizioni di tempo e di spazio. I testi non
forniscono alcun indizio di un effetto reciproco sui destini dell'umanit oltre la tomba manifestantesi
con una beata immortalit, come nel culto egizio dei morti. Mot era la potenza sinistra della siccit e
della sterilit, la cui dimora era nel mondo sotterraneo che simboleggiava il paese dei morti. Baal era
identificato con le piogge fecondatrici e col risveglio e il rifiorire della vita sulla terra, il paese dei vivi.
Nel testo di Aqht in cui si descrive il seppellimento del defunto e se ne sottolinea il significato,
l'eroe Danel, quando il figlio Aqht viene ucciso in seguito alle macchinazioni di Anat, mette al bando
per sette anni le nubi piovose dell'inverno e le dense rugiade dell'estate,25 essendo come Baal il
dispensatore della fertilit. Seguendo l'esempio di Iside in Egitto, egli si sforza di recuperare i
frammenti del corpo del figlio, che ritrova nel gozzo degli avvoltoi, e di dar loro una degna
sepoltura.26 Ma lo spargimento del sangue del giovane al tempo del raccolto aveva contaminato la
terra, aveva reso sterili i campi e aveva causato un lungo periodo di siccit. Solo quando Anat si pente
di aver istigato l'assassinio e piange la morte di Aqht, e la sorella Paghat vendica il crimine uccidendo il
soldato Yatpan che aveva ucciso il ragazzo, solo allora viene ritirata la maledizione. Il seguito
dell'episodio manca nei testi, ma non vi  dubbio che esso segua il tema di Tammuz-Adone e descriva
come Aqht venga restituito alla vita e la fertilit ritorni nelle campagne inaridite.
Tanto il mito di Baal che quello di Aqht, comunque, pongono evidentemente l'accento sulla
necessit di una degna sepoltura e del giusto adempimento dei riti funebri. La lunga ricerca del corpo
dell'ucciso ricorda quella intrapresa da Ishtar per ritrovare Tammuz, da Demetra per ritrovare Kore o da
Afrodite per ritrovare Adone, e si conclude con un dettagliato racconto di come si svolgevano le
lamentazioni. Alla morte di Baal, El si siede per terra, si scioglie il turbante e il nodo della cintura, si
cosparge il capo di polvere, si rotola nella terra, si graffia la faccia con le unghie e fa echeggiare le
montagne dei suoi lamenti, gridando: Baal  morto.27 Anche Anat pare si unisca a questo pianto di
cordoglio,28 come le donne che piangevano Tammuz e Hadad-Bimmon nella valle di Megiddo,29 o le
fanciulle israelite che piangevano la loro verginit in un antico rito funebre delle montagne di Gilead.30
Esequie cananee ed ebraiche. Il rituale funebre citato nei testi ugaritici concorda in effetti con
quello a cui si fa riferimento nelle scritture ebraiche. In ambedue le comunit palestinesi la degna
sepoltura dei defunti era considerata di suprema importanza per la sicurezza e il benessere della
nazione, oltre che per il benessere del defunto stesso. Bench in questa regione non si avesse affatto
un'idea chiara di ci che si cela oltre la tomba, il mistero che circonda la morte e il rispetto istintivo che
ispira la vista di un cadavere rendevano tuttavia sacro e tab il suo stato e tutte le persone e tutte le cose
che col morto erano in intima relazione. Ad essi perci ci si doveva accostare con grandi attenzioni,
con rispetto e prendendo opportune misure protettive sotto forma di operazioni rituali. Queste
comprendevano la segregazione dei dolenti e le abluzioni che dovevano essere fatte al termine del
periodo di impurit prima di ritornare alla vita normale in seno alla societ: le esequie avevano infatti il
carattere di un rito di transizione da una condizione di santit a una condizione profana, dal sacro al
secolare. Cos, si narra che, dopo la morte del figlio natogli da Betsabea, Davide, compiuto il rito delle
lamentazioni, si alz da terra, si lav, si unse e si mut le vesti; poi and nella casa del Signore e vi si
prostr.31 Dopo di che ritorn a casa sua.
In questo episodio, cos come  stato narrato, si era invertito l'ordine consueto delle cose,
evidentemente in base al principio che i riti di compianto dovessero essere soddisfatti prima e non dopo
la morte del bambino, per impedirne la dipartita, nella speranza che Jahv si movesse a compassione e
concedesse al fanciullo di guarire.32 Checch sia veramente accaduto in questa occasione, l'episodio
cos come ci viene tramandato dalle sacre scritture costituisce una violazione della tradizione funebre
vigente in Palestina e in tutto il resto dell'Asia occidentale, in quanto interpreta le rituali astensioni e
lamentazioni dal punto di vista del dolore personale e del tentativo di salvare il bambino dalla morte e
non dal punto di vista della sua iniziazione all'aldil. N Davide si ritenne dal ritornare
immediatamente ai rapporti normali in seno alla comunit non appena ebbe compiuto i tradizionali riti
di deconsacrazione. Sotto questo aspetto la narrazione presenta un accostamento etico a una situazione
personale che trascende il rito sociale di riassestamento dopo un avvenimento critico perturbatore. A
quanto pare, non si riteneva che l'attuazione delle prescritte cerimonie avesse un effetto particolare
sulle condizioni del bambino nell'altra vita: lo scopo era di placare Jahv nella speranza di salvare la
sua vita in questo mondo. Qui si intravvede indubbiamente una influenza profetica posteriore, nella
quale il culto dei morti e l'aldil erano considerati col massimo sospetto in quanto contrastanti col
monoteismo etico jahvistico e con i suoi ideali di umilt e di sottomissione di fronte al Dio di Israele.
Tanto i Cananei quanto gli Ebrei erano del tutto concordi nell'ammettere che la morte non fosse
il termine ultimo dell'esistenza: ma bench ci siano noti i sistemi di sepoltura da essi adottati, ben poco
si sa invece delle loro credenze sull'immortalit. Che si trattasse di una vita simile a quella vissuta sulla
terra viene suggerito dalle suppellettili funerarie trovate nelle tombe situate sulle pendici delle colline.
Cos, a quanto pare, essa richiedeva cibi, vestiario e oggetti personali tra cui utensili, armi, tazze, piatti,
vasi, lampade e amuleti; non di rado questi oggetti, anzich essere deposti tutti interi, venivano uccisi
rompendoli o forandoli, probabilmente per metterli a disposizione del morto dopo aver liberato la
santit in essi contenuta. Nel massiccio sarcofago di Ahiram, re di Biblo verso il 1200 a. C. e padre di
Ithobaal, il sovrano era seduto su un trono fiancheggiato da sfingi alate e teneva in mano un fiore di
loto. Di fronte a lui era collocata una tavola di offerte ed erano dipinti servitori che recavano cibi e
donne che danzavano e piangevano con le mani sulla testa, nello stesso atteggiamento disperato di
Tamar.33 Sui feretri di Ahiram erano incise maledizioni contro gli empiche avessero derubato o
profanato la tomba.34 Ma come nel caso delle tombe reali di Ur, questo genere di sepolture sontuose
era riservato solo a pochi privilegiati, e in Palestina esse mancano quasi del tutto. La consuetudine di
offrire cibi e bevande ai defunti continu a sopravvivere, almeno sporadicamente, nel secondo secolo a. C.,
come viene rivelato nella leggenda di Tobit,35 mentre figurine, scarabei e occhi di Horus, e numerosi
altri amuleti, vasi, sonagli, giocattoli, ornamenti e resti di animali sono stati trovati in abbondanza nelle
tombe palestinesi di Gezer, Ain Shemesh, Beth-Shemesh e altrove,36 nonostante i saccheggi effettuati
prima dai profanatori di tombe in cerca di oro, e pi recentemente da turisti in cerca di ricordi. A
Gerico i bambini, spesso seppelliti in giare e deposti sotto i pavimenti delle case, erano in prevalenza,
accanto ai teschi stuccati, come pure lo erano a Gezer e altrove. Ma nell'et del bronzo le offerte erano
per la maggior parte di scarsa entit e talvolta si limitavano a un semplice pugnale nelle tombe degli
uomini e ad alcune perle e spilli in quelle delle donne, e venivano successivamente spinte da parte per
far posto ad altre sepolture. Le suppellettili comprendevano talvolta mobili di legno, scarabei,
vasellame, spilli e perle.37
Riguardo ai sistemi ebraici di seppellimento fino all'epoca della monarchia i morti venivano
normalmente sepolti in caverne, ma nelle relativamente poche tombe a galleria le offerte venivano
collocate nella camera ricavata al fondo della galleria scavata nella roccia. Come ha osservato
Mackenzie, queste camere tombali erano costruite sul modello generico delle abitazioni dei vivi, e le
figure in esse collocate erano simili alle immagini di divinit domestiche dell'antico culto cananeo,
messe l a protezione del defunto per scacciare le influenze maligne.33 Dopo l'occupazione del
territorio da parte degli Israeliti, le salme venivano deposte su panche ricavate nella parete delle piccole
camere, ma pare che i re venissero deposti in un ipogeo pi elaborato composto di diverse camere
contenenti i resti dei loro predecessori. La cosiddetta tomba egizia di Silwan, presso Gerusalemme,
venne scavata nella roccia e successivamente rimodellata a guisa di mastaba. Nella sua forma originale,
per, doveva essere una costruzione pi semplice con una porta molto pi piccola che conduceva alla
camera. In quelle del periodo tolemaico e maccabeo l'ingresso era costituito da una specie di lucernario
quadrato aperto nel soffitto, mentre un blocco di pietra sporgeva dal pavimento come un gradino. Le
tombe erano coperte da lastre di pietra, al di sopra o al di sotto delle quali si deponevano le offerte.
Talvolta nelle pareti venivano scavate gallerie orizzontali ad angolo retto abbastanza profonde
da contenere una salma disposta per lungo, ma in alcuni di questi kokim si potevano anche introdurre
due cadaveri affiancati. Talvolta invece si trattava di cunicoli che conducevano a una camera
sotterranea segreta al riparo dai saccheggi. Nel sepolcro di Apollofane di Marissa, costruito su questo
tipo, vi era una specie di vestibolo che conduceva a camere trasversali nelle cui pareti erano scavati dei
kokim, e una porta che si apriva su una lunga sala anch'essa munita di gallerie orizzontali e decorata in
alto con un fregio raffigurante animali con nomi greci, frammisti a figure umane che sono state
cancellate.
Generalmente le tombe di famiglia erano situate il pi possibile vicino alla casa. Samuele fu
sepolto nella sua casa della propria citt nativa di Rama,39 e questa, come abbiamo visto, era una
consuetudine prevalente in Mesopotamia e in Siria. Analogamente, quando Joab venne ucciso da
Benaia, figlio di Jehoiada, anch'egli venne sepolto nella sua casa nel deserto,40 cos come Asahel, uno
dei servi di Davide che era stato ucciso da Abner, venne portato a Betlemme per esservi seppellito nella
tomba del padre.41 E Ahitopel, quando vide che nell'escogitazione del piano strategico da adottare
nella campagna contro Davide era stato accettato il consiglio di Hushai e non il suo, per il dispiacere
sell il suo asino e ritorn alla sua casa nella citt natale. Messe in ordine le sue cose, si impicc e fu
sepolto nella tomba del padre.42 Davide invece, pur essendo nato a Betlemme, ebbe la sua tomba nella
capitale che aveva fondata,43 e da allora in poi tutti i re di Giuda vennero sepolti con i loro padri a
Gerusalemme.44
Fatta eccezione per Ezechia che fu sepolto sulla salita dei sepolcri dei figliuoli di Davide
sulle alture che cingevano la citt,45 e dei suoi discendenti che a quanto risulta vennero sepolti nel
giardino della casa di Uzza40 sotto le antiche tombe reali, alla loro morte tutti i successori di Davide
vennero riuniti nella necropoli di famiglia. A Hebron, la prima capitale, si trovava l'antica spelonca
sepolcrale di Machpela contenente, a quanto si riteneva, i resti mortali di Abramo e Sara, di Isacco e
Rebecca, di Giacobbe e Lea,47 nei pressi del santuario di Mamre. La supposta tomba di Rachele nei
pressi di Efrat (Betlemme), ai confini di Beniamino, era segnata da una colonna sacra che si dice fosse
stata eretta da Giacobbe,48, mentre quella della nutrice di Rebecca era segnata da una quercia alla
quale si ricorreva per averne degli oracoli,49 e allo stesso modo era contrassegnato il sepolcro di
Giuseppe a Shichem.50 In tutti i luoghi sacri della regione si riteneva vi fossero tombe di antenati di
Israele, e su queste venivano fatte libazioni e offerte che sono indici di un culto accentrato nella
venerazione degli illustri eroi delle trib celebrati dalla tradizione patriarcale. Nacque da ci
l'importanza attribuita alle loro tombe e ai resti mummificati di Giuseppe che, a quanto si narra, gli
Israeliti fuggiaschi portarono con s al tempo dell'esodo per risotterrali in Canaan nella terra degli
antenati.51 Ma se si eccettua il periodo in cui si fece sentire l'influenza egizia, in Palestina non si sono
trovate tracce di imbalsamazione o di mummificazione.
Queste consuetudini e queste pratiche liturgiche fanno pensare che le credenze pre-profetiche
degli Ebrei sui defunti e sulle loro necessit nella tomba e oltre fossero molto simili a quelle che erano
sempre prevalse in Palestina e nelle altre regioni dell'Asia occidentale. L'importanza attribuita alle
lamentazioni, alle lacerazioni e agli altri riti di cordoglio, come pure alla disposizione della salma che
veniva provvista di cibi e bevande, piatti, vasi, scodelle e lampade (le donne venivano sepolte con perle
e altri ornamenti e gli uomini con le loro armi) conferma la credenza che concepiva l'altra vita sul
modello di quella terrena nella quale questi doni erano di prima necessit. Anzi, proprio perch il culto
dei morti, come quello della fertilit, era cos solidamente radicato nella tradizione ebraica, la
legislazione deuteronomica anteriore all'esilio proib e condann queste credenze e queste consuetudini
antichissime. Di esse facevano parte non solo i riti funebri ma anche altre pratiche come la
negromanzia. Tanto intima era la relazione esistente tra i vivi e i morti che non bastava venerare gli
eroi patriarcali in quelle che si riteneva fossero le loro tombe, ma si mantenevano anche rapporti con i
trapassati per mezzo di oracoli, di divinazioni e di sedute spiritiche.
Nei primi tempi della monarchia dopo la morte di Samuele, si dice che Saul avesse cacciato
dal paese gli evocatori di spiriti e gli indovini52 perch questo illecito ricorso alle pratiche
negromantiche contrastava con l'autorit assoluta che il jahvismo vantava sui vivi e sui morti. Era
questa l'interpretazione deuteronomica della situazione prima dell'esilio, ma in effetti al tempo di Saul
l'escatologia in Israele si trovava in una posizione alquanto confusa. Era ancora in auge la credenza
popolare che l'individuo non solo continuasse a vivere oltre la morte, ma possedesse addirittura poteri
soprannaturali come elohim dotato di conoscenza divina superiore. Prevaleva inoltre l'idea di uno
spettro, o doppio, una replica dell'io in forma di ombra (il nephesh) dotato di poteri e propriet
animistiche. Perci, nonostante gli sforzi compiuti per impedire il commercio con i trapassati per il
tramite della negromanzia, lo stesso Saul, vedendo tramontare la sua potenza durante la campagna
contro i Filistei, poich l'oracolo di Jahv era rimasto muto, come muto rimase nel 362 d. C. l'oracolo
di Apollo a Delfi quando Giuliano l'Apostata lo interrog, la notte precedente la fatale battaglia di
monte Gilboa si rec segretamente a Endor da una medium per farsi rivelare il suo destino. Quando
essa evoc Samuele, il profeta apparve in forma di spettro, avvolto nel solito mantello che indossava
quando era in vita. Dalle profondit della sua dimora sotterranea egli venne richiamato sulla terra e
conferm la sentenza che era stata pronunziata contro il terrorizzato sovrano. Poich Saul non aveva
obbedito alla voce di Jahv, il regno gli era stato strappato di mano, e all'indomani egli stesso e i suoi
figli sarebbero finiti nelle regioni sotterranee e Israele sarebbe stato dato nelle mani dei Filistei.53
Il pittoresco racconto di quella tragica notte getta un po' di luce su quella che era la situazione in
Israele all'inizio della monarchia per quanto riguardava i morti e la loro provenienza, tenuto conto del
fatto che la narrazione assunse la forma attuale quando la dottrina reazionaria dello Sheol era diventata
sempre pi chiaramente definita. Al tempo di Saul si credeva che i defunti potessero essere invocati e
materializzati da donne evocatrici di spiriti (cio medium) e che in tali apparizioni essi fossero la
controparte spettrale di se stessi quali erano vissuti e apparsi su questa terra. Cos Samuele fu subito
riconosciuto sia dalla donna che da Saul, ed era abbastanza consapevole degli avvenimenti passati,
presenti e futuri di questo mondo, da ricordare ci che era accaduto tra Jahv e il sovrano e da sapere
ci che sarebbe accaduto nella imminente battaglia con i Filistei. E per di pi, era in grado di
conversare con Saul e di comunicargli per il tramite della medium la sua sentenza di morte con un
linguaggio intelligibile. In effetti, pare che il metodo seguito per consultare gli spiriti dei trapassati
fosse molto simile a quello impiegato nei confronti dell'oracolo di Jahv,54 ed essendo quindi un
metodo rivale di divinazione venne proibito e condannato.55
E fu senza dubbio principalmente per stroncare questo traffico con i defunti, e la pratica della
negromanzia in generale, che nel periodo anteriore all'esilio lo Sheol venne raffigurato come un
sotterraneo paese senza ritorno, sullo stampo di quello babilonese, in cui le ombre di tutti gli uomini,
senza distinzione di persone o di considerazioni etiche, vivevano in uno stato di silenzio e di oblio
come rephaim, o impotenti, e non come elohim, o esseri divini.50 Lungi dal possedere una
conoscenza soprannaturale che potevano comunicare a coloro che li interrogavano dalla terra, essi non
conoscevano neppure i propri figli.57 Vi  di li pi: poich Jahv era il dio dei vivi il cui interesse
era quello di vegliare sulle sorti del suo popolo in quel paese della terra che egli aveva dato loro in
possesso, lo Sheol era fuori della sua giurisdizione, e i suoi abitanti erano dimenticati e tagliati fuori
dalla sua mano.58
L'epoca esatta in cui prese forma in Israele questa interpretazione dell'aldil e se, e fino a che
punto, essa venne tratta dalla nozione babilonese di un paese senza ritorno, sono argomenti ancora
controversi. Pu darsi benissimo che l'idea dello Sheol sia derivata da quella gi esistente nel periodo
nomadico che considerava la tomba come la dimora ctonia dei defunti,59 dove essi continuavano a
vivere con gli stessi bisogni dei vivi - cibi, bevande, vestiario, luce e utensili - ma non come repliche
spettrali di ci che erano stati in vita. Al contrario, poich i rephaim venivano chiamati elohim, e il
termine di rephaim era attribuito oltre che alle ombre dei morti anche a una antica razza di giganti,60
essi non erano affatto considerati impotenti o privi di conoscenza o di coscienza. Anzi  stato
suggerito che in origine essi fossero figli di dio come i nephilim dell'antichissima leggenda popolare
incorporata nella narrazione della Genesi anteriore al diluvio.81
A quanto pare, gli antichi Ebrei attribuivano certamente ai morti un potere considerevole e
veneravano i loro eroici antenati. Con l'ascesa del jahvismo la loro posizione nel culto si ridusse a
quella di esseri semidivini, e con lo sviluppo del concetto di nephesh, o animo aeriforme che alla morte
abbandona il corpo, l'alito vitale (mach) soffiato in Adamo all'atto della creazione e rinnovato ad ogni
nascita successiva02 lasciava solo un'ombra, un'anima-fantasma quale replica dell'organismo vivente.
Cos, nel libro relativamente recente dell'Ecclesiaste, posteriore all'esilio,  detto che il processo della
creazione si inverte con la morte, quando gli elementi fisici del corpo ritornano alla polvere della terra e
lo spirito (ruach) - l'impersonale energia divina - ritorna a Dio che l'ha dato,63 mentre l'anima
(nephesh), pura funzione del corpo materiale, sopravvive nello Sheol sotto forma di larva o di ombra.
La tendenza generale del pensiero ebraico era dunque diretta nel senso di un nebuloso aldil nel quale
una immortalit cosciente e personale non aveva n uno scopo reale n una funzione dinamica, e ci
indipendentemente da influenze estranee mesopotamiche.
Un uomo poteva sperare di rivivere nei suoi discendenti come i suoi antenati rivivevano in lui, e
al figlio incombeva l'obbligo del giusto adempimento dei riti funebri per il padre: da ci forse deriv il
levirato che imponeva a un uomo di sposare la vedova del fratello per mantenere a tale scopo la
discendenza del defunto,64 Ma questa si trasform sempre pi in una sopravvivenza collettiva. Come
individuo, l'uomo era destinato a sopravvivere quale ombra del doppio che anticamente si era
ritenuto abitasse nella tomba come un essere vivente debitamente venerato e depositario di una
conoscenza e di una saggezza sovrumane. Dal IX secolo a. C, comunque, questa dottrina profetico
prevalse nella comunit israelita anteriore all'esilio, e continu a per sistere dopo l'esilio tra i Sadducei
e gli elementi pi conservatori della ricostituita nazione. Cos, per esempio, Ben-Sirach, che scriveva
poco prima della rivolta dei Maccabei, considerava le tombe come la dimoro comune di tutti gli
uomini, dalla quale per decreto divino non si pteva ritornare,65 bench percepisse vagamente che le
ossa dei Giudici di un tempo potevano nuovamente risorgere dai loro sepolcri.65
Nonostante, per, questo tentativo jahvista di ridurre lo Sheol allo stato inerte dell'Aralu
babilonese, che non pu non avere influenzalo il concetto ebraico delle regioni infernali, l'antica
credenza in una forma cosciente di vita oltre la tomba non scompare mai completamente in Israele e nel
giudaismo. Si continu a seppellire i guerrieri con le spade e gli scudi, ad abbigliare sontuosamente le
salme, a mutilare i nemici, e Rachele pianse per i suoi figli al tempo dell'invasione caldea.69 Ma solo
quando, infine, la sovranit universale di Jahv venne estesa fino ad abbracciare il regno dei morti, si
adott un nuovo atteggiamento verso la dottrina dell'immortalit.70 Fintantoch i morti nello Sheol
erano tagliati fuori dal loro dio, fintantoch li si riteneva abbandonati dalla sua presenza e dalla sua
potenza, non vi poteva essere speranza di vita eterna. Ma quando si riconobbe che egli era il dio di
Abramo, di Isacco e di Giacobbe, considerati come individui e non soltanto quali antenati di Israele
come nazione, allora il loro destino finale non poteva non entrare nel raggio del suo dominio.
Giobbe aveva espresso la convinzione che alla fine Dio avrebbe vendicato la sua innocenza
nello Sheol, dove egli Lo avrebbe visto dopo che i vermi avrebbero distrutto il suo corpo,71 ma questo
impeto di fede personale non comporta l'interpretazione della resurrezione della carne che ad esso
venne data nei testi tradotti sotto l'influenza cristiana. In effetti, solo in un punto delle scritture
canoniche si afferma la credenza nella vita eterna e nella retribuzione che si riceve nell'aldil,72 e in
esso si fa riferimento a un ritorno dell'anima sulla terra in un corpo resuscitato dove essa sarebbe stata
retribuita secondo i suoi meriti. In un impeto di sconforto Giobbe aveva gridato: Oh, se l'uomo dopo
morto potesse ritornare in vita,73 ma non sperava affatto che il suo desiderio sarebbe stato esaudito.
Alla fine, per, nella letteratura apocalittica dei secoli immediatamente precedenti e successivi al
sorgere della nuova ra (180 a. C.-c. 100 d. C.), quando l'escatologia iraniana penetr in seno al
giudaismo e si afferm la giurisdizione di Jahv sui morti, lo Mieol divenne uno stato transitorio per gli
Israeliti fedeli, pur rimanendo la dimora finale per il resto dell'umanit.74
Verso il 170 a. C., per fare una opportuna cernita della comunit, esso venne suddiviso in vari
settori, dove i buoni ricevevano appropriate ricompense e i malvagi le giuste punizioni, e venne situato
nell'estremo occidente, come nelle escatologie babilonese, egizia e greca; ma il conretto ebraico del
soggiorno dei morti continu anch'esso a persistere in altri punti del libro di Enoch. Col nascere della
credenza in una retribuzione nell'altra vita, accanto allo Sheol considerato come un luogo di pena, il
cielo divenne la dimora d Dio e degli angeli, situata al di sopra degli spazi celesti,70 poggiata su
pilastri e con cancelli e portali da cui apparivano le stelle.77 Nei sette cieli in cui era suddiviso il regno
celeste78 risiedevano le diverse schiere angeliche assieme ai giusti collocati nelle dimore ad essi
destinate.79
Il paradiso  rappresentato come il possedimento celeste dei giusti, situato, secondo il Libro di
Adamo ed Eva, nel terzo cielo. L venne trasportata l'anima di Adamo dopo la sua morte,80 e l San
Paolo disse di essere stato rapito.81 Nel primo secolo d. C, per, l'abitazione finale dei giusti venne situata ai
settimo cielo,82 privilegio che fino ad allora era stato riservato ad Elia e ad Enoch.83 Nelle scritture
canoniche ebraiche il paradiso non  citato come la dimora dei morti, e il termine stesso  quasi
certamente di origine iraniana. Poich originariamente esso designava un parco o un giardino,
venne subito adottato nella letteratura apocalittica per indicare la controparte celeste del Giardino
dell'Eden.84 Poi, nel primo secolo a. C., divenne uno stato intermedio a cui erano ammessi tutti i giusti, e
non pi una riserva speciale destinata ad Enoch e ad Elia all'atto della loro traslazione.
I malvagi invece, relegati in uno speciale settore di pena dello Sheol, erano destinati a
consumarsi in un luogo di tormento che -traeva il nome dalla valle di Hinnom a sud-ovest di
Gerusalemme, ritenuta sin dai tempi pi antichi sede dei sacrifici di fanciulli offerti a Moloch e di altre
simili abominazioni.85 Perci divenne ben presto il simbolo dello stato finale degli Ebrei apostati e di
coloro che opprimevano il popolo eletto di Dio.80 All'inizio dell'ra cristiana si ritenne che questi
tormenti eterni dei dannati venissero comminati in varie localit come il terzo cielo, le regioni inferiori
e una parte inaccessibile della terra,87 associata ad Azazel nel deserto, o nel tenebroso Tartaro e nei
neri recessi dell'inferno.88
Al momento della resurrezione generale nel Giudizio Universale apparir il pozzo del
tormento e di contro ad esso, in alto, il luogo del ristoro. Si manifester la fornace della Gehenna e di
contro ad essa, in alto, il paradiso delle delizie con alberi dai fiori profumati e dai frutti deliziosi, e in
mezzo ad essi l'albero della vita,S9 l'equivalente ebraico dei Campi Elisi degli Egiziani. L, vigilati
dagli angeli, si riteneva che i giusti avrebbero dimorato per sempre in letizia, in pace e in beatitudine
infinita,90 in netto contrasto con i loro predecessori dello Sheol. Dotati di un corpo celeste, coloro che
erano ritenuti degni di raggiungere questo stato finale di eterna beatitudine erano rivestiti del manto
della gloria di Dio subito dopo aver lasciato la dimora intermedia, mentre i malvagi passavano nel
luogo del tormento situato nella parte settentrionale del terzo cielo, o nel profondo dell'inferno dove i
prigionieri stanno in pena aspettando un giudizio senza limiti.91 Alla resurrezione le loro anime si
sarebbero dissolte ed essi si sarebbero avviati al luogo del tormento per dimorare tra le fiamme della
Gehenna.92
Nessun tentativo  stato fatto per sistemare questa escatologia apocalittica, tanto nel suo aspetto
ebraico che in quello cristiano. La Gehenna, per esempio, ha parecchie sfumature di significato che
vanno da quello di valle del fuoco perpetuo, legato alle immagini di Hinnom e di Topheth, a quello di
settori di pena dello Sheol considerato come la dimora eterna e definitiva del tormento o come la sfera
temporanea di coloro che attendevano la resurrezione a vita eterna o la distruzione riservata ai dannati.
N si riscontra una maggiore precisione nel Nuovo Testamento. Nei Vangeli Sinottici la parola
Gehenna si ritrova circa una dozzina di volte in riferimento al giudizio e alla condanna dei peccatori
destinati a perire nel fuoco inestinguibile, nel luogo del pianto e dello stridor di denti.93 In alcuni
brani la punizione  considerata eterna, mentre altri la considerano riparatrice e variabile, eccetto nel
caso del peccato espressamente definito come imperdonabile.94 Nel Quarto Vangelo, invece, si mette
in risalto la vita eterna che Cristo, in quanto Logos, possiede in se stesso e dispensa ai suoi fedeli che
credono in lui e partecipano sacramentalmente della sua vita.95 Alla Parusia, vi  detto, il suo eletto
verr raccolto presso di lui e resuscitato nell'ultimo giorno per partecipare alla resurrezione
generale.90 Solo una volta  detto in questo Vangelo che i malvagi parteciperanno a tale
resurrezione,97 bench si affermi che colui che non crede al Figliuolo non vedr la vita, ma l'ira di
Dio resta sopra di lui.98 Con queste modifiche l'escatologia apocalittica trov un posto nella
tradizione cristiana.
Usanze funerarie elleniche e micenee. Il concetto di immortalit si svilupp in Grecia su un
piano parallelo a quello di Israele: le ombre omeriche erano la controparte dei rephaim ebraici nelle
loro rispettive dimore sotterranee. Inoltre, sullo sfondo miceneo dei poemi omerici si scorgeva un culto
dei morti pi chiaramente definito, paragonabile a quello che a quanto pare si praticava tra gli Ebrei
primitivi. Cos, nelle tombe a galleria dei re ellenici e nelle tholoi micenee  stata ritrovata una grande
quantit di suppellettili funerarie che costituiscono una eloquente testimonianza del profondo rispetto in
cui era tenuta nell'Egeo la memoria dei grandi principi. Nella Grecia micenea al capo dello stato
(wanax) venivano virtualmente tributati onori divini, probabilmente sotto l'influenza egizia, e nelle
tombe ad alveare in cui venivano sepolti i re nella seconda met del secondo millennio a. C, questi
continuavano a vivere come eroi deificati, probabilmente con un culto intimamente connesso con
quello degli di."
Poich in molte tholoi (per esempio a Kapokli, Dimini, Menidi, Vafeio, Pilo di Messenia, e in
Calcide) si  ritrovato vasellame appartenente al tardo minoico come pure al tardo miceneo, esse
appartengono indubbiamente a un periodo posteriore a quello delle tombe a galleria. Gli scavi effettuati
a Micene dopo la seconda guerra mondiale hanno portato alla luce numerose tombe a galleria
dell'ellenico medio situate nel recinto funerario ad ovest della cosiddetta Tomba di Clitennestra,
presso la Porta dei Leoni, e contenenti scheletri di adulti e bambini, numerosi vasi, spade e pugnali di
bronzo, ornamenti d'oro, una piastra d'avorio e una coppa d'argento. In alcune di esse sono state trovate
in situ accanto agli scheletri ricche suppellettili; in altre erano stati sepolti successivamente diversi
membri della famiglia, e a tale scopo la tomba era stata riaperta tre o quattro volte. Nel loro insieme
esse dimostrano che sul finire del periodo ellenico medio (c. 1650-1500 a. C.) si usava deporre ricchi
doni in tombe accuratamente costruite, il che presuppone un culto dei morti assai sviluppato, almeno
per quanto riguarda le classi pi importanti della comunit,100 che preparava la via alle grandi tholoi
monumentali della met successiva del secondo millennio a. C.
Questa elaborata tendenza alla quale sono anche da attribuire i pozzi sacrificali, scoperti a
Drachmani e a Dendra, riempiti delle ceneri e dei resti carbonizzati degli olocausti,101 conferma
l'ipotesi di Nilsson che una delle caratteristiche distintive della fase micenea della religione egea fosse
uno sviluppato concetto dell'aldil e un culto degli eroi, in contrasto con l'assenza di simili corredi
funerari nelle tombe minoiche di Creta.102  probabile che in un primo tempo i sontuosi riti tenuti
nelle tombe a galleria e nelle maestose tombe ad alveare fossero riservati ai sovrani, ma in tal caso essi
dovettero ben presto essere adottati dai loro sudditi, a giudicare dal contenuto delle tombe. A Creta
queste caratteristiche distintive egee vennero introdotte principalmente sotto l'influenza micenea, come
si vede per esempio dal sarcofago di Haghia Triada dove nelle scene raffigurate si possono distinguere
elementi egizi e micenei, nonch dai numerosi vasi egizi e da altri oggetti fra cui maschere mortuarie,
uova di struzzo e un esemplare isolato di imbalsamazione nelle tombe a galleria elleniche, come pure
dalla costruzione dello camere tombali e dall'oro che le adorna.103
Oggi non si possono pi considerare gli ossari comuni di Creta come i prototipi delle tholoi
micenee, come supponeva Evans,104 poich pi che a Creta i precedenti delle camere tombali greche
debbono ricercarsi in Egitto. Ma quando a Micene la sepoltura in camere tombali scavate nella roccia
venne adottata dal popolino e and affermandosi un culto degli eroi, le grandi tombe ad alveare,
riservate probabilmente ai sovrani micenei, vennero costruite principalmente sul modello dei recinti
funerari e ricoperte da una volta a sella sormontata da un tumulo Questo culto era accentrato nel re,
probabilmente alla maniera egizia, ed era assai diverso dalla semplice credenza ellenica nella
sopravvivenza dell'uomo, diffusa tra la popolazione indigena della Grecia e attestata dalle suppellettili
tombali delle classi pi importanti della comunit. Le salme della gente del popolo venivano invece
sepolte con poca o nessuna solennit, e poche o inesistenti erano le provviste per sopperire ai bisogni di
un'altra vita alla quale probabilmente non aspiravano nemmeno.
Ancora pi netto  il contrasto esistente tra le usanze funebri micenee e quelle citate nella
letteratura omerica. L'inumazione era qui sostituita dalla cremazione, e le suppellettili funerarie di cui
si fa menzione venivano arse sulla pira insieme al cadavere, mentre le tombe a galleria, le camere
tombali e le monumentali tholoi si ridussero a un semplice tumulo sormontato da un menhir sotto al
quale veniva deposta l'urna contenente le ceneri del defunto.105 Non vi  nulla in queste pratiche
funebri che faccia pensare a un culto degli eroi, per quanto si esaltassero le gesta di Agamennone, il
condottiero dei Greci nella spedizione contro Troia, e quelle dei suoi confederati. Un guerriero ucciso
in battaglia o in altre circostanze analoghe veniva regolarmente cremato perch secondo la descrizione
di Omero questa innovazione era considerata nell'et eroica il trattamento normale riservato alle salme
dei defunti: questo per, s'intende, non era che uno dei metodi adottati nella Grecia classica.
Nella narrazione omerica del funerale di Patroclo vi sono tracce di sopravvivenza delle antiche
usanze micenee. L'immolazione di quattro cavalli, nove cani e dodici prigionieri, e di pecore e di buoi
sul rogo funebre106 pu essere stata null'altro che un atto di vanitosa barbarie da parte di Achille,
condannato dal poeta come un gesto malvagio. Ma come suggerisce Nilsson,  pi probabile che
fosse invece una ripetizione dei riti compiuti in epoca preomerica alla tomba del principe di Midea
presso Dendra, comprendenti il sacrificio di uomini ed animali che vennero bruciati assieme ad altri
oggetti su un rogo costruito sopra due fosse.107 Sembrerebbe che il funerale di Patroclo si fosse svolto
sulla traccia di un'antica usanza che conservava i procedimenti primitivi. Cos Achile, il principale
dolente, digiun e non si lav per tutta la durata della cerimonia;108 la salma venne pianta dalle
prefiche109 e quindi portata in processione da guerrieri con la testa rasata fino alla pira funebre;
compiuti i sacrifici di rito, le ceneri vennero poi deposte in un'urna e interrate sotto il tumulo.110
L'antica credenza in una forma di esistenza cosciente oltre la morte si conserv nella
descrizione della psiche di Patroclo, mirabilmente simile a lui, che aleggi sopra Achille per tutta la
notte. Questo concetto dello stato dei morti differisce di gran lunga dalle normali vedute dei poemi
omerici. Alla morte la psiche, o alito di vita, sfuggiva dal corpo con l'ultimo respiro (raffigurato nelle
pitture vascolari come una miniatura del defunto), e quale debole ombra e fantasma inconsistente (
s!Sto\'7d,a)111 prendeva dimora nel lugubre regno di Ade nell'estremo occidente, e sotto la terra.
Invece di continuare insieme al corpo la vita consueta in una tomba elaboratamente costruita e
adeguatamente' fornita di vettovaglie, suppellettili, utensili e comodit materiali, le spoglie mortali
venivano distrutte col fuoco al pi presto possibile per evitare che potessero ostacolare la partenza
dell'anima. Ma poich la sede della sensibilit (&uu?) e della percezione (vou;) era il cuore e il
diaframma (cppsve?), e quindi apparteneva all'organismo fisico, la psiche liberata era priva di
coscienza. Quando la vita corporea cessava, cessavano anche le emozioni e le percezioni, e tutto ci
che rimaneva era un'ombra spettrale (ctxioc ) o una immagine (siSwXov) senza sostanza.
Pur tenendo nel debito conto la natura letteraria dei poemi, che esponevano con linguaggio
fiorito le avventure degli di e degli uomini senza rispettare gran che le speculazioni teologiche correnti
sull'altra vita,  evidente che nella tradizione omerica si era verificato un mutamento fondamentale nel
culto dei morti e nelle credenze ad esso associate. In certa misura, le antiche idee e consuetudini
continuarono senza dubbio a sopravvivere, ma ora, almeno per i comuni mortali, morire significava
virtualmente passare nell'oblio del regno degli inferi da cui, come in Babilonia, non si poteva fuggire e
in cui non vi era esistenza cosciente. Le pallide ombre insensibili vagavano ammassate come branchi di
pipistrelli incapaci di gioire o di soffrire. La madre di Ulisse guardava il figlio con occhio assente, e
solo quando bevvero il nero sangue, agente vivificatore, quei fantasmi ritornarono coscienti.112 Una
eccezione si ebbe nel caso di Tiresia, il cieco profeta tebano al quale Persefone aveva concesso la
ragione (voC?) come un favore speciale, ma le altre anime vagavano attorno come semplici ombre.113
Anche se Orione cacciava le fiere nelle tristi pianure di Asfodelo e Minosse brandiva il suo scettro
d'oro e giudicava i morti in essi mancava tuttavia ogni sostanza, ogni sentimento, ogni attivit. Solo ad
alcuni eroi privilegiali come Cadmo, Armonia, Eracle e Menelao, fratello minore di Agamen none,
marito di Elena e genero di Zeus, era promesso un Elisio senza morte nelle Isole dei Beati dove il cielo
era sempre limpido e dove spi ravano le dolci brezze occidentali.114 Ma essi conservavano i loro corpi,
e in qualit di di sfuggivano alla prigionia delle anime disincarnate o vaganti. Solo alcuni celebri
peccatori immortali, come Tantalo, Titiso e Sisifo, erano condannati a soffrire in eterno le pene del
Tartaro, ma tuttavia nell'Ade l'esistenza era tanto triste e sgradevole che Achille, come il babilonese
Enkidu nel Paese senza Ritorno, esclamava: Non rivolgermi parole di conforto riguardo alla morte, o
glorioso Ulisse. Preferirei essere il servo di un altro, di un diseredato a cui siano appena sufficienti i
mezzi di sussistenza, che essere il signore di tutti coloro che son periti.116
Come in Israele, per, non poteva essere questa la sentenza definitiva circa il destino finale
della travagliata umanit. Nell'et omerica l'interesse era assai verosimilmente accentrato su questa
vita, e il racconto della discesa di Ulisse agli Inferi era innanzitutto una narrazione letteraria in
linguaggio nobile delle avventure dell'eroe troiano e delle sue relazioni con i compagni di una volta.
Non era certo nelle intenzioni del poeta fornire una descrizione dettagliata del luogo in quanto tale,
come nel caso di Dante, e tanto meno di formulare una dottrina dell'immortalit. Spesso veniva adottata
una teoria dell'anima che mal si conformava alle pratiche vigenti relative ai morti e presa a prestito da
epoche precedenti in cui le idee sull'aldil erano ben diverse. Ci risulta evidente nei riti funebri di
Patroclo che, come abbiamo visto, presupponevano un culto dei morti assai sviluppato con una
elaborata tendenza che contrastava nettamente col concetto omerico di un'anima fantomatica e
impotente. Libazioni di sangue e vino e sacrifici venivano offerti per dar vita e nutrimento alla psiche e
Circe consigliava a Ulisse di promettere alle ombre loquaci di offrir loro una giovenca sterile al suo
ritorno in Itaca.116
Qui  implicita l'idea della rianimazione dei morti per mezzo dell'essenza vitale del sangue
rigeneratore, idea che non pu conciliarsi col concetto omerico di una sopravvivenza sotto forma di
ctonie ombre insensibili, immagini vaganti di coloro che furono attivi sulla terra, tagliate fuori da
ogni contatto con l'uomo. Nondimeno, come ha detto Rjode, preso nel suo insieme il quadro omerico
della vita spettrale dell'anima disincarnata era frutto della rassegnazione, non della speranza. La
speranza non avrebbe mai potuto deludere se stessa con l'anticipazione di uno stato di cose che non
offriva agli uomini n l'appiglio di mia attivit oltre la morte, n un riposo dagli affanni della vita; che
prometteva loro solo un incessante e vano vagabondare: un'esistenza, m, ma che in s non aveva nulla
di tutto ci che l'avrebbe resa degna di chiamarsi vita.117 I canti del bel tempo antico in cui di ed
eroi si univano liberamente tra loro, cantati nelle corti dei principi della Ionia, celebravano le glorie del
passato, ma ai nobili per i quali erano composti e ai quali erano dedicati non veniva da essi una
maggiore ispirazione circa il loro destino oltre la tomba di quanta non ne venisse a tutto il resto della
comunit.
A differenza dei profeti e dei salmisti ebrei, essi non erano per ostili al culto dei morti per
ragioni teologiche, e non intendevano affatto escludere gli di dal regno dei morti. Al contrario, invece,
nell'Odissea l'rebo era posto sotto il controllo di Ade e di Persefone, e gli stessi di olimpici erano
figure antropomorfe con qualit e attributi umani, pur non occupandosi del destino degli uomini al di l
della tomba. Solo agli di era concessa l'immortalit, ma nondimeno gli eroi godevano in misura
variabile di una discendenza divina e di poteri sovrumani. In breve, la tradizione omerica, pur
apportando un elemento permanente al pensiero e alla pratica religiosa greca, non provvedeva a
soddisfare i bisogni spirituali, pi profondi, dell'umanit. Accanto alla lugubre dimora di Ade stava la
beata esistenza corporea in un Paese di Cuccagna, o Elisio terrestre di ispirazione minoica, situato ai
confini della terra, di cui godevano pochi privilegiati. Era solo questione di tempo: l'antica speranza
latente in una vita migliore e pi completa oltre la tomba trov modo di realizzarsi per tutti coloro che
desideravano abbracciarla, quando nel VI secolo a. C. si diffusero in Grecia nuovi movimenti religiosi
che introdussero il concetto misteriosofico di un beato aldil a cui si poteva pervenire attraverso un
processo di iniziazione in culti esoterici.
L'aldil dei Misteri. Come abbiamo visto, bench i riti assumessero forme assai diverse e si
potessero interpretare in diversi modi, lo scopo principale di questi culti segreti era quello di ottenere
una sorte migliore oltre la tomba. Per dirla con Plutarco, morte e iniziazione si corrispondono
chiaramente e intimamente, parola per parola, cosa per cosa. Si comincia col vagare attorno in circoli
laboriosi, andando di qua e di l nelle tenebre tra timori senza fine; poi, prima della fine vera e propria,
vengono terrori di ogni sorta, brividi e tremori, sudori e stupore. Ma dopo tutto ci, una luce
meravigliosa si fa incontro al viandante; egli viene ammesso nelle ridenti praterie dove sono voci e
danze e la maest di musiche sacre e di sacre visioni. Qui il neofita, compiuti tutti i riti, si trova
finalmente a suo agio.118
Ad Eleusi ci si otteneva con l'aiuto di simboli e visioni sacre rive late nel telesterion; nei culti
traci-frigi di Dioniso e Sabazio, invece, le Menadi si davano a orgie sfrenate per diventare Bacchoi, e in
tale stato si fondevano col dio e diventavano quindi immortali. Sotto l'influenza moderatrice ellenica, le
Dionisiache assunsero nella forma orfica una interpretazione dualistica sotto l'aspetto del mito di Zeus
e Kronos e dei perversi Titani, messo in relazione con la dottrina della metempsicosi. Una volta
affermata l'origine divina dell'anima, si poteva raggiungere la beatitudine eterna adottando il sistema di
vita orfico con le sue purificazioni, i suoi ascetismi, i suoi sacramenti, attraverso cicli di rinascite
successive che si protraevano fino a quando, eliminata la natura titanica, l'anima si liberava dalla
prigione del corpo e raggiungeva finalmente il suo Elisio finale. Poich questo comportava ricompense
e punizioni che venivano dopo la morte, il concetto di aldil si arricch di un elemento etico189 ben
discosto dall'amorale Ade della tradizione omerica.
Secondo il concetto di Pindaro (c. 476 a. C.), giuochi, musiche e soavi odori erano alcune delle
ricompense riservate ai giusti nelle Isole dei Beati; nondimeno, questa escatologia del Giudizio basata
su considerazioni etiche costituiva un definitivo passo in avanti compiuto in Grecia nella
moralizzazione della dottrina dell'immortalit, anche se le idee omeriche non erano state del tutto
sradicate.1"0 Toccava a Platone, me diante una combinazione di immagini orfiche e animistiche,
portare alla viva luce del pensiero filosofico l'origine e il destino dell'anima intesa come il vero io di cui
il corpo era solo lo strumento. Nei miti platonici era implicito un concetto di responsabilit morale
dell'anima, che comportava un giudizio dopo la morte con ricompense e punizioni e cicli di vita in
questo mondo o in qualche altra sfera dell'aldil 121
Dietro a tutte queste speculazioni posteriori si intravvede il concetto primitivo di una
sopravvivenza umana in condizioni non molto diverse da quelle di questo mondo, ma nella quale il
corpo tendeva ad assumere una parte secondaria, anche se non sempre insignificante. Poich i Misteri
eleusini erano di origine micenea con uno sfondo minoico, la nozione ottimistica di una continuazione
idealizzata dell'esistenza terrena rimase a contrastare quella dell'omerico e pi pessimistico regno
sotterraneo delle ombre insensibili dove si diceva che Persefone fosse stata portata dopo il suo
rapimento che port conseguenze disastrose nei mondo superiore. Combinato con le assicurazioni
orfiche di una beatitudine finale che gli iniziati avrebbero raggiunta una volta che le catene della vita
corporea fossero state definitivamente spezzate, l'Elisio pindarico rimase la benedetta Terra dei Beati,
situata sotto il suolo o all'estremit del mondo. Secondo Platone, l'anima immortale preesistente, di
struttura semplice affine a quella dell'Idea immutabile, una volta spogliatasi del suo involucro di carne
e degli interessi materiali terreni, era destinata a riprendere il suo posto nei mondo eterno,
conformemente alla sua vera natura. Ma prima di pervenne allo stato di .pura conoscenza e
comprensione intellettuale nelle Isole dei Beati, poteva essere necessario un periodo di rinascite che per
la maggior parie dell'umanit, non versata nella filosofia e nel ragionamento, poteva anche essere di
diecimila anni.122 Non  dunque da sorprendersi se nel mondo greco-romano molti si volsero ai
Misteri ellenizzati di Iside e di Atti, che offrivano ai loro seguaci l'assicurazione pi immediata di un
beato aldil attraverso un processo rituale di iniziazione.
Capitolo settimo
Cosmologia
Passando dall'ordine umano all'ordine cosmico per analogia con le condizioni prevalenti
dell'umanit, la creazione dell'universo, o di quella parte di esso che era al centro dell'interesse e della
conoscenza, venne concepita nel Vicino Oriente come un processo procreativo operato dagli di e dalle
dee che erano direttamente interessati alla sua generazione. Perci nell'Arco Fertile, nell'Asia
occidentale e nell'Egeo si riteneva che tutte le cose fossero state create da una coppia primordiale o da
un unico progenitore, maschio o femmina, e ben di rado ex nihilo.
Cosmogonia egizia. In Egitto, gli stessi creatori emersero da un liquido caos e cominciarono poi
a chiamare all'esistenza diverse divinit che erano altrettante personificazioni del cosmo nelle sue varie
parti e nei suoi vari aspetti. Da Nun, l'abisso primordiale, proveniva tutta la vita, e da allora in poi il
sole ha sempre continuato a rinascere ogni mattina da quelle acque sotterranee, cos come da esse
proveniva l'annuale inondazione fecondatrice del Nilo, identificato con Osiride, da cui dipendeva lo
sviluppo e il rinnovamento della vegetazione quando le acque si ritiravano e il suolo fertile tornava ad
apparire. E non  da sorprendersi che fossero state personificate come divinit, perch, assieme al sole
che si riteneva sorgesse da esse per compire la sua corsa quotidiana attraverso l'orizzonte, erano la
fonte di ogni vitalit. E invero, di ogni dio si poteva dire che era nato da Nun. Perch in ultima
analisi l'abisso primordiale era considerato il padre di tutti gli di che aveva generato spontaneamente il
Creatore del mondo, noto sotto diversi nomi nei diversi centri di culto: Atum-Re ad Heliopolis, Ptah a
Memfi, Thot a Ermopoli, Khum a Elefantina, anche se ciascuno di essi veniva subordinato agli altri a
seconda dei luoghi. Da Nun, dunque, derivarono tanto l'ordine divino che l'ordine cosmico, e non 
improbabile che dietro a quella moltitudine di di interessati alla creazione vi fosse in origine un solo
Essere Supremo, fonte trascendente dell'attivit creativa uni versale, che assommava in s i vari aspetti
ed attributi del cosmo e da cui dipendeva il controllo dei processi cosmici.
Allo stesso modo, la medesima rdice linguistica collega i cieli, le nubi e la pioggia con le loro
principali personificazioni nel Creatore e con le sue manifestazioni in seno alla natura, come la
tempesta e il tuono. Zeus o Dyaus Pitr tra gli Indoeuropei, come Teshub in Anatolia, era innanzitutto il
dio del cielo, delle tempeste e del tempo, nolo sotto diversi nomi prima di assumere le funzioni dei vari
di che riuniva in s, e in Egitto il Dio-Falco Horus, l'Eccelso, era considerato una divinit celeste
dotata di capacit creative prima di acquistare un significato solare e in ultimo una funzione osiriaca.
Considerando il posto occupato dal sole nella valle del Nilo come forza vivificatrice e distruttrice, non
era da sorprendersi che diventasse il principale simbolo della creazione, anche se l'autocreato Ptah di
Memfi continuava a conservare la sua posizione di unico Creatore dell'universo e degli di che erano
concezioni materializzate della sua mente.1
Nella teologia meinftica Ptah era originariamente considerato anteriore al Dio-Sole Atum,
perch gli otto di che avevano creato il sole dalle acque primordiali erano sue creature, come lo erano
gli otto elementi primordiali del caos con cui si identificava come Ptah-Ta-Tjenen, Ptah del Paese
Alto, la Collina Primordiale da lui creata dalle acque di Nun perch divenisse il centro della terra.
Tutto ci che esiste, dunque, proveniva da lui e attraverso lui funzionava in quanto egli era la base di
tutto il creato. Ptah era il cuore che pensava e la lingua che comandava, e servendosi di una ruota
da vasaio aveva modellato un uovo dal quale era nata la terra, oppure, come talvolta si era supposto,
l'aveva scolpita come una statua.2 In questa pi astratta concezione della teologia memfitica Ptah
divenne il grandissimo Creatore da cui l'ordine cosmico emanava virtualmente ex nihilo. Nel suo
cuore e sulla sua lingua era nato qualcosa in forma di Atum, e mediante questo processo di pensiero
creativo furono generati e sistemati nei loro templi anche gli altri di dell'Enneade. Ci fatto, gli
uomini, gli animali, tutti gli esseri striscianti e tutto ci che vive vennero creati allo stesso modo dal
pensiero e dalla parola di Ptah. Rest cos assodato che la sua potenza era maggiore di quella degli altri
di, e anch'egli allora, come Jahv nella narrazione sacerdotale ebraica, di cui diremo pi avanti, si
ripos delle sue fatiche ben contento di ci che aveva fatto.
Quando con la prima dinastia Memfi acquist improvvisamente il predominio, i suoi teologi
convennero che il suo dio Ptah doveva essere pi grande di tutte le altre divinit, compreso persino
l'eliopolita Atum di cui si diceva che era ricorso alla masturbazione per creare Shu e Tef nut,
l'atmosfera e l'umidit, ricevendo in bocca il proprio seme. Ptah invece aveva concepito tutte le cose
nella sua mente (il cuore) e le aveva generate con le parole delia sua bocca (la lingua), A tal fine
vennero utilizzate tutte le risorse disponibili: il Dio-Sole sorgente dal caos, la creazione degli otto di
celesti e terrestri dell'abisso, una ogdoade trasformata in enneade con l'aggiunta di Atum. Non mancava
che sostituire Ptah ad Atum come capo del pantheon e farlo diventare la fonte in lima del processo
creativo per insediarlo come il Creatore sul grande irono e identificarlo con gli di originali
dell'Ogdoade:
Ptah-Nun, il padre che gener Atum;
Ptah-Naunet, la madre che partor Atum;
Ptah il Grande, cio cuore e lingua dell'Enneade;
Ptah . . . che diede vita agli di.3
Questi di egli aveva creato dal nulla, prima ancora dello stesso caos, prima ancora di Atum, il
capo dell'Enneade, col quale si inizi l'opera della creazione quando gli di e le forze cosmiche divine
vennero messi in congiunzione con l'universo fisico.
Mentre le altre divinit creavano con mezzi fisici, Ptah esercitava le sue funzioni spiritualmente
nel regno delle idee, col pensiero e con la parola, prendendo cos il sopravvento sul resto del pantheon:
divenne in tal modo il Grande, il Signore delle Due Terre. Tutti gli altri di gli rendevano omaggio
ed erano contenti perch erano associati con lui. Sembrerebbe, come ha osservato Breasted, di scorgere
nel contesto della cosmologia egizia e in queste primitive speculazioni una anticipazione della dottrina
del Logos di Filone e del Quarto Vangelo.4 Tuttavia, era questo un cosmo nel quale di e uomini erano
in stretta relazione tra di loro e condividevano la medesima natura e il medesimo comportamento col
Supremo Creatore, che era ancora ben lontano dal monoteistico e trascendente Dio vivente della
religione ebraica e cristiana, o dalla ellenica Prima Causa dell'universo, principio dell'intelligenza
divina e dell'ordine cosmico. Lo scopo principale della teologia memfitica era di confermare Memfi
quale nuovo centro di uno stato teocratico e di unificare l'Alto e il Basso Egitto in una unica dualit
governata da un Faraone che era egli stesso l'epitome di tutto ci che era divino nella valle del Nilo.
Pur se l'atto della creazione era descritto in termini spirituali come una emanazione del pensiero di
colui che era la fonte di tutto ci che esiste, sia umano che divino, Ptah era in primo luogo la potenza
intima della terra, una potenza tuttavia trascendente e non immanente nella natura. Ma egli aveva
creato gli di locali e le loro citt e aveva ordinato i loro domini in un pantheon politeistico.
Inoltre, la teologia memfitica non fu mai universalmente riconosciuta in Egitto. Era troppo
astratta per essere accettabile da tutti, e la nazione tutta intera si volse ad Atum e ad Amon-Re,
immanente nel sole e noi vento e incarnato nel sovrano che regnava in terra, quale centro dinamico
dell'ordine cosmico e politico. Nella mitologia solare, il sole che tutto cinge era rappresentato al
mattino come un falco che vola attraverso l'orizzonte, o come lo scarabeo nato da se stesso che rotola
attraverso il cielo la palla del sole, mentre nel pomeriggio era un vecchio che alla sera scendeva
barcollando verso occidente. La terra era raffigurata cinta da montagne su cui poggiava il cielo,
personificato dalla dea Nut. Sotto di essa era il grande abisso dal quale il Dio-Sole nasceva ogni
mattina come all'inizio della creazione, quando egli sorse da esso, primogenito dell'oceano primordiale,
Nun. Il cielo e la terra rimasero inseparati finch Shu, il Dio-Aria, padre di Nut, prese la figlia e
puntando saldamente i piedi sulla terra, la sollev in alto e la sostenne tra le sue braccia. La volta del
cielo era anche raffigurata come una immensa vacca mantenuta dagli di, dal ventre punteggiato di
stelle; sotto di essa era la Via Lattea che veniva attraversata ogni giorno dalla barca mattutina del sole,
il cui equipaggio era talvolta composto di stelle personificate.
Atum divenne il dio supremo del regno celeste, dove esercitava le sue funzioni creative, mentre
il suo culto e il simbolismo cosmico relativo divennero predominanti nell'Antico Regno sotto
l'influenza potente di Heliopois. Nella V dinastia (c. 2380 a. C.), quando la citt divenne capitale e
centro del culto solare, egli era il capo dell'Enneade e il Faraone assunse il titolo di Figlio di Re. L
nel tempio sorgeva la Casa dell'Obelisco che si riteneva poggiasse sulla Collina Primordiale sulla
quale Atum era apparso la prima volta, e di conseguenza era considerata il centro delle forze creative
che egli aveva combinato in s quando era divenuto il progenitore della Grande Enneade: Shu (l'aria) e
Tefnut (l'umidit), Geb (la terra) e Nut (il cielo), Osiride e Iside, Seth e Nephthys, figli di Geb e Nut,
oltre a se stesso. Intorno a lui, Atum-Re, si svilupp nell'et delle piramidi una complessa mitologia
nella quale come dio supremo egli divenne il Creatore nato da se stesso, la fonte della vita e della
procreazione, il padre degli di e la personificazione del sole nelle sue molteplici forme e attribuzioni.5
Egli era il signore del mondo in tutte e quattro le direzioni dell'orizzonte, e nello stesso tempo
esercitava uno speciale controllo protettivo sull'Egitto, poich il Faraone era suo figlio e la sua
incarnazione sulla terra.
Nella valle del Nilo, per, il simbolo cosmologico era quello delle Due Terre e non i quattro
punti cardinali del mondo. Secondo Frankfort, questa antica concezione del Regno delle Due Terre, che
continu
manifestarsi analogicamente in un simbolismo dualistico ancora molto tempo dopo che
l'unificazione dell'Alto e del Basso Egitto attribuita a Menes era diventata un fatto compiuto,
soddisfaceva all'abito mentale degli Egiziani che tendeva sempre a concepire il mondo da un punto di
vista dualistico come una successione di coppie e di contrasti che si corrispondevano a vicenda in un
equilibrio immutabile: cielo e terra, nord e sud, Geb e Nut, Shu e Tefnut.6 Wilson, d'altra parte, 
giunto alla conclusione che fosse appunto la dualit delle Due Terre a creare il dualismo,7 il che non 
affatto improbabile, poich l'Egitto  sempre .lato innanzitutto il dono del Nilo, e il Nilo era, assieme
al sole, la fonte e il simbolo della vitalit del paese e dei suoi abitanti.
La divisione principale era costituita dalle estensioni superiore e inferiore del fiume,
perennemente in conflitto fino a quando non vennero unificate in un insieme dualistico e messe
successivamente in relazione col culto solare e con le sue concezioni cosmiche quadridimensionali.
Non di rado, a quell'epoca, il mondo dell'orizzonte e il mondo dei Due Territori si trovavano in uno
stato di tensione e di conflitto, personificato nelle due figure di Horus e di Seth, mentre il Faraone
faceva da mediatore tra le forze divine dell'ordine cosmico nell'interesse e per il benessere della
nazione unificata.8 Egli era il centro dinamico stabilizzatore del paese che metteva in comunione con le
fonti divine e con le potenze regolatrici dell'universo in un processo sacramentale di mediazione,
essendo egli stesso una figura cosmica e l'incarnazione delle forze dell'universo stesso.9 Era anzi il dio
per le cui gesta tutte le cose vivevano, si movevano ed esistevano nella valle del Nilo, consustanziale
col suo padre celeste Atum-Re.10
Come era la fonte della vita e dell'ordine, cos era anche il paladino della giustizia perch
viveva in Maat, dissipando le tenebre del disordine e irradiando lo splendore di Maat nel suo
significato cosmico, sociale ed etico di ritmo dell'universo, di buon governo, di armoniose relazioni
umane, di legge, di giustizia e di verit. L'universo stesso, anzi, era considerato come una monarchia: il
re del mondo era stato il primo Faraone egizio, e i suoi successori, in virt della loro discendenza da
Atum-Re, avevano consolidato le Due Terre in un'unica nazione conferendole una posizione di
equilibrio immutabile come l'immutabile ritmo delle stagioni che nella valle del Nilo seguiva il suo
corso annuale con stupefacente regolarit.
Accanto alla cosmogonia memfitica e a quella eliopolita, anche Hermopolis aveva una Collina
Primordiale che si diceva fosse apparsa all'inizio dei tempi come un'isola di fiamme in mezzo alle
acque primeve:11 una ogdoade di di e di dee personificava l'informe caos anteriore alla creazione. La
prima coppia di questi otto di era composta da Nun, le acque primordiali, e da Nunet suo consorte, lo
spazio celeste al di sopra dell'abisso. Venivano poi Huh e Huhet, gli spazi infiniti e impercettibili
dell'informit caotica, seguiti da Kuk e Kuket, le tenebre e l'oscurit. E infine, Amon e Amonet, gli
aspetti intangibili e segreti del caos, simili al vento che spira secondo il suo capriccio senzarivelare
donde viene e dove va.
A capo di essi venne posto Thot, probabilmente un antico dio del Delta facente gi parte della
Piccola Enneade di Heliopolis, che assieme ad Horus costituiva il cuore e la lingua di Atum e di Ptah.
Bench non facesse realmente parte dell'ogdoade, si riteneva che gli otto di primordiali fossero le
anime di Thot. Come un ibis egli aveva deposto sulle acque di Nun un uovo dal quale era scaturito il
Dio-Sole; ma si diceva anche che questi fosse nato in un fiore di loto. Nella sua veste ermo polita lo
stesso Thot si era generato da s, ed era la personificazione dell'intelligenza divina, onnisciente e
onnipotente, che esercitava la sua attivit creatrice per divina espressione: la parola della sua voce."
Ma la mitologia ermopolita  inestricabilmente confusa, ed  impossibile stabilire se fosse stata
l'Ogdoade a creare Atum oppure Atum a generare gli otto di; quali fossero poi precisamente la
relazione esistente tra essi e Thot e le sue funzioni cosmologiche, non si pu affatto determinare con
una pur minima sicurezza. Cos, nel Nuovo Regno, Amon divenne il capo del pantheon e dell'Enneade
tebana, accoppiato con l'eliopolita Re e col suo culto nella nuova capitale (Tebe) dove la cosmologia e
la teologia di Amon-Re di Heliopolis e quelle di Thot di Hermopolis vennero fuse insieme facendo di
Amon-Re la suprema divinit solare. Thot non fu pi il dio creatore ma divenne il dio della saggezza e
poi virtualmente il giudice dei morti, perch era lui che pronunziava il verdetto quando le anime
venivano pesate al cospetto di Osiride. E alla sua antica associazione con la luna si deve probabilmente
il fatto che egli era considerato il calcolatore del tempo e dei numeri, poich tutti i calcoli venivano fatti
con la luna.
Nel Nuovo Regno Tebe ottenne la supremazia come principale citt sacra, l'Occhio di Re,
dopo avere assorbito la cosmogonia memfitica, l'eliopolita e l'ermopolita e i loro rispettivi sistemi di
di, facendo di Amon il corpo di Ptah e il viso di Re, che controllava e pervadeva tutto l'universo,
compreso il cielo e il mondo sotterraneo. Nessun dio in Egitto era venerato da solo come unico essere
supremo, tranne durante l'interludio di Ekhnaton quando Aton, la potenza monoteistica mani- festantesi
nel disco solare, venne temporaneamente esaltato come il solo e unico dio. Ci era estraneo al concetto
egizio di divinit, e dopo la morte di Ekhnaton (c. 1366 a. C.) venne nuovamente instaurata la normale
combinazione politeistica di di raccolti in pantheon facenti capo a una potenza creatrice principale e in
cui il tebano Amon-Re era la fonte ultima dell'esistenza.
I faraoni erano sue incarnazioni e suoi rappresentanti, ma erano anche equiparati a una serie di
di che presiedevano ai processi cosmici concorrevano a formare come in un tutto unico divino le
diverse l'orme dell'Ogdoade attraverso cui si manifestavano le qualit, gli attributi e le attivit di Amon
nell'universo e sulla terra d'Egitto. Dopo aver creato tutte le cose, egli continuava a governare le
stagioni e i giorni, a navigare con la sua nave per il cielo e nel mondo sotterraneo, a controllare i venti e
le nubi, a far sentire la sua voce nel tuono, a dar vita agii uomini, alle bestie e alla vegetazione. Dopo la
morte di Ekhnaton Tutankhamon ristabil dunque a Tebe la successione degli Amon e fece nuovamente
di Tebe la capitale dell'impero; indi si dice che egli avesse scacciato il disordine dalle Due Terre,
sicch l'ordine [Maat] era stato nuovamente insediato al suo posto come la prima volta [alla
(reazione].13 Poich la societ era parte integrante dell'ordine divino universale, che comprendeva la
verit e la giustizia, le sue leggi erano identiche alle leggi e ai processi della natura, e tutte erano
originate allo stesso modo per opera e sotto il controllo del Creatore e della sua incarnazione sulla terra.
Perci ogni perturbazione dell'una, come l'eresia di Ekhnaton, produceva un effetto corrispondente
nell'altra sfera di operazioni cosmiche. Di conseguenza, per far s che il paese conservasse le floride
condizioni dei tempi primordiali, si doveva insediare Maat al posto del disordine e della falsit.14 Ci
venne fatto dal faraone e dai suoi sacerdoti che trasmisero la Maat del cosmo dagli di alla terra per
darle stabilit e buon governo.
Nessun dio da solo possedeva per il monopolio assoluto di tutte le forze e le potenze coinvolte
in questa complessa concezione cosmologica della valle del Nilo. Mentre a Heliopolis, a Hermopolis e
a Tebe la fonte ultima di tutte le cose era il Dio-Sole, a Memfi regnava supremo il Dio-Terra Ptah. Ad
Elefantina e a File, Khnum, un antico dio della prima cateratta, era il fattore del cielo e della terra e
del mondo sotterraneo e dell'acqua e delle montagne, che aveva modellato in argilla l'umanit su una
ruota da vasaio.16 Egli aveva sollevato il cielo sui suoi quattro pilastri e a^eva fatto il Nilo. Tanto vasti
erano i suoi poteri di modellatore non solo di di e di uomini, ma anche di fenomeni cosmici, che
egli occup tra i grandi di creatori una posizione importante, non molto diversa da quella di Ptah. Il
suo simbolo, l'ariete, divenne l'anima vivente di Re, ed egli venne rappresentato con la testa di falco
per identificarlo con Horus, il Dio-Ciolo.16 Tanto intima era anzi la sua relazione con Re che spesso
egli venne designato col nome di Khnum-Re, e sotto questo aspetto era una manifestazione della
potenza del Dio-Sole nelle sue varie forme, particolarmente dal punto di vista della potenza
riproduttiva. Perci il re, centro vitale dell'Egitto, era equiparato con Khnum, dio creatore, il
progenitore che porta il popolo all'esistenza.
Questa era dunque la situazione della cosmologia egizia. L'universo fisico, di cui la valle del
Nilo era il punto focale, era raffigurato come emerso dall'oceano primitivo, Nun, che rimaneva sotto la
terra e la cir condava formando il Grande Cerchio, l'Oceano. Che la terra e il cielo fossero sostenuti
da una vacca, da una dea, da una catena di montagne o da pilastri posti ai quattro punti cardinali, o che
il sole fosse il figlio della Dea-Cielo, il vitello di Hathor o l'Atum-Re-Khepri creatore di se stesso, tutto
ci dipendeva dal principale mito cosmogonico che di volta in volta veniva adottato e dal centro a cui
era associato: Heliopolis, Memfi, Hermopolis, Tebe o Elefantina. Le storie della creazione in cui
diversi di erano considerati come la fonte primitiva e contemporanea di tutta l'esistenza - Atum-Re,
Ptah, Thot, Amon-Re o Khnum - avevano tutte dietro di s, nonostante le inconsistenze, il concetto di
una divina attivit creativa che si manifestava nel sole, nel vento, nella terra e nel cielo e creava e
modellava tutte le cose secondo schemi e fini prestabiliti. E questo veniva compiuto mediante
procedimenti di riproduzione sessuale da parte del Dio Creatore, o mediante proiezioni di pensiero che
si esprimevano attraverso la parola divina.
In questo simbolismo cosmologico il Nilo, il sole, il cielo, il toro e la vacca sono figure
predominanti, personificate come potenze creative divine manifestantisi nei fenomeni cosmici. Le
acque dell'inondazione, nettamente suddivise in nord e sud, in Alto e Basso Egitto, costituirono con la
loro funzione fecondatrice le prime e pi fondamentali immagini, mentre il sole, specialmente nel sud,
divenne solo in seguito la caratteristica predominante. Da Heliopolis la teologia solare si diffuse in tutto
il paese. Ogni dio locale venne allora identificato in un modo o nell'altro col Dio-Sole, il culto praticato
nei templi si fond dovunque sulla liturgia eliopolita e la Grande Enneade e la Collina Primordiale
formarono il disegno fondamentale della mitologia cosmica.
Dopo la cosmologia solare si diffuse quella dell'oceano primordiale, le cui numerose
ramificazioni si espandevano sopra, sotto e attorno alla terra, e in ultimo si estesero anche al regno
celeste quando la dimora dei morti divenne il Duat dei Campi Elisi situati nella parte settentrionale del
cielo, dove stanno le stelle circumpolari. Il mondo sotterraneo di Osiride era situato a occidente, finch
egli non divenne Orione - quello dell'orizzonte da cui procede Re - che sorge e tramonta ogni giorno,
mentre Iside era la stella del cane Sothis, che lo segue da vicino.17 La luna con le sue fasi era anch'essa
equiparata a Osiride e ne simboleggoava la morte e la resurrezione: la luna calante era l'Occhio di
Horus, da lui perduto nel combattimento con Seth.18  probabile che in origine la luna fosse una forma
di Horus, sorella gemella del sole, personificata come Khonsu che a Tebe divenne figlio di Amon e di
Mut. Nel Nuovo Regno questi venne identificato con Thot, che per era innanzitutto il dio della
saggezza. Come Horus, egli era raffigurato sotto forma di una giovane e avvenente principe con un
disco lunare e una falce di luna sul capo e con in mano la frusta e il bastone uncinato da pastore.19
l'epica accadica della creazione. In Mesopotamia l'ordinamento cosmolgico era costituito in
relazione alle potenze divine immanenti o trascendenti i vari fenomeni della natura, che determinavano
l'andamento dell'universo e dell'organizzazione politica basato sull'ordine cosmico degli di. A capo di
essi stava Anu, il dio del cielo, che era la massima potenza del cielo e della terra, anche se solo verso la
met del terzo millennio a. C., al tempo di Gudea di Lagash (c. 2060-2042 a. C.), egli raggiunse la
supremazia emergendo dall'oscurit in cui era rimasto nel periodo sumero. Secondo la narrazione
babilonese della creazione ' l'Enuma Elish), Apsu, il primo maschio, personificazione delle acque
dolci dell'abisso, si un in principio con la sua consorte Tiamat, l'acqua salata dell'oceano, per generare
un figlio, Mummu, che rappresentava l'umidit e le nubi scaturite dal liquido caos. Da queste
primordiali relazioni divine deriv tutta la vita, cos come la lussureggiante vegetazione delle paludi
della Mesopotamia meridionale sembrava scaturire spontaneamente dall'unione delle acque del Tigri e
dell'Eufrate con quelle del mare. In questa cosmogonia primordiale comparvero cos nel liquido caos i
primi due di, Lahmu e Lahamu, figli di Apsu e Tiamat, dai quali deriv un'altra coppia divina, Anshar
e Kishar, che personificava i due aspetti dell'orizzonte composto della sabbia che circonda il cielo e la
terra. Fu questa seconda coppia che gener Anu. Questi fiss la sua dimora nel terzo cielo e gener
Nudimmut, o Ea (Enki), il dio delle acque dolci e della saggezza, il quale come Enki fu il signore
della terra.
Ma il comportamento ribelle di questi giovani divinit turb tanto i loro progenitori che essi, su
consiglio di Mummu, decisero di distruggerli perch potesse regnare di nuovo la pace. Tiamat si rifiut
di accondiscendere a questa drastica azione, e quando la proposta giunse all'orecchio dei giovani di
dest in loro una grande costernazione, finch Ea Enlil circond Anu e i suoi alleati con un cerchio
magico e li ridusse all'impotenza mediante un irresistibile incantesimo che gett sull'acqua. Uccise poi
Apsu e imprigion Mummu, suo visir, passandogli una corda attraverso il naso per tenerlo immobile.
Poich Tiamat non aveva preso parte al proposto massacro, non le venne fatto alcun male, ed Ea, che
ora aveva assunto il potere, gener un figlio, Marduk, desti nato a diventare il pi saggio degli di,
onnipotente nel suo potere magico.20
Mentre Marduk cresceva, altri turbamenti si verificarono tra gli di, e alla fine Tiamat venne
istigata ad agire dal suo secondo marito, Kingu, che essa mise a capo delle sue forze dandogli pieni
poteri sul l'universo con l'affidargli le Tavolette dei Destini. Poich tanto Ea che Anu non erano
riusciti ad ammansire Tiamat, Anshar propose di inviare Marduk a sconfiggerla. Il giovane dio
guerriero accett a condi zione che lo si elegesse capo del pantheon e che gli fossero dati sovranit e
potere su tutte le cose. Gli di si riunirono allora a un festino e, dopo che Marduk ebbe provato i suoi
poteri magici facendo apparire e scomparire un indumento, lo rivestirono di armi irresistibili per il
combattimento. Cinto di una terribile corazza di maglia, venne equipaggiato con tutti i mezzi possibili
per la vittoria, ivi comprese le frecce dei fulmini, un arcobaleno e una rete tenuta da quattro venti.
Cos armato usc ad incontrare Kingu e le sue forze, che al solo vederlo fuggirono in disordine.
Solo Tiamat rimase imperturbata, e gridando vendetta contro di lui, lo impegn in duello. Egli la prese
allora nella sua rete, e appena essa apr la bocca per divorarlo, le cacci dentro un vento maligno per
tenerle le mascelle spalancate mentre le scoccava una freccia direttamente nel cuore. Egli stette sopra il
suo corpo come Davide trionfante sul corpo di Golia, mentre i suoi seguaci venivano presi nella rete nel
vano tentativo di fuggire. Kingu venne poi incatenato e gli vennero tolte le Tavolette dei Destini.
Volgendosi nuovamente a Tiamat, Marduk le spacc la testa in due come un'ostrica. Con una met
form il cielo come un tetto, piantando una barriera e spostando sentinelle per impedire alle acque di
Tiamat di fuggire. In questo firmamento superiore insedi i tre grandi di - Anu, Ea ed Enlil - nelle loro
rispettive sedi e colloc le costellazioni ai loro posti, ordinando le fasi della luna per determinare i mesi
e i giorni del calendario e la successione del giorno e della notte.21
Formato l'universo e ordinate le fasi lunari, il testo della tavoletta V descrive, dopo una lacuna,
la creazione dell'uomo da parte di Ea col sangue di Kingu, avente lo scopo di dispensare gli di da tutti
i lavori servili. Marduk divise poi gli di in due gruppi (Anunnaki), uno celeste e l'altro delle regioni
inferiori, e ne mise trecento a proteggere la terra assegnando loro compiti determinati. In segno di
gratitudine per essere stati liberati dai lavori pesanti, gli dei eressero l'Esagila nel tempio di Babele in
onore di Marduk, e costruirono per s altri templi. Quando il santuario venne completato, si organizz
un grande banchetto al quale presero parte cinquanta grandi di, e al termine di esso Anu confer a
Marduk i suoi cinquanta nomi con lo stato e gli attributi in seno all'universo che ciascuna designazione
comportava.22
In questa grande epica accadica, attribuita all'inizio del secondo millennio a. C., le attivit creative
degli antichi di sumerici - Ea, Anu ed Enlil - erano accentrate in Marduk e in Babele, sua citt. Nello
sfondo di essa si cela probabilmente la lotta perenne contro le periodiche inondazioni della
Mesopotamia, interpretata mitologicamente sotto forma del conflitto primordiale tra Tiamat e le acque
del caos e Marduk, figlio di Ea, il giovane e virile dio delle tempeste.23 Poich era appunto questa lotta
cosmica che veniva ripetuta ogni anno alla festa dell'Anno Nuovo dio scopo di mantenere il giusto
ordine dell'universo e dei suoi processi e; di assicurare il rinnovamento della vita all'origine, non  da
sorprendersi che la recitazione della storia della creazione occupasse un posto predominante nella
celebrazione dell'Akitu nell'Esagila di Babele.
Miti cosmogonici sumerici. Nei miti cosmogonici sumerici dell'ultima met del terzo millennio a.
C., pur se non  descritta la creazione dell'universo, si fa tuttavia riferimento alla creazione da parte
della dea Nammu, l'oceano primordiale, del cielo e della terra che erano uniti in una vasta montagna
cosmica finch non intervenne Enlil, il Dio-Aria, a separarli. Anu si prese allora il cielo ed Enlil la
terra, identificata in seguito con la dea Ninmah o Ninhursaga.24 Nel mondo celeste il Dio-Luna Nanna,
figlio di Enlil, fece venire il buon giorno e assieme ad Ea, il Dio-Acqua, fece sorgere la vita vegetale
e animale sulla terra. Essi inviarono inoltre il dio del bestiame Lahar e il dio del grano Ashnan per
assicurare l'abbondanza del bestiame e del grano in modo che gli di (Anunnaki) potessero essere
forniti di cibo e di vestiario.25
Come nella successiva storia babilonese della creazione, vennero poi creati gli esseri umani
mediante gli sforzi congiunti di Nammu, di suo figlio Enlil e di Ninmah, per il benessere dei greggi e
delle cose buone degli di, per liberarli dal fastidio di lavorare per il proprio mantenimento. Sei tipi di
uomini vennero modellati da Ninmah con l'argilla dell'Apsu, due dei quali erano senza sesso. Enki si
prov poi a sua volta a creare uomini d'argilla, ma con poco successo, poich i suoi manichini non
erano capaci n di parlare, n di mangiare, n di stare in piedi.26 Bench i testi presentino una lacuna a
questo punto importante della narrazione, sembra tuttavia che alla fine gli sforzi riuniti degli di siano
stati coronati da successo, poich vi si dice che era stato creato l'uomo per la loro utilit dopo che il
cielo e la terra erano stati generati dal mare primordiale ed erano stati separati dall'aria, dalla quale
venne creata anche la luna che a sua volta gener il sole. La vita vegetale, animale e umana erano
quindi apparse sulla terra in seguilo all'unione dell'aria, della terra e dell'acqua sotto forma di di e dee,
i prototipi sumerici delle loro controparti babilonesi e accadiche.
Cosmologia mesopotamica. Queste divinit erano per essenzialmente una parte integrante
dell'ordine cosmico e dei suoi processi creativi. e anche la struttura sociale e politica esistente sulla
terra era rappresentata come un prodotto dell'ordine cosmico degli di. Tanto l'organizzazione cosmica
che quella sociale si riteneva fossero emerse da uno stato costante di fermento, e l'una dipendeva
dall'altra. Cos si diceva che la monarchia fosse discesa dal cielo per risiedere nei sovrani delle grandi
citt sumeriche, rappresentanti terrestri dell'ordine cosmico.
Con l'ascesa al potere di Babele e del suo dio Marduk, Babele divenne l'omphalos, l'ombelico
del mondo, occupando una posizione assai simile a quella delle citt sacre dell'Egitto che vantavano di
possedere una Collina Primordiale (p. es. Heliopolis, Hermopolis, Memfi, Tebe e File) ed erano
equiparate ai loro templi che si diceva sorgessero su di essa, o alla pietra di Delfi in Grecia che segnava
il centro dell'universo. Nel Codice di Hammurabi  detto che quando Anu ed Enlil determinarono i
destini della terra, Babele venne resa suprema nel mondo fondato da lui [Marduk] nel mezzo di un
regno duraturo le cui fondamenta sono solide come il cielo e la terra. Fu allora che Hammurabi venne
chiamato da loro per far s che la giustizia prevalesse sulla terra, per distruggere la cattiveria e il male
s che il forte non potesse opprimere il debole. Ed egli si lev come il sole sul popolo dai capelli neri,
per illuminare il paese.2' Prima dell'ascesa di Babele, Nippur occup una posizione analoga nella
cosmologia mesopotamica, e gi a met del terzo millennio a. C. il sovrano sumerico di Umma,
Lugalzaggisi, il pastore del suo popolo, assunse il titolo di Re del Paese alla fine del primoperiodo
dinastico, sotto l'egida di Eniil.28 Ci gli diede non solo il dominio su Sumer, ma anche una posizione
unica nel mondo, attribuita per decreto divino e altrettanto vasta quanto il potere cosmico di Enlil.
Bench in effetti tutti i governanti di Ur, Kish e Lagash avessero esercitato una simile
giurisdizione fondata sulla medesima base, Lugalzaggisi and al di l dei suoi predecessori
proclamando la sua sovranit universale su tutti i territori dal Golfo Persico al Mediterraneo. Perci,
quando venne sconfitto da Sargon di Akkad, il figlio di questi, NaramSin assunse il titolo di Re dei
Quattro Quarti [del mondo], che era la designazione dei grandi di Anu, Enlil e Shamash.29 Al centro
stava il tempio principale del dio e del re, che acquist un significato cosmico, bench in Mesopotamia,
come abbiamo visto, fino al tempo di Hammurabi la monarchia non fosse mai stata realmente una forza
unificatrice dell'intero paese. Il titolo comunque portava in s l'implicazione di una sovranit universale
paragonabile a quella delle divine controparti celesti del sovrano, e Hammurabi non indugi a
rafforzare queste implicazioni e a farsi designare come il sole di Babilonia e di tutti i popoli. Emblemi
celesti vennero inclusi nelle insegne regali e il mantello imperiale venne adornato con le costellazioni
dello zodiaco, mentre le rivoluzioni celesti e i cicli della fertilit venivano interpretati in relazione a
fenomeni eonici e astrologici. Era un principio accettato che gli avvenimenti della terra fossero
controllati da quelli che si verificavano nella sfera celeste, e questo principio era in armonia con le
controparti cosmiche del regime sociale e politico vigente. Tutta l'esistenza era anzi parte di un ordine
cosmologico unificato in un insieme cosmogonico coerente, come descrivono le storie della creazione
le cui tracce si possono seguire dalle epiche assire e babilonesi fino ai miti sumerici che narrano delle origini.
Poich in Mesopotamia gli di erano virtualmente considerati come l'universo stesso nei suoi
vari aspetti, essi non erano veri e propri creatori nel senso teistico della parola. Come in Egitto, essi
stessi erano il frutto di un processo creativo nel quale genitori primordiali diedero origine alle teogonie;
in esse, fazioni opposte di di vecchi e giovani lottavano per il predominio e da questo conflitto
nasceva una cosmogonia. Tutto questo venne a costituire nella prima met del secondo millennio a. C. la
grande epica accadica che trasse il nome dalle due parole iniziali Enuma Elish, Quando al di sopra,
dove Marduk era la figura principale e Babele il centro del suo culto e il perno dell'universo. Nel I
millennio, quando l'Assiria ebbe il predominio in Mesopotamia, Marduk venne sostituito da Ashur, ma
a parte qualche ritocco di minore importanza, il dramma cosmico rimase sostanzialmente invariato.
Anatolia. Bench in Siria e in Anatolia esistesse un corpo di miti che presentava tratti di
parallelismo con i cicli mesopotamici nei quali il divino ordine cosmico veniva coinvolto negli
avvenimenti della terra, tuttavia nelle tavolette hurrite, hittite e ugaritiche non sono stati trovati testi
cosmogonici paragonabili a quelli rinvenuti in Egitto e in Mesopotamia. Come abbiamo visto, sembra
di poter ravvisare il motivo di Tammuz nel mito religioso hittita del dio scomparso in un impeto di
rabbia causando una siccit che devast la terra, messo in relazione con le figure di Telipinu, del dio
delle tempeste e del Dio-Sole.30 Esso per non dice sulle origini dell'universo nulla di pi di quanto
non sia detto nella narrazione del combattimento tra il dio del tempo di Hatti e il drago Illuyanka. Nella
teogonia di Kumarbi, pare che la triade composta dagli di Anu, Alalu e Kumarbi corrisponda a quello
dei sumerici Anu, Alalu ed Enlil, ma anche qui, essi non compaiono in un contesto di creazione. Dietro
a questi miti si cela indubbiamente, come in Mesopotamia, l'antico conflitto di di vecchi e giovani e il
tenui ricorrente della vegetazione, ma il contenuto cosmologico non  sopravvissuto n nella versione
hurrita n in quella hittita.
L'epica ugaritica di Baal. Nei testi di Ras Shamra viene rappresentato come un remoto e oscuro
Essere Supremo vivente in un'paradiso cosmico, mille campi, diecimila campi alle sorgenti dei due
fiumi, in mezzo alle fontane dei due abissi, padre degli anni e dell'uomo, progenitore degli di. La
sua dimora era situata sul Monte del Nord, l'Olimpo di Ugarit, identificato col monte Cassius, oggi
el-Akra, a nord di Ras Shamra, e in altri paradisi cosmici siriani come Sheizar nella valle dell'Oronte, a
sud-est di Ras Shamra, Sapan, la sede del vittorioso Baal dopo le battaglie con Mot, e il tiriano
giardino di dio.31
Queste sacre alture erano comunemente considerate l'ombelico della terra e acquistarono un
significato cosmico non molto diverso da quello delle Colline Primordiali egizie. Poich il monte
Cassius era la pi alta montagna della Siria,  probabile che esso venisse considerato come il punto in
cui si incontrano le acque del firmamento superiore con quelle del firmamento inferiore.32 L dove
convergono due correnti si diceva che E1 avesse incontrato Asherah; allo stesso modo, nell'Epopea
di Gilgamesh la dimora degli di era situata alla foce delle correnti cosmiche, e il paradiso terrestre
degli Ebrei era bagnato da due fiumi, Pihon e Gihon, che poi diventavano quattro.33 In quelle
inaccessibili e altissime regioni E] dimorava ed esercitava le sue funzioni cosmiche, come le sue
controparti delle altre zone dell'Asia occidentale, finch in ultimo il suo potere venne usurpato da
Aleyan-Baal, pieno di forza e vigore come Marduk quando aveva spodestato Enlil.
Baal, l'equivalente dell'antico dio delle tempeste semitico Hadad (l'accadico Adad), abitava
anch'egli su un'altissima montagna nel cielo settentrionale ed era l'eccelso signore della terra. L nel
suo palazzo celeste egli fece mettere una grata per far s che la pioggia fecondatrice potesse cadere sul
mondo sottostante, e perci fu chiamato signore dei solchi del campo che controllava i processi della
fertilit,34 dopo aver conquistato i suoi nemici ed essersi installato sul trono di El. Come re di Sapan,
per, pare che il suo compito principale fosse il ringiovanimento della vegetazione e il mantenimento
della successione delle stagioni, e non la creazione dell'universo e l'instaurazione dell'ordine cosmico.
Questo comportava la sconfitta del suo avversario Mot, cos come Marduk aveva dovuto sbarazzarsi di
Tiamat e di Ea per allontanare la minaccia del mostro Ullikummi. Ma pur essendo diventato il capo
degli di e quindi la figura centrale del culto ugaritico, egli era s onorato come il dio che garantiva la
pioggia e la fertilit, ma non vi  nulla che faccia pensare che fosse considerato il creatore di tutte le
cose e l'autore e il dispensatore della vita. Al contrario, egli aveva sosti - tutto El quale figura pi
potente del pantheon, ma tutte le funzioni creative erano state con ogni probabilit esercitate
originariamente da El, l'antico Essere Supremo, che pass nell'oscurit in seguito all'ascesa del giovane
e dinamico Dio Aleyan-Baal.
 possibile anzi che Baal si identificasse col dio delle tempeste hurrita Teshub e col semitico
Hadad prima d essere introdotto nel pantheon cananeo della Siria settentrionale.35 Certo egli non era il
solo dio da cui si credeva dipendesse la fertilit: Mot, per esempio, veniva trattato come Dio-Grano ed
era suo rivale nell'aspirazione al trono. Inoltre, il nome ha'lu era un termine generico per significare
signore, e quindi applicabile a diversi di. Da ci deriv l'identificazione di Baal con altri di locali
dell'Asia occidentale - Hadad, Jahv, Aleyan ed El - in una divinit composita che riuniva in s diverse
attivit creative. Sotto questo aspetto egli era una figura ricorrente di teogonie molto diffuse nelle quali,
pi che definita, era implicita una storia della creazione. Nondimeno, nell'epica di Baal contenuta nei
testi ugaritici manca una cosmogonia paragonabile a quella contenuta nella letteratura egizia,
mesopotamica ed ebraica, n vi  alcun accenno alle origini del pantheon cananeo o alla nascita
dell'universo e alla sua organizzazione in un ordine cosmico.
Cosmogonia israelitica. In Israele, d'altra parte, quando Jahv divenne il centro consolidatore
delle trib ebraiche e venne rappresentato come il dio dal nuovo nome che i loro padri avevano
venerato sin dal principio, pur se non si negavano le divinit delle nazioni vicine, egli occupava tuttavia
una posizione unica nella cosmogonia. Se in Palestina egli assunse le funzioni degli di indigeni della
vegetazione, in Israele invece se ne appart completamente, geloso della sua posizione di unico oggetto
legittimo di venerazione tra il suo popolo eletto. Talvolta, come ad Elefantina, gli venivano assegnate
delle consorti provenienti da altri pantheon, ma il pi delle volte era tenuto lontano da ogni
compromettente relazione di parentela con divinit locali avversarie, e alla fine divenne l'unica e sola
Divinit Suprema dalla cui opera e dalla cui parola era stato creato l'ordine dal caos ed erano state
create tutte le cose visibili e invisibili.
Quando impegnava battaglia con altri di era per spodestarli e per affermare la sua assoluta
sovranit in seguito alla sua vittoria, togliendo loro il potere e occupandone il trono con incontrastata
potenza.36 Nella lotta contro draghi e demoni, come Baal e Marduk, egli era il supremo Creatore37 che
conquistava il caos e creava un cosmo ordinato dotandolo di luce e di vita e mettendo il sole, la luna e
le costellazioni nelle loro rispettive traiettorie.38 Esistono anche, per, riferimenti a una storia della
creazione nella quale Jahv era in conflitto con mitici mostri primordiali come Leviathan e Rahab,
indistinguibili da quelli che si incontrano nella cosmologia di altre regioni del Vicino Oriente.39
Anche nel VI secolo a. C., al termine dell'esilio, il Deutero-Isaia lo invocava perch si
risvegliasse e mostrasse la forza del suo braccio come nei giorni andati, quando aveva fatto a pezzi
Rahab e aveva trafitto il coccodrillo (tannin), e aveva prosciugato l'abisso, cos come quando aveva
liberato il suo popolo dall'Egitto aveva prosciugato il Mar Rosso per aprire un varco per i redenti
perch si mettessero in salvo nel deserto.40 Vi  qui un riferimento alla creazione del mondo dal corpo
di Rahab, dopo che Jahv aveva combattuto e distrutto il mostro dell'abisso, cos come Marduk aveva
adoperato il corpo di Kingu per lo stesso scopo, come pure al ferimento e all'espulsione del serpente
volante, un drago che aveva a che fare con le eclissi e col cielo.41 Sembra anzi che Rahab fosse
sinonimo del serpente, del coccodrillo e dei mostri marini in genere,42 mentre Leviathan era un altro
nome di Lotan, l'ugaritico Principe del Mare, che si diceva fosse stato punito da Jahv con la sua
grande spada quando uccise il coccodrillo che era nel mare.43 Nel libro di Giobbe egli  descritto come
un drago cosmico dall'alito di fuoco e di fumo, invulnerabile alla spada, alla lancia o alla freccia.44 Le
mazze e le pietre della fionda erano per lui come stoppia; si rideva della lancia, e il ferro era come
paglia e l'ottone come legno tarlato. Si lasciava dietro nel mare una scia di luce, e sulla terra non vi era
nessuno che gli stesse a pari, temuto com'era tanto dagli di che da tutte le creature su cui egli regnava
come sovrano delle bestie, e inghiottendo il sole o la luna provocava le eclissi.45
Era un essere demoniaco dalle molte teste, come Lotan, connesso con l'abisso primordiale col
quale Jahv era in conflitto, e la sua vittoria venne successivamente interpretata come un prodromo
della liberazione dalla schiavit in Egitto. Ma nella mitologia precedente, di cui ci restano solo poche
tracce, non vi pu essere dubbio che il tema fosse quello della sconfitta del drago, designato con
diverse denominazioni - Leviathan, Rahab, Tehm, Tannin e il Serpente (Nakhash) - e identificato con
le acque primordiali dell'abisso. Quando egli veniva fatto a pezzi e le sue schiere disperse, il caos
diventava un cosmo ordinato. Allora il Creatore divideva il mare e faceva prosciugare i grandi fiumi.
Le acque distruttrici venivano trasformate in piogge vivificatrici, in pozzi e in sorgenti dopo
l'apparizione della terra asciutta e pronta ad accogliere la vegetazione e il susseguirsi delle stagioni.46
L'antica lotta cosmica con le forze ostili era dunque personificata nelle ligure di Leviathan e di
Rahab, e le acque circostanti erano considerate un elemento distruttore e sinistro che doveva esser
conquistato e domato prima che la terra potesse diventare abitabile. Tutto ci era in armonia col
pensiero mitopeico mesopotamico, ma non con quello della Palestina dove l'acqua era considerata un
elemento benefico. La vittoria di Jahv venne esaltata dai Salmisti in termini trascendentali, che lo
rappresentano al di sopra e al di l della creazione, a pesare il vento e a misurare le acque, a decretare la
pioggia e ad aprire un varco per il fiume e il tuono, a sostenere la terra coi suoi pilastri e il cielo con le
sue stelle; tutto ci era conforme allo stile cosmologico semitico, ma egli aveva inoltre il completo
dominio su tutti gli di stranieri e sull'intero ordine della natura.47 Il cielo era il suo trono e la terra il
suo poggiapiedi, perch egli trascendeva tutto il creato. Egli aveva disteso il cielo come una cortina,
allargandolo come una tenda, e come AleyanBaal, faceva delle nubi il suo carro e dei venti i suoi
messaggeri che posavano le fondamenta della terra.48 Jahv era concepito assiso in trono in potenza e
splendore trascendentale, su nel firmamento superiore a forma di cupola (il cielo) che poggiava sul
cerchio della terra coi pilastri e con le basi delle montagne su cui era appoggiato profondamente
piantate nell'abisso (Tehm). Da questa eccelsa posizione, bastava solo che egli toccasse le montagne
perch queste si squarciassero in eruzioni vulcaniche, che volgesse gli occhi alla terra perch questa
tremasse e fosse sconvolta da scosse sismiche, che camminasse sulle ali dei s,uoi ministri perch si
levasse il vento e prorompessero fiamme di fuoco.49 In questa interpretazione monoteistica della
vittoria primordiale sulle forze ostili del caos, sfociata nella completa e definitiva sovranit di Jahv sul
cosmo che egli stesso aveva fondato, egli solo era l'ente supremo. A differenza di Marduk, invece di
essere eletto capo del pantheon per decreto degli altri di, egli esercitava il suo dominio universale per
diritto divino quale era concepito dai profeti ebrei: Io sono Jahv, tale  il mio nome, ed io non dar la
mia gloria a un altro.50 La sua gloria impareggiabile e la sua sovranit assoluta derivavano dalla sua
posizione di Creatore del cielo e della terra le cui opere proclamavano la sua divina potenza e
superiorit.51 Era lui che sorreggeva tutte le cose, e queste agivano in conformit dei suoi decreti che
erano la forza regolatrice del creato.52 L'intero universo venne dunque ad essere subordinato a lui, e il
suo potere sulla natura era tale da lasciare ben poco posto per altri esseri divini nell'ordinamento e nel
controllo del cosmo.
Storie ebraiche della Creazione. Perci, quando verso la met del V se colo a. C. i compilatori
della Scuola Sacerdotale stilarono il racconto della creazione contenuto nel capitolo iniziale del libro
della Genesi, pur basandosi in misura considerevole sull'Enuma elish babilonese e sull'antico conflitto
primordiale tra la vita e la morte, tra il caos e l'ordine, mantennero tuttavia nello sfondo il punto di vista
monoteistico j ah vista. Che dietro a questa narrazione si celino gli antichi miti e l'antico concetto della
creazione appare evidente dalla successione degli atti creativi, che partono da un oceano primordiale,
l'abisso o Tehrn degli Ebrei-una degenerazione del babilonese Tiamat - dai quale vennero modellati
i cieli e la terra. Ma invece del firmamento, era lo spirito di Dio che si diceva aleggiasse sopra le acque
del caos separando la luce dalle tenebre, le acque superiori da quelle inferiori da cui emerse la terra.
Nessun accenno veniva fatto alla battaglia degli di o al combattimento di Jahv con Rahab e
Leviathan: questi episodi erano evidentemente considerati dai sacerdoti giudei come indegni del loro
tema. In seguito alla carismatica vittoria sul caos, la pioggia scendeva sulla terra dall'oceano celeste,
mentre dall'abisso sottostante sgorgavano sorgenti e fiumi fertilizzando il suolo appena formato.
Appariva quindi la vegetazione, seguita dagli uccelli, dalle fiere, dai pesci e dai rettili; e la successione
degli avvenimenti raggiungeva il culmine nella creazione dell'uomo, fatto a immagine e somiglianza
del Creatore, al quale venne dato il dominio su tutta la terra e su tutta la vita animale.53 Nessun
accenno vi  invece al fatto che la creazione fosse stata fatta a beneficio degli di, come si legge nei
testi bilingui babilonesi e nei- l'Enuma Elish.
Nondimeno, il medesimo ordine era virtualmente mantenuto nella narrazione ebraica e in quella
mesopotamica: ambedue partivano da un abisso desolato e deserto avvolto dalle tenebre, che vennero
poi dissipate prima della creazione delle luminarie, per terminare con la razza umana che costitu il
culmine della memorabile settimana composta, secondo la versione ebraica, di sei giorni di attivit
creativa seguiti dal riposo sabatico del Creatore il settimo giorno; e probabilmente, uno degli scopi per
cui la narrazione assunse questa forma era quello di dare una sanzione divina all'osservanza del sabato.
Quest'ultimo atto prese il posto della determinazione dei destini e del conferimento dei titoli a Marduk
descritti nell'epica babilonese. Il Tehm, a differenza dell'Apsu, non era personificato nella narrazione
della Genesi, ma era tuttavia messo in relazione con i mostri tradizionali che appaiono sullo sfondo
della cosmologia: Rahab, Leviathan, il serpente e il drago. Anche se  detto che in principio la terra era
informe e vuota, quando l'abisso era ancora avvolto dalle tenebre, e si potrebbe quindi pensare che
esistesse gi prima che lo spirito divino aleggiasse sulle acque del caos, tuttavia solo al trascendente
Creatore si deve la creazione di tutte le cose: e se questa non avvenne ex nihilo, come nel caso di Ptah,
fu almeno mediante una successione di atti creativi, a cui nelle narrazioni mesopotamiche si accenna
solo incidentalmente.54
Considerando le similitudini e le diversit nel loro complesso, appare che la narrazione
sacerdotale venne composta sotto l'influenza babilonese da redattori che raccolsero e interpretarono il
materiale originale in maniera conforme alla loro teologia monoteistica e tale da soddisfare ai loro
requisiti ritualistici, se  vero, come  probabile, che la storia della creazione veniva recitata nel tempio
di Gerusalemme per esaltare l'opera di Jahv, vittorioso Creatore, nelle annuali celebrazioni
dell'intronizzazione.55 Il carattere didattico del mito con le varie ripetizioni del motivo dominante 
indice di una vera e propria liturgia, mentre il mito del drago ad esso strettamente associato nei salmi
dell'intronizzazione  in assonanza con la vittoria di Marduk su Tiamat e, a un livello superiore, con la
rivendicazione dell'opera creativa di Jahv.56 In una successione ordinata di atti di potenza, egli aveva
chiamato all'esistenza tutte le cose con la sua parola, a partire dall'ordine cosmico derivato dal caos
disordinato delle acque, fino alla creazione dell'uomo dalla polvere della terra. Inoltre, tutto ci era
considerato solo un preludio al successivo svolgersi degli avvenimenti che, facendo seguito alla
creazione iniziale e alla catastrofe umana con la conseguente espulsione dell'uomo dall'Eden,
culminarono nella tradizione del diluvio e nel patto con Abramo. La fase immediatamente successiva
dello svolgimento della storia umana, interpretata dal punto di vista del patto abramico, parte dall'esodo
e attraverso le peregrinazioni del deserto giunge fino alla conquista di Canaan, come  documentato nel
Salmo CXXXVI nel quale il dramma della creazione  impostato in tre atti - primo, la creazione del
mondo; secondo, la liberazione dall'Egitto; terzo, la conquista della Palestina - e che si conclude con
una invocazione e un ringraziamento al dio dei cieli, che ben si intonano con una rappresentazione
liturgica del panorama storico. E similmente, il Salmo CIV, col suo contenuto liturgico, ripete la
narrazione sacerdotale della creazione allo stesso modo e indubbiamente per lo stesso scopo. Cos, ad
ogni passo dello sviluppo di questa storia teocratica ebraica, si dava agli avvenimenti pi salienti, a
partire dalla creazione, dal patto e dall'esodo, fino alla conquista e alla colonizzazione di Canaan, alla
monarchia, all'esilio e alla ricostruzione della nazione in un nuovo patto con Jahv, una espressione
liturgica nel mito, nei riti e negli inni per assicurare un nuovo getto di attivit ricreatrice, specialmente
in primavera e in autunno alla festa dell'Anno Nuovo.
La storia del paradiso riportata in Genesi, Il e III, anteriore all'esilio,  meno liturgica nella
forma e pi palestinese nella cosmologia, pur avendo anch'essa uno sfondo mesopotamico. La
narrazione quale oggi appare nelle scritture ebraiche  la combinazione di due miti, l'uno tratto dai
documenti provenienti dalla collezione jahvista del regno meridionale di Giuda (J), l'altro da quelli
della collezione elohista del regno settentrionale di Israele (E), che si distinguono tra loro per l'uso dei
due nomi ebraici di Dio, rispettivamente Jahv ed Elohim. L'esposizione degli avvenimenti non 
affatto identica nei due compilatori, e mentre le amalgamavano per adattarle alla dottrina monoteistica
corrente e per combinarle in una narrazione composita e continua, i redattori del periodo anteriore
all'esilio operarono una notevole revisione delle storie originali.
Nella forma attuale della narrazione la terra, invece di emergere dal liquido abisso primordiale,
 rappresentata in origine come un arido deserto prima che Jahv-Elohim piantasse a oriente, in Eden
un delizioso giardino bagnato da quattro fiumi, due dei quali erano, a quanto pare, il Tigri e l'Eufrate
(Hiddekel), e reso fertile dall'umidit che scendeva sul suolo, o forse scaturiva da esso come una
fontana. Venne poi creato l'uomo dalla polvere della terra (adamah) e il Creatore gli soffi nelle narici
l'alito della vita, sicch egli divenne un'anima vivente. Nelle primissime forme della narrazione, questo
primo uomo era probabilmente un essere divino o semidivino, come il serpente col quale poi si sarebbe
incontrato era forse un demone.57
Nella narrazione jahvistica Adamo, pur essendo fatto a somiglianza di Dio, era rappresentato
come un essere umano, ma apparentemente non mortale. Due alberi magici crescevano in quel
paradiso, ma esso non era che una debole immagine del giardino di Dio situato sulle, montagna sacra,
dove il re di Tiro dimorava in una condizione e in un ambiente quasi divino.58 Nondimeno, il tab
imposto sull'albero descritto come quello della conoscenza del bene e del male aveva lo scopo di
evitare che i primi progenitori della razza umana divenissero elohim o esseri divini dotati di poteri e
qualit sovrumane simili a quelle delle divinit. Nel giardino di Dio dei Fenici pare invece che l'uomo
fosse il giardiniere e il guardiano del paradiso, come l'angelico custode dell'albero della vita nell'Eden.
Dopo aver creato l'uomo, Jahv-Elohim form dalla terra gli animali e gli uccelli perch gli
tenessero compagnia nel giardino, ma poich questi non soddisfacevano ai suoi bisogni, da una costola
tolta ad Adamo venne creata una coadiutrice dello stato umano perch alleviasse la sua solitudine e
gli facesse da moglie. Non  affatto chiaro se l'infrazione del tab commessa mangiando il frutto
proibito su istigazione dell'astuto serpente e la conseguente espulsione dal giardino facessero o no parte
della storia originale.
Nei testi che costituiscono la fonte del mito jahvistico, la storia del Paradiso era distinta da
quella della fertilizzazione dell'arido mondo. Mentre l'episodio dell'Eden presentava spunti
mesopotamici e fenici, il panorama dei versi iniziali della narrazione (Gen., II, 2-7) era invece di
impostazione palestinese. Il jahvista incorpor l'uno e l'altro nella u descrizione del fertile giardino
dalle caratteristiche mesopotamiche (Gen., II, 10-14) e interpret la narrazione composita risultante dal
punto di vista del monoteismo etico anteriore all'esilio. Molti degli ingenui antropomorfisti e degli
elementi magici contenuti negli antichi miti rimasero, come per esempio la formazione della specie
umana dall'argilla e dall'osso di una costola.O ancora, vediamo Jahv-Elohim passeggiare e
chiacchierare con Adamo ed Eva nel bel giardino nel fresco della sera, come se quella fosse la sua
stessa dimora ed egli fosse in relazioni di intimit con l'uomo e la donna che in esso aveva collocati. E
l inoltre la donna si mise a conversare col serpente, causando la propria rovina e quella del marito e
della sua discendenza quando venne scoperto che avevano disobbedito all'ingiunzione divina. Cos
furono cacciati dal loro paradiso: l'uomo e i suoi discendenti per lavorare col sudore della propria
fronte, la donna per essere soggetta al marito e per partorire i figli con pena e dolore. Il serpente fu
condannato a strisciare per sempre sul ventre e a mangiare la polvere, e la progenie della donna gli
avrebbe infine schiacciato il capo.59
A questa serie di avvenimenti culminanti nell'espulsione e nelle sue conseguenze non
mancarono i paralleli mesopotamici costituiti dalle storie di Adapa e di Gilgamesh. Come si ricorder,
ambedue questi eroi erano esseri semidivini dotati di saggezza, che furono derubati dell'immortalit
con un trucco che nel caso di Gilgamesh venne effettuato dal serpente che gli rub la magica erba
rigeneratrice. Ma per quanto nel mito ebraico e in quello babilonese il tema fondamentale sia il
medesimo, o quasi, poich tutti e due sono imperniati sulla conoscenza soprannaturale e sulla perdita
dell'immortalit, i particolari e gli scopi sono tuttavia molto diversi. Adapa era il primo uomo, ma la
sua caduta anzich derivare da un errore consistente in una disobbedienza ai comandi divini, gli deriv
invece dall'aver seguito il consiglio del padre Ea, il dio della saggezza. In queste versioni, inoltre, non
vi  alcun accenno a una caduta dell'umanit intera: i conflitti sulla terra sono la controparte delle
battaglie fra gli di nel loro regno e non la conseguenza del peccato originale dei primi progenitori
della razza umana, usurpatori di prerogative divine,60 come lo era stato Prometeo quando aveva rubato
il fuoco agli di.
Nell'impostazione cosmica delle narrazioni jahvistiche, il peccato iniziale lasciava una tara su
tutta la discendenza dei peccatori dell'Eden, perch ci era in armonia coi dettami del Dio vivente che
era il solo creatore, e il processo della storia era inestricabilmente intrecciato con quello della
creazione, in un quadro fatto di ascese e di retrocessioni L'espulsione dal giardino diede dunque inizio
al lungo cammino di mi seria e dolore che riemp la terra di violenza e corruzione, al punto che il
Creatore, a quanto si narra, si pent addirittura di aver creato l'uomo. Solo No, l'Utnapishtim degli
Ebrei, trov grazia ai suoi occhi, e pee ci fu deciso di por fine all'ordine esistente e alla razza dei
Nephilim e di ricreare un nuovo stato di cose interpretato in relazione alle storie mesopotamiche del
diluvio; Jahv divenne il solo responsabile del cataclisma e la causa fondamentale non fu pi il
comportamento chiassoso degli di ma la depravazione degli uomini. Si ricominci dunque daccapo, e
venne stabilito un nuovo ordine mondiale nel segno dell'arcobaleno quale simbolo del patto tra Jahv e
No, prototipo di quello stipulato successivamente con Abramo, il fondatore della teocrazia ebraica, e
anello di congiunzione con le civilt situate sull'altra sponda della corrente (cio del Tigri e
dell'Eufrate). Perci si narra che gli antenati del popolo eletto si spostarono verso occidente dalla terra
di Shinar situata a oriente e si sparsero per tutta la terra.61
Nonostante le caratteristiche tipicamente palestinesi di alcune delle fonti della narrativa
jahvistica, l'origine e l'impostazione delle storie della creazione e del diluvio sono fondamentalmente
mesopotamiche. Il concetto ebraico di creazione e di ordine cosmico aveva dunque le sue radici e le sue
fondamenta nella cosmologia sumerica e babilonese; ma quando le antiche narrazioni si trasformarono
in Palestina nella superiore religione di Israele, esse vennero espurgate, modificate e adattate dai
redattori della scuola jahvistica e di quella sacerdotale per servire agli scopi della sua dottrina
fondamentale di monoteismo etico.
Cosmogonia olimpica in Grecia. In Grecia, invece, a differenza di Jahv in Israele, gli di
olimpici non trascesero mai l'universo e l'umanit. Al contrario, essi erano soggetti alle stesse
debolezze, alle stesse passioni e agli stessi intrighi degli uomini, e si comportavano come condottieri e
conquistatori e non come creatori o divinit cosmiche. Vero  che Zeus, il dio del cielo e delle tempeste
indoeuropeo, accoppiava in s le funzioni di dio della natura e quelle di capo del pantheon
antropomorfico accentrato sul Monte Olimpo che si ergeva alto sulla pianura della Tessaglia. Dalla sua
eccelsa dimora il divino raccoglitore di nubi riversava sulla terra la pioggia ristoratrice e
fecondatrice, ma colpiva anche di e uomini col fuoco dei suoi terribili fulmini quando urtavano ka sua
irascibile volont o frustravano i suoi piani e i suoi propositi. E ogni collina e ogni citt aveva il suo
Zeus locale che addensava le nubi e provocava la pioggia e la tempesta. Tuttavia egli non cess mai di
essere assimilato al cielo come quando, prima del suo arrivo in Grecia all'inizio del secondo millennio a. C,
nelle vesti vediche di Varuna, il vasto cielo era il suo dominio col suo splendore e con le sue nubi.62
Dal tempo di Omero in poi si continu a raffigurarlo in tali regni celesti, e talvolta lo si identificava col
cielo stesso, come nel caso di molti altri suoi consimili venerati altrove.
Gli di greci erano ripartiti in tre divisioni fondamentali: gli Olimpici, la cui dimora erano i cieli
e la montagna sacra; gli Ctonii, che albergavano nella terra; e quelli che facevano del mare il proprio
letto ed esercitavano le proprie funzioni nelle grandi acque, occupando una posizione intermedia fra le
divinit superiori e quelle inferiori. Nello sfondo di questo pantheon tripartito era l'antica ma nebbiosa
figura di Kronos, che in origine era probabilmente un dio del raccolto, trasformato successivamente nel
signore dell'universo e sposato a Rhea, sua sorella, la Dea Madre cretese. Da questa unione nacquero
tre figli, Zeus, Posidone e Ade, i quali trassero a sorte a chi sarebbe toccato il possesso dell'universo
quando il loro padre avrebbe cessato di regnare su di esso. Zeus ebbe cos il dominio del cielo,
Posidone quello del mare e Ade quello delle regioni inferiori. La terra era loro propriet comune, dove
essi vivevano insieme sul Monte Olimpo.63
Pare che questa fosse una variante greca del mito anatolico di Kumarbi riportato nei testi
hurriti,64 sicch nella teogonia di Esiodo, Urano, il cielo e il primo degli di, sposo di Gea (Gaia), la
Dea-Terra, e padre di Kronos e dei Titani, divenne il padre di Zeus. Egli era perci la controparte di
Anu, di Kumarbi e di Teshub. L'evirazione  una caratteristica comune a tutti i miti, come lo 
l'ingravidazione della dea per mezzo dell'organo castrato o del suo simbolo fallico in forma di sasso.
Il mito hurrita, come si  visto, proviene dalla Mesopotamia,65 e non  improbabile che esso sia
passato in Grecia attraverso la Fenicia e Cipro verso la met del secondo millennio a. C., e che l sia stato
infine trasformato in teogonia da Esiodo che era penetrato in Beozia dall'Asia Minore nordoccidentale.
Quando gli elementi ariani, anatolici ed egei vennero fusi assieme in narrazioni composite, le varie
tradizioni ebbero un centro comune nel sincretistico Zeus, l'olimpico signore del cielo e del tempo, il
dispotico sovrano raccoglitore di nubi, tonante, pluvio, padre degli di e degli uomini, che a poco a
poco venne cos ad assumere un significato cosmico. Senza che il suo carattere e le sue funzioni
mutassero sostanzialmente, egli divenne col tempo il Creatore e il prototipo dell'umanit, l'unico Essere
Primario, l'unica forza vitale da cui emanava tutta l'esistenza, che a lui era destinata ritornare. E infine,
verso la met del primomillennio a. C., divenne il dio eterno, la baso del creato, in cui tutte le cose
vivevano, si movevano e conducevano la propria esistenza. I poeti pindarici lo concepirono
panteisticamento, ma nell'inno di Cleante del terzo secolo a. C. le sue qualit monoteistiche erano quasi
indistinguibili da quelle attribuite a Jahv nel giudaismo posteriore all'esilio.66
Finch i Greci rimasero confinati nel loro ambiente circoscritto dell'Egeo e dell'Asia Minore, le
loro teogonie e la mitologia cosmologica ad esse associata restarono subordinate a queste condizioni
topografiche. La terra appariva come una vasta pianura circondata da correnti (Oceano) simili alle
acque di Nun in Egitto, da cui erano scaturiti gli di e il genere umano.67 Sopra di essa era il cielo, una
grande cupola sulla quale abitavano gli di superiori, quando non risiedevano sul Monte Olimpo, i
quali per non erano isolati in una remota solitudine come molti Esseri Supremi della societ primitiva.
La loro natura e le loro relazioni erano sostanzialmente umane, e degli uomini essi condividevano le
debolezze e altre caratteristiche peculiari. E il cielo era anzi tanto accessibile che, come nelle tradizioni
ebraiche di Babele e di Bethel, si contemplava la possibilit di raggiungerlo con una scala, o con
qualcosa di simile.68 Inoltre, nella cosmologia greca, cos come in quella egizia, si riteneva che il cielo
e la terra si incontrassero in qualche punto all'estremit dell'orizzonte e che l'ingresso del mondo
sotterraneo si trovasse a occidente dove il sole discendeva nelle regioni inferiori, mentre le stelle
sorgevano dalla parte opposta. Si poteva per raggiungere l'Ade anche attraverso crepacci praticati
nelle rocce in certi punti della superficie terrestre.69
La lotta di Zeus con i Titani, che rappresenta il conflitto tra il cielo e la terra, pu essere un
riflesso della sconfitta inflitta dalla religione olimpica del cielo al culto ctonio indigeno del suolo.
Quando nella letteratura omerica ci si imbatte nella teologia olimpica, gli di vi si trovano organizzati
su modello umano in una classe di bellicosi condottieri che si comportano, come ha detto Gilbert
Murray, come bucanieri reali in cerca di conquiste. Pur manifestandosi nella natura, essi non
pretendevano di aver creato il mondo n di essere signori e sovrani del creato per diritto divino. Si
accontentavano di combattersi tra loro e di spartirsi i bottino come gli invasori principi del Nord sul
cui esempio erano modellati. Non  dunque da stupirsi che Zeus e i suoi confederati abbiano sconfitto
Kronos, il preolimpico reggitore dell'universo, e che siano diventati la potenza predominante
dell'Ellade sotto la guida suprema di Zeus che spart il regno tra i suoi fratelli e la loro numerosa prole -
Ade, Posidone e tutti gli altri - vivendo delle rendite e incenerendo col fulmine la gente che non
pagava. Essi combattevano, banchettavano, bevevano a tutto spiano, giocavano, suonavano e si
contrariavano a vicenda.70 In breve, non erano che tipici condottieri indoeuropei in veste di di delle
montagne.
Ci  spiegato da Esiodo in conformit con la cosmologia corrente, peri li  chiaro che gli
Olimpici erano gi solidamente affermati quando, verso il 750 a. C., venne compilata la letteratura
omerica. Dopo la dedizione del caos quale fonte ultima dell'universo, alla maniera della maggior parte
delle cosmogonie del Vicino Oriente - l'equivalente dell'Apsu babilonese, della Nun egizia e del Tehm
ebraico-la Terra (Gaia) viene fatta emergere dal Tartaro, un luogo tenebroso nelle profondit del
suolo, assieme ad Eros (l'amore) e ad rebo (l'oscurit), da cui venne la Notte. Come e con quali
mezzi ci fosse avvenuto non  spiegato, ma non vi  nulla che faccia pensare a una creazione ex
nihilo:  detto solo che il caos venne alla luce (yveTo). Dall'unione della Notte e dell'Erebo nacque
l'Etere, l'aria superiore o cielo, mentre la Terra gener spontaneamente il Cielo (Urano), le montagne
e il mare.71 Bench la generazione di questa teogonia sia conforme ai normali metodi riproduttivi e
segua nello schema genealogico generale una sequenza analoga a quella degli egizi Geb e Nut, sotto di
essa vi  un concetto impersonale di ordine cosmico espresso in forme e nomenclature mitologiche
familiari che continuavano a sopravvivere nelle credenze e nelle tradizioni contadine della Beozia in
cui Eros  considerato la forza dinamica del processo creativo.
Ci  pi evidente nella cosmologia orfica strettamente affine, bench noi la conosciamo quasi
esclusivamente attraverso fonti postaristoteliche e neoplatoniche, di un'epoca cio in cui si era
sviluppato un nuovo tipo di pensiero greco. Alcuni frammenti di testi orfici rivelano infatti che la
cosmogonia in essi contenuta si rifaceva a Esiodo. In essa  mantenuto lo stesso ordine di successione
con a capo Kronos, il Tempo che non invecchia mai. Da lui nacquero l'Etere, il Caos e l'rebo, e
nell'Etere, cio negli strati superiori dell'aria, egli modell un uovo da cui usc Phanes, il Creatore.
Come fonte di tutta la vita questi venne anche chiamato Protogono, cio il primogenito, Eros o Metis,
nei suoi diversi aspetti di generazione e di luce. Nella versione rapsodica posteriore del poema egli era
la luce per eccellenza, anteriore allo stesso sole che da lui era stato creato. Egli era la luce della ragione,
la luce della vita, la luce dell'amore, il creatore della saggezza a cui si doveva l'esistenza degli di e del
mondo.
Nella sua opera di riproduzione cosmica era assistito dalla Notte, sua sorella, che gli diede
Urano e Gaia, e mediante una ingegnosa fusione della teogonia orfica, esiodea e olimpica, messe in
relazione col culto praellenico tracio-frigio di Zagreo e la mitologia ad esso associati, nonch con
quello della cretese Rhea, si disse che Zeus aveva inghiottito Phanes e tutte le cose da lui create per
ricominciare dall'inizio, come nel mito ebraico de] diluvio, una nuova creazione. Egli si un dunque
prima con Demetra che diede alla luce Persefone (Kore), poi con Pei sefone da cui nacque
Zagreo-Dioniso che Zeus progettava di metter a capo dell'universo. Ci suscit la gelosia di Hera, la
moglie ufficiale di Zeus, che cospir con i Titani per uccidere e divorare il fanciullo. Quesli infatti,
dopo avergli dato dei giocattoli per distrarlo, lo uccisero e lo mangiarono. Zeus adirato scagli un
fulmine contro di loro, li incener, e dalle loro ceneri modell il genere umano. Atena riusc a
recuperare il cuore di Zagreo e lo diede a Zeus che lo inghiott e pot quindi generarlo di nuovo
unendosi con Semele, la Dea-Terra frigia. Questo secondo Zagreo divenne in seguito Dioniso. Ora,
poich i Titani prima di essere annientati avevano mangiato il primo Zagreo, la razza umana nata dalle
loro ceneri era in parte divina e in parte malvagia, poich riuniva nella sua natura un elemento
dionisiaco e un elemento titanico.72
Bench nella sua forma pi evoluta la narrazione sia relativamente recente, non vi  dubbio che
essa fosse basata su un mito frigio o tracio, incorporato poi nella cosmologia orfica per giustificare
l'omofagia dionisiaca, nella quale le Menadi divoravano carne cruda di tori e di vitelli per unirsi
sacramentalmente con Zagreo-Dioniso, e per affermare la duplice natura, buona e malvagia,
dell'umanit. Poich questa duplicit era fondamentale nella dottrina orfica della metempsicosi e della
redenzione, ad essa si doveva dare una base cosmogonica, e a ci provvide la rozza leggenda con le sue
affinit con la teogonia esiodea e col suo sfondo olimpico. Sotto l'influenza orfica, per, essa acquist
un significato filosofico e mistico che Pindaro e Platone non tardarono a riconoscere e a sviluppare.
Come dice Guthrie, l'orfico dimostrava una particolare abilit nel trasformare il significato del suo
materiale mitologico o ritualistico, e talvolta trovava opportuno predicare la sua religione servendosi di
simboli che per la loro origine erano dei pi rudimentali e primitivi.73
Pur mantenendosi la tradizione esiodea e omerica nella quale gli di continuavano a svolgere la
loro parte abituale del dramma cosmico, con Zeus sempre alla testa, nuove caratteristiche vennero
introdotte nello stesso tempo. L'antico preolimpico Kronos si trasform in Chronos e divenne la
personificazione del tempo che non invecchia mai, il principio astratto da cui tutte le cose hanno
origine e in cui sono teleologicamente destinate ad avviarsi a una fine prestabilita. Venne poi nella
cosmogonia orfica, secondo gli esegeti neoplatonici, l'uovo del mondo da cui usc Phanes, il creatore
della terra. Inghiottendo Phanes, Zeus riusc a diventare il principio, il mezzo e la fine della creazione,
poich incorporava Phanes in se stesso, mentre il Tempo rimaneva sempre il primo principio. Il
problema dell'Uno e dei Molti che era alla base della nascente curiosit sulle origini dell'universo, sulle
relazioni delle parti con il tutto, sull'unione dell'umano col divino, trov finalmente la sua espressione
nelle parole attribuite a un discepolo di Orfeo, Museo: tutte le cose provengono da Uno e si
ridissolvono in Uno.74 Nella cosmologia orfica, dunque, la creazione emerge da una massa confusa
mediante un processo di selezione e di separazione che fa sorgere l'ordine dal caos, per poi ritornare
alla fine del mondo alla primitiva condizione caotica.75
La speculazione sull'Uno e sui Molti divenne il tema centrale delle meditazioni filosofiche dei
pensatori milesi, quando nel VI secolo a. C. abbandonarono la tradizione politeistica in una intelletuale
ricerca della causa prima e del principio cosmico (p/-/)) sostenitore dell'universo e dei suoi processi,
indipendente dagli di e dalle teogonie. Il problema delle origini remote non li interessava, e si
accontentavano di ricercare la base universale dell'esistenza in una qualche sostanza materiale: per
Talete (c. 625-547 a. C.) era l'acqua, per Anassimene l'aria, l'Indeterminato, l'Infinito, mentre per
Eraclito il principio fondamentale era il fuoco. Senofane (c. 570-480 a. C.), fondatore della Scuola
Eleatica, ripudi categoricamente gli di omerici ladri, adulteri e ingannatori e mise al loro posto un
essere immutabile, immortale ed eterno concepito come una unit dotata di intelligenza che regge tutte
le cose con la sola forza della sua mente.76
Analogamente, Eraclito di Efeso, vissuto attorno al 500 a. C., affermava che questo mondo che
 il medesimo per tutti, nessuno degli di o degli uomini lo ha fatto, ma fu sempre,  e sar sempre un
fuoco eterno, che in parte si accende e in parte si spegne. Esso  sempre in uno stato di flusso tra le
due estremit opposte, mai fermo in una medesima posizione, e tutte le cose vi nascono e vi sono
assorbite. Ma la legge divina che controllava i processi cosmici, appianando tutte le contrariet, agiva
razionalmente. La divinit era anzi il principio informatore di ogni armonia nella tensione e nel ritmo di
forze opposte come il giorno e la notte, l'estate e l'inverno, la pace e la guerra, l'abbondanza e la
miseria. Chi dominava l'universo era insomma l'unione degli opposti e il movimento o l'incessante
divenire.77
La presenza di un fondo panteistico nella cosmologia ionica ed eleatica era tuttavia inevitabile,
poich tutte le cose si riducevano a una sola sostanza immanente nell'ordine naturale e nelle relazioni di
esso col divenire e con la riproduzione. La ricerca dell'Uno immutabile si perdeva in gran parte nella
confusione e nella complessit dei Molli Quando il cosmo era considerato eterno, senziente e
intelligente, era difficile mettergli a fronte un creatore nel senso teistico della parola Per Parmenide (c.
475 a. C.) il concetto di Essere era quello di Unii eterno, di Assoluto. Esso reggeva tutto il mondo
sensibile del movi mento, del mutamento, del divenire, processi illusori come nel misticismo cosmico
indiano. Tutto derivava dal primo principio e in esso ritornava, poich l'Essere non poteva esistere nel
Non-essere.78 Solo la forza della legge era immutabile e teneva assieme l'ordine esistenti" nel mondo
delle apparenze, ma l'Essere assoluto non venne mai identificato con la divinit nel senso teistico della
parola, per quanto potesse essere considerato razionale, eterno, indistruttibile. Si trattava perci
virtualmente di una forma statica di panteismo.
Anassagora (c. 500-428 a. C.), facendo risalire il mondo a un agente non materiale e ponendo la
Mente (voc) all'origine dell'ordinamento dei suoi processi, introdusse una interpretazione teleologica
del cosmo. Ma pur essendo la Mente a controllare tutto ci che aveva un'anima e a governare su tutto
l'ordine naturale delle specie viventi dalle quali essa era indipendente, in nessun caso veniva tuttavia
considerata divina, pur essendo la divinit uno dei suoi attributi.79 Diogene identific l Mente con
l'aria, distinguendola nettamente da tutti gli altri elementi dell'ordine fisico, perch essa stava
contemporaneamente nell'universo e al di l di esso,80 creatrice unica e cosciente a cui si doveva il
principio razionale di finalit insito nella creazione. Ma il concetto dualistico di mente e materia
rimase, e lo si poteva intravvedere nella differenziazione platonica dell'ordine fenomenico visibile dal
mondo invisibile, permanente, reale delle Idee (cio delle forme o modelli assoluti, perfetti ed eterni) il
cui fondamento era uno solo, il Bene.81
Nondimeno, pur se non si escludeva del tutto il pantheon olimpico, nella cosmologia platonica
la tradizione politeistica era altrettanto estranea quanto lo era nel concetto aristotelico di moto, basato
su un Primo Motore immobile, causa iniziale e finale di tutte le cose. Da questa originale essenza
divina di pura realt, la materia prima (npu>X7] Xy]) riceveva la possibilit potenziale di divenire
una sostanza quando le veniva data una forma (iSo;;) che la faceva essere ci che era (cio un
oggetto concreto individuale): una indissolubile unione di materia e forma, di potenza e atto.83 Tutta la
natura era considerata potenzialmente divina, essendo la realizzazione del pensiero di Dio, che  Egli
stesso la Mente Suprema. Questo eterno Pensiero non pu essere che Uno, ma cos completamente
distinto dai Molti, cos completamente trascendente che non si accorge nemmeno dell'esistenza
dell'universo, e quindi del tutto estraneo alle cose di questo mondo.84
Nel tentativo di emancipare la cosmologia del Vicino Oriente e dell'Egeo dalla mitologia
cosmogonica, gli Ionici e i loro successori sostenevano che l'universo fosse un cosmo intellegibile
capace di essere piegato alla luce della ragione, senza ricorrere a mitologiche persoli ideazioni divine, a
generazioni creative, a discendenze e parentele genealogiche che fino ad allora avevano costituito
dovunque il concetto fondamentale. L'influenza di queste nozioni primitive si pu scorgere in molte
delle speculazioni di pensiero degli antichi filosofi greci: Talete e Anassimene, per esempio, ritenevano
che tutte le cose sono piene di di, e la ricerca cosmologica in genere partiva dal presupposto di un
primo principio materiale, causa prima delle cose,85 i cui metodi e i cui scopi non differivano molto
dagli antichi punti di vista spogliati delle loro personificazioni.
Ora per l'attenzione era concentrata sul concetto di causalit, sull'elemento permanente,
principio sostenitore dell'esistenza reale, e sulla sua natura e costituzione. Ma appunto perch l'universo
era conoscibile con procedimenti di pensiero e di riflessione razionale, si potevano abbandonare le
cosmogonie mitologiche inserendo al loro posto un ordine cosmico riducibile a un unico principio
indipendente dagli di. Nondimeno, i problemi cosmologici la cui soluzione si ricercava nelle cause
naturali e nelle sostanze prime non erano molto diversi da quelli ereditati dalla tradizione precedente.
La ricerca dell'Uno che rimane si perdeva in gran parte nella confusione e nella complessit dei
Molti, ma la sostituzione di leggi fisse al controllo trascendentale dei fenomeni naturali determinava
nel mondo antico un concetto cosmologico assolutamente nuovo.
Capitolo ottavo
Divinazione, astrologia e profezia
Il controllo divino dell'ordine cosmico e dei processi naturali, che era una caratteristica tanto
saliente della religione del Vicino Oriente e dell'Egeo, trov espressione in una tecnica divinatoria
altamente sviluppata, specialmente in Grecia e in Mesopotamia, intesa ad ottenere una conoscenza, una
preveggenza e una norma sovrumane nello svolgimento della vita quotidiana. Tanto era importante
questo aspetto del culto che ne nacque una classe distinta di esperti professionisti altamente
specializzati come indovini, astrologi, veggenti ed esorcisti, capaci di interpretare i segni e gli auspici, i
sogni e i movimenti dei corpi celesti, di proclamare oracoli e pronunziare rivelazioni, nella credenza
che gli di si servissero di uomini ispirati per comunicare agli uomini la loro volont e il loro potere. La
tradizione mantica si svilupp cos in una pseudoscienza sotto la direzione di indovini e veggenti che,
dotati sovente di veri e propri poteri psichici e occulti stimolati dall'esercizio tecnico, rivelavano una
saggezza nascosta e determinavano il corso degli avvenimenti attraverso visioni estatiche, portenti,
auguri, auspici, epatoscopie e pronostici astrologici.
La mantica. L'attivit principale riguardava gli auspici, i sogni e gli oracoli, ma in alcuni casi
comprendeva funzioni sacerdotali nei templi, nei sacelli e nei santuari, incubazioni, estasi e le forme
pi selvagge di esaltazione e di rivelazione sacra. Il compito del veggente era intimamente connesso
con quello dell'indovino, poich il linguaggio parlato  stato sempre considerato come un mezzo per
stabilire una comunione fatica con la divinit mediante un sacramentale scambio di parole tra
l'umano interlocutore e il divino ascoltatore.1 Ma la rivelazione ricevuta direttamente attraverso la
visione o l'estasi, o in qualunque altra forma assunta dalla manifestazione profetica, veniva resa nota
come un divino pronunciamento di assoluta attendibilit in quanto altro non era che l'espressione della
volont e delle intenzioni del dio col quale il veggente era stato in contatto. La voce divina parlava
attraverso lo strumento umano con parole intese a comunicare un messaggio, un avvertimento o una
dichiarazione: quando mancava un significato simboli) o o un pensiero e una espressione intellegibile,
essa esprimeva un intenso e profondo stato emotivo. L'intermediario si sentiva allora pieno
dell'ispirazione divina e costretto a dar voce agli oracoli profetici, come Balaam, l'indovino siriano, che
poteva solo pronunciare le parole che gli venivano messe in bocca come una ispirata manifestazione
dell'ente divino che lo controllava.2
Talvolta bastava solamente pronunziare una formula o una esclamazione sacra riferita a un rito
o a un gesto, come per esempio la ripetizione della sillaba OM (Om man padmi Om) da parte dei
sacerdoti vedici che recitavano l'hotr, o il canto del Rigveda, parole di potenza sature di Brahman, il
sacro potere, la sacra energia, che esercitavano una irresistibile influenza coercitiva, persuasiva e
propiziatoria insieme sugli di e sui loro devoti.3 Ci si cattivava cos il buon volere degli di e li si
poteva indurre a dispensare benefici ai loro fedeli in cambio degli onori che questi rendevano loro nel
culto. Le parole di potenza che venivano pronunziate e le azioni sacre che venivano svolte
stabilivano una condizione di reciprocit tra l'ambiente obiettivo e le sue caratteristiche misteriose, i
portenti e le capacit occulte, indipendentemente dal fatto che le parole contenessero o no un
significato intellegibile. Il solo pronunziarle produceva un effetto sacramentale soprannaturale e
consolidatore su coloro che le ascoltavano e le ripetevano, quasi come la recitazione del Corano nelle
moschee dei paesi islamici di lingua non araba, la recitazione della Messa in latino o la lettura delle
Epistole paoline davanti a un'adunanza incolta e non avvezza al linguaggio adoperato.
Quando lo scopo degli espedienti mantici era di stabilire una unione con l'ordine sacro, di
conferire poteri soprannaturali e di influenzare il corso degli avvenimenti, il raggiungimento di una
conoscenza sovrumana era di importanza secondaria. Ma qualunque fosse l'efficacia estatica ed
enfatica delle parole di potenza e della glossolalia (cio del parlare in modo inintellegibile), esse non
soddisfacevano agli scopi pratici dell'arte mantica diretti all'interpretazione dei presagi e dei pronostici.
Perci, pur essendo stato un fenomeno ricorrente, come per esempio nel cristianesimo in cui al tempo
degli Apostoli lo si designava col termine parlare in altre lingue o profetizzare,4 ed  poi riapparso
nei movimenti di risveglio, specialmente tra i Quaccheri, i Metodisti, gli Irvingiti e altre stte
avventiste,5 si  sempre trattato tuttavia solo di un fenomeno a carattere temporaneo.6 La funzione
principale del veggente e dell'indovino  sempre stata quella di fornire informaioni su avvenimenti
presenti o futuri, banali o importanti, che si riteneva fossero noti soltanto agli di con i quali essi erano
en rapport o uni i quali in un modo o in un altro comunicavano. Agis interrogava Zeus Naos e Dione
per sapere se i suoi copripiedi e i suoi cuscini fossero stati rubati o smarriti; Saul si rivolse al veggente
Samuele per scoprire dove fossero nascoste le asine del padre, e senza volerlo trov un regno. Ahab
aveva consultato i suoi profeti prima di impegnare battaglia con i Siriani a Ramoth Gilead, e a Dlfi,
dal VII secolo a. C. in poi, l'istituzione di nuove leggi, la fondazione di colonie, le dichiarazioni di
guerra, le sorti delle dinastie, la guarigione delle malattie e le vertenze legali degli individui erano
affidate al giudizio di Apollo Pitio nel santuario che probabilmente gi da prima di quell'epoca era lato
un centro oracolistico.
Divinazione in Babilonia e in Assiria. In effetti, la divinazione e la mantica in genere erario
maggiormente praticate nel mondo ellenico e in Mesopotamia per una tradizione profondamente
radicata, sia nel culto ufficiale, sia in forma non ufficiale da una schiera di uguri privati che
prestavano i loro servigi dietro pagamento di una piccola tassa, in Babilonia la maggior parte dei grandi
templi ebbero col tempo un quadro completo di divinatori, indovini, esorcisti ed astrologi, molte delle
cui funzioni risalivano gi all'epoca sumerica. A questo periodo appartengono i pi antichi manuali
mesopotamici di astrologia, mentre i testi e le iscrizioni augurali, come per esempio la serie Enuma
AnuEnlil (cio: Quando Anu ed Enlil, ecc.), vengono fatti risalire al terzo millennio a. C. perch m essi
si fa riferimento alla divisione quadripartita del mondo nei territori di Akkad, Elam, Subartu e Amurru
e ad antichi re come Rimush e Ibin-sin. Analogamente, nella versione sumerica della storia del diluvio,
Ziusudra, o Utnapishtim, il No babilonese, ricorre a pratiche divinatorie, mentre uno dei re di
quell'epoca si diceva avesse ricevuto dagli di le arti e le insegne della divinazione.7 La divinazione
attraverso il comportamento dell'olio nell'acqua era in uso durante il regno di Urukagina di Lagash (c.
2800 a. G), ed esiste anche un accenno a un pronostico ottenuto dal fegato al tempo di un certo
Enmeluanna, un sovrano antidiluviano.8
La designazione della classe speciale di veggenti accadici noti col nome di baru, il cui compito
specifico era quello di rivelare la volont degli di per mezzo di oracoli, sogni, visioni e presagi, aveva
un equivalente sumerico riferito ai divinatori che consultavano gli di attraverso l'ispezione del fegato e
delle viscere, sedi della sostanza spirituale. Ma il naturale significato della parola vedere  quello di
osservare nel senso mantico, di accertare cio la volont degli di attraverso gli oracoli, le visioni e i
sogni. Perci, man mano che la pratica si and sviluppando, oltre che alla divinazione ottenuta
osservando il comporta mento del fegato di una pecora immolata nel sacrificio (epatoscopia), o
dell'acqua (Uromanza), o dell'olio (lecanomanzia), o attraverso l'osservazione di fenomeni celesti, di
presagi fisiognomici, del volo degli uccelli ed altri analoghi accorgimenti, per ottenere i loro portenti i
bar ricorrevano anche a metodi pi diretti, come per esempio le visioni notturne.9
Attraverso questi divinatori-baru si interrogavano gli di con i diversi metodi che venivano
adottati nelle diverse occasioni in cui li si consultava, alcuni dei quali erano basati sull'osservazione,
altri su comunicazioni speciali, o su presagi particolari, o su sorteggi, e la loro funzione era
intimamente connessa con quella degli oscuri funzionari detti sabru, che sembra fossero i ricettori delle
visioni oniriche e degli oracoli di incubazione, e che avevano a che fare con la guarigione.10 Non
sembra per che tra le loro funzioni fosse compresa quella di asipu, o sacerdote incantatore, e di
esorcista, la cui opera era pi specificatamente diretta a determinare il corso degli avvenimenti
mediante una coercizione magica, l'espulsione del male e la deconsacrazione.
Il metodo principale adottato dai bar era quello dell'epatoscopia, la elaborata tecnica
divinatoria realizzata mediante l'osservazione dei lobi inferiori e di quello superiore del fegato di una
vittima immolata in un sacrificio, nonch delle due appendici, della vescicola biliare, del dotto cistico,
del dotto e della vena epatica e della porta hepats (la porta del fegato), I segni sul lato destro erano
considerati di buon auspicio, quelli sul lato sinistro infausti; un rigonfiamento della vescicola biliare
indicava un aumento di potere, mentre una depressione della porta hepotis ne indicava una
diminuzione.11 A Babele sono stati ritrovati modelli di fegato in terracotta cu sui erano segnate le
divisioni oracolistiche per specificare le particolari zone che interessavano le predizioni, e nei testi
cuneiformi si fa molto spesso riferimento all'epatoscopia. I testi augurali e tavolette oracolistiche
contengono invocazioni agli di sotto forma di preghiere riferite alla divinazione e interrogano gli
oracoli sull'argomento che di volta in volta  in causa. Talvolta questi scritti assumono la forma di una
domanda, e la risposta  da ricercare nei portenti rivelati dal fegato. In gravi occasioni di interesse
nazionale e prima di prendere importanti decisioni, re come Esarhaddon e Assurbanipal consultavano
l'oracolo per accertare la volont del Dio-Sole Shamash o di Ishtar; le risposte venivano segnate sulle
tavolette, presumibilmente dopo che era stato ottenuto un esito favorevole.
Da Babilonia e dall'Assiria l'epatoscopia pass, a quanto pare, tra di espertissimi divinatori
etruschi noti co! nome di haruspices, e di l nel mondo greco-romano. I modelli di fegato in argilla con
iscrizioni cuneiformi hittite ritrovati a Boghazky possono costituire un .niello di congiunzione tra il
culto babilonese e quello etrusco, mentre tauni riferimenti fatti nel Vecchio Testamento al fegato di una
vittima ninnolata in un sacrificio manifestante le sue capacit divinatorie attraverso i suoi movimenti
spastici, fanno pensare che l'epatoscopia fosse praticata anche in Israele.12 Nel Libro di Tobia il fegato
di un pesce viene messo in relazione con gli esorcismi,13 e lo scrittore ebraico non si stupisce che
Nebuchadnezar avesse esaminato il fegato per indovinare la via che avrebbe intrapresa quando stava
sul bivio, in capo alle due strade.14 Nel passaggio dei culto dalla sua terra d'origine alla Palestina,
all'Anatolia e al mondo greco-romano, gli Hittiti ebbero indubbiamente una parte importante. Che la
sua diffusione avvenisse in questa direzione  dimostrato da un modello bronzeo di fegato di pecora
ritrovato a Piacenza nel 1877, nel quale si riconosce il metodo babilonese di epatoscopia mediante
suddivisioni del cielo entro le quali erano scritti i nomi degli di associati a ciascuno dei diversi
settori.15
Si ottenevano presagi anche osservando la posizione, l'aspetto e il colore degli intestini, le
condizioni del cuore, dei reni, della vescicola biliare e di altri organi interni, nonch il volo degli
uccelli, fenomeni strani come le eclissi, insolite condizioni atmosferiche, violenti uragani, che
manifestavano di volta in volta la benevolenza o la malevolenza degli di sugli eventi noti o ignoti che
di volta in volta erano in causa. I segni che si manifestavano nel cielo ne incoraggiavano la sempre pi
attenta osservazione per scoprire i fenomeni celesti e le loro variazioni. Pare che la luna sia stata il
primo corpo celeste divenuto oggetto di attenta osservazione nelle ziggurat e nelle bittamarti, o case
di osservazione dei templi babilonesi. Essendo la pi vicina alla terra, ed essendo le sue variazioni
altrettanto spettacolari quanto regolari, ne venne ben presto riconosciuta l'importanza ai fini della
divinazione. Poich le sue fasi non si sapevano determinare con precisione matematica, se ne dovevano
osservare con la massima attenzione le apparizioni e le sparizioni, e alle sue variazioni si dava una
interpretazione augurale ed astrologica. Si poteva verificare una concorrenza del sole e della luna nel
cielo tra il 12 e il 20 del mese, e tale fenomeno veniva notato e interpretato come segno premonitore
della caduta della dinastia o di altri avvenimenti infausti. Se invece si verificava dal 24 in poi, era
presagio di prosperit. La ripetizione periodica dei movimenti dei corpi celesti veniva calcolata e
registrata per futuri riferimenti, sicch ciascun osservatore aveva a sua disposizione una collezione di
tali osservazioni che poteva consultare per giungere ai suoi pronostici.
In seguito a questi calcoli l'anno venne suddiviso in mesi e di ciascun giorno di essi venne
annotate di carattere occulto, e nel limpido cielo della Mesopotamia vennero eseguite osservazioni di
notevole precisione, se si tiene conto della mancanza di strumenti. La maggior parte delle dodici
costellazioni del nostro moderno zodiaco sono identiche a quelle distinte dagli astrologi caldei, e lo
stesso sistema zodiacale nel suo complesso  frutto dei loro tentativi di tracciare una carta di quella
parte del cielo in cui si riteneva che i movimenti dei corpi celesti si svolgessero lungo un cerchio o una
fascia di segni, influenzando gli avvenimenti della terra. Venne determinato il corso della luna e dei
pianeti con riferimento all'eclittica del sole, e si identificarono i cinque pianeti oggi noti col nome delle
divinit romane Venere, Mercurio, Marte, Giove e Saturno e che allora trassero il nome delle
corrispondenti divinit babilonesi - Ishtar, Nabu, Nergal, Marduk e Ninib - i cui movimenti si credeva
influissero sulle sorti dell'umanit. Gruppi di stello o asterismi vennero composti in un sistema ben
definito di nomi stellari, e pare che le principali costellazioni note ai Greci avessero avuto origine in
Mesopotamia.
Qui si svilupp una complicata scienza astrale con un corpo organizzatissimo di uguri,
veggenti e astrologi, e con una estesa letteratura augurale composta di lunghe serie di tavolette
concernenti tutti gli aspetti dei fenomeni profetici. Pur se molte di queste appartengono a un periodo
relativamente recente, cio all'epoca di Assurbanipal, verso il 668-626 a. G, sul finire del periodo
assiro, esse si riferiscono tuttavia a una tradizione profondamente radicata e rappresentano il frutto di
pubblicazioni e compilazioni di gran lunga anteriori. I testi augurali e le iscrizioni astrologiche
risalgono dunque, come si  sottolineato, a un periodo molto anteriore, probabilmente alla met del III
millennio a. C., anche se solo parecchio tempo dopo venne ideato un sistema astrologico basato sui
movimenti dei corpi celesti e sulla identificazione dei pianeti e delle stelle fisse con talune divinit.
Astrologi di professione vennero allora impiegati per trarre gli oroscopi e predire le sorti degli individui
e della comunit tutta. Una volta compilato un calendario dei giorni fausti, gli astrologi reali stavano
continuamente all'erta per scoprire avvenimenti che potessero far presagire disastri pubblici o politici,
ma le eclissi e altri fenomeni del genere erano troppo casuali per servire ai loro scopi generici. Perci,
pur attribuendo ad essi una grande importanza, l'oggetto consueto dello studio degli astrologi erano i
fenomeni pi ordinari e ricorrenti, e particolarmente le variazioni che si verificavano nelle nubi e nelle
posizioni dei pianeti e delle stelle.
Si riteneva infatti che ogni fenomeno celeste avesse una ripercussione sugli avvenimenti umani,
e alla fine ogni individuo venne posto sotto l'influenza di un pianeta o di una stella fissa che ne
determinava la sorte dalla nascita fino alla morte. Se per esempio si verificava un'eclisse di luna
durante la prima veglia del mese di Nisan, vi sarebbero state distruzioni e il fratello avrebbe ucciso il
fratello. Se avveniva nel mese di Iyyar, il re sarebbe morto e il figlio non gli sarebbe succeduto sul
trono. Se accadeva in quello di Tammuz, l'agricoltura avrebbe prosperato e i prezzi sarebbero saliti. Se
avveniva in Ab, Adad avrebbe mandato sul paese una inondazione. Se invece Adad faceva sentire nel
tuono la sua voce nel mese di Nisan, il potere del nemico sarebbe cessato, e se la faceva sentire in
Tammuz, l'agricoltura avrebbe prosperato.16 Analogamente, le eclissi di sole erano generalmente
considerate infauste, variando di grado a seconda del mese e del momento in cui si verificavano. Le
stelle acquistarono un significato pi personale, e assieme al sole, alla luna e ai pianeti determinavano i
destini degli uomini; su di essi si svilupp una elaborata cultura astrologica che nel quarto secolo a. G., alla
vigilia delle conquiste di Alessandro Magno, si spinse fino al Mediterraneo orientale e all'Egeo.
Alla base della determinazione del corso degli eventi per mezzo della posizione e del
comportamento dei corpi celesti stava il riconoscimento di leggi che ne governavano i movimenti e che
potevano essere tradotte in calcoli. Si riteneva,  vero, che gli di si comportassero in maniera
arbitraria, ma perlomeno i loro scopi e le loro intenzioni erano abbastanza intellegibili da poter essere
accertati attraverso i fenomeni naturali e calcolati in base all'epoca dell'apparizione della luna nuova e
del periodico verificarsi delle eclissi lunari solari. Ci divenne possibile in virt della conoscenza
acquistata con l'osservazione e con l'associazione di idee dagli astrologi, che specialmente in Babilonia
fecero passi considerevoli verso lo studio scientifico dei fenomeni astronomici.
Il loro interesse per non fu solo limitato ai corpi celesti. Nella convinzione che tutte le cose
dell'universo procedessero su linee parallele secondo leggi fisse controllate dal mondo celeste delle
stelle, dominio degli di, anche l'epatoscopia, i sogni e i presagi oracolistici e quasi tutte le altre specie
di divinazione vennero col tempo portate in un modo o nell'altro nella sfera di influenza dell'astrologia
e messe in relazione con l'oroscopo e con le divinit planetarie. Ma la diagnosi astrologica costitu uno
sviluppo posteriore della divinazione terapeutica, e quando questa venne istituita se ne adottarono
anche diversi surrogati, poich non era sempre facile poter disporre dei dati necessari relativi ai pianeti.
L'interpretazione degli oroscopi era un procedimento complicatissimo, e nei numerosissimi testi medici
esaminati, collazionati e tradotti da Campbell Thompson, provenienti dalla biblioteca del re
Assurbanipal, le caratteristiche principali delle prescrizioni erano gli incantesimi e i riti connessi che si
dovevano compiere mentre i recitava lo scongiuro.17 Pur possedendo gli Assiri vaste cognizioni
mediche e farmaci animali e vegetali, non vi  dubbio tuttavia che la magni avesse una parte non
indifferente nella cura delle malattie.
Sotto i vari metodi adottati in Babilonia e in Assiria nell'arte dal guarire, si intravvede
l'elaborato sistema di demonologia con i suoi ginn, i ghil, i vampiri e le vaste orde di spiriti maligni
che vagavano per li- strade delle citt, si insinuavano attraverso le porte e i muri delle case, si
appostavano nei cimiteri, nei luoghi solitari, sui passi, sulle montagne e negli antri della terra.
Dovunque capitassero, portavano con s malattie, morte e disgrazie di ogni sorta.18 Questa diffusa
credenza trov sfogo nelle pratiche esoreistiche e negli incantesimi, che avevano lo scopo di guarire le
malattie e di scacciare il male dovunque esso si presentasse. I testi cuneiformi appartenenti alla met
del terzo millennio a. C. testimoniano della diffusione e dell'importanza attribuita a tali pratiche che
costituivano un baluardo contro gli attacchi di queste maligne forze soprannaturali, ostili all'uomo e
sempre pronte a riversare su di lui tutti i mali che sono il retaggio della carne.
Mentre Anu ed Enlil non erano mai ben disposti verso il genere umano, Ea, invece, il terzo dio
della Grande Triade, personificazione del potere guaritore divino, e suo figlio Marduk, lo proteggevano
contro i loro malefici assalti. Essendo cos vicini all'umanit, questi due di venivano invocati in
Parole d Potenza con l'aiuto delle acque rigeneratrici poste sotto il controllo di Ea e del suo
mediatore Marduk, sicch Marduk lo ha visto (il malato) ed  entrato nella casa di suo padre Ea, e ha
detto: "Padre, il mal di capo dall'interno  venuto fuori. Segue poi la prescrizione per il paziente, che
termina di solito con l'incantesimo: Per il Cielo sii tu esorcizzato. Per la Terra sii tu esorcizzato!, e
questa formula era rivolta alla divinit interessata a quella particolare malattia. Oltre a pronunziare il
nome della divinit in cui risiedeva la virt magica, l'esorcista doveva anche citare il nome del demone
che doveva essere scacciato, il che implicava la recitazione di lunghi elenchi di diavoli e di spiriti
(edimmu) per poter nominare, fra tutti, quello che poteva aver causato la malattia.19 Il paziente veniva
poi spruzzato di acqua, incensato, circondato di farina o di qualche altra sostanza magicamente
protettrice, come per esempio igname bianco e nero, legata al suo giaciglio, mentre l'esorcista teneva in
mano durante l'incantesimo un ramo di tamerice sacro, l'arma potente di Anu.20
La maledizione di Eridu (Siptu, cio la maledizione dell'espiazione) derivava la sua efficacia
dal potere attribuito all'acqua, considerata l'incantesimo per eccellenza nel distruggere l'influsso
malefico dei demoni e nel consacrare gli oggetti di culto. Le parole della formula min sono state
trascritte, ma indubbiamente dovevano contenere il nome di Ea, poich il mistico potere contenuto
nell'acqua veniva appunto attribuito al Dio-Acqua; in origine, per, era la stessa acqua vivificatrice che
scacciava le influenze maligne e assorbendole in s liberava dal malefico contagio coloro che ne erano
affetti. L'espulsione richiedeva lai volta l'offerta di un capretto o di un porcellino di latte: il demone
veniva cacciato nel corpo della vittima, che poi veniva distrutta.21 In un lesto liturgico sumerico  detto
che Ea comanda a Marduk di portare dal re un capro espiatorio, un capro selvatico cornuto su cui si
doveva cagliare una maledizione, e di mettere la sua testa accanto a quella del re, in modo che il suo
velenoso tab nella sua bocca possa essere riversato.
Possa il re essere puro, possa egli essere mondo, Egli non conosce la meledizione da cui viene
guarito, Dal suo corpo possa cacciarla via. Possa il demone del suo stemma stare in disparte.22
In modo analogo, sette pani di pura farina venivano portati nel deserto per allontanare la
contaminazione, dopo che l'esorcista aveva trasferito su di essi il male suscitato dall'infrazione di un
tab.23 Gli Assiri modellavano con la farina una immagine del malato che poi veniva incensata e
spruzzata di acqua, ma non  detto se poi essa veniva trattata come un portatore di peccato o come un
capro espiatorio.24 Attorno alla mano, alla testa e al piede della persona che si trovava sotto l'influsso
di una maledizione si passava una corda di lana bianca e nera intessuta in modo speciale, che poi
veniva inviata nel deserto in un rito di espiazione.25
Circondato da ogni parte da una tale schiera di forze malefiche personificate in una quantit di
forme e di aspetti, l'esorcista occupava una posizione di suprema importanza. Egli veniva chiamato non
solo come medico, ma anche per assistere alla consacrazione dei templi, ai funerali e alle cerimonie
stagionali: in tutte le occasioni, insomma, in cui le potenze avverse potessero essere in agguato od
essersi gi impossessate di luoghi, oggetti o persone. In Babilonia e in Assiria egli era dunque uno dei
principali funzionari, e senza il suo aiuto e il suo intervento nelle congiunture critiche, era quasi certo
che il male avrebbe colpito la nazione e il popolo. Era perci tenuto in gran conto, come lo era Eridu,
sede del culto di Ea e centro originario dei riti di esorcizzazione. Ma la carica non era scevra di pericoli
per coloro che la occupavano, poich, come era per quelli che si dedicavano ad altri aspetti dell'arte del
guarire, una mancata guarigione poteva rendere l'esorcista passibile di multa o addirittura di pene
corporali, sul principio del ius talionis.
Divinazione terapeutica in Egitto. Anche nell'antico Egitto le malattie e le lesioni erano
attribuite per la maggior parte a demoni o a qualche specie di agenti maligni spirituali. E l'attivit di
queste influenze, a quanto si riteneva, si faceva particolarmente intensa in determinati giorni, in
determinate ore, e specialmente di determinate stagioni. Neppure gli stessi di ne erano esenti, perch
anch'essi erano sempre soggetti ad essere colpiti dalle malattie, e nei libri medici e nei documenti
papiracei scritti in caratteri ieratici si ritrovano talune prescrizioni usate per ridare la salute alle divinit
malate.26 Queste divinit si trovavano per rispetto agli esseri umani in una posizione pi favorevole
che permetteva loro di scoprire i segreti e le magie dell'arte del guarire, e gli uomini che furono capaci
di ottenere dagli di tali informazioni gettarono le basi della medicina egizia e delle tecniche
terapeutiche adottate.
Si doveva innanzitutto scoprire il nome del demone e quello della divinit che si doveva
invocare perch lo scacciasse col suo potere divino. Fatto ci, l'esorcista invocava il dio o ne assumeva
egli stesso le vesti e ne imitava le azioni. Oppure poteva anche solo accontentarsi semplicemente di
confidare nelle divine arti magiche che si erano dimostrate efficaci in occasioni precedenti in cielo e
sulla terra. La forza avversa non era sempre personificata, ma di solito la si apostrofava direttamente
invitandola ad allontanarsi. Fuggi via tu veleno, abbattiti al suolo. Horus ti ha scacciato, ti taglia fuori,
ti sputa fuori, e tu non ti rialzi ma cadi. Tu sei debole e non forte, sei vigliacco e non combatti, sei cieco
e non vedi. Tu non alzi il viso. Sei rivolto indietro e non trovi la tua strada. Sei triste e non gioisci. Tu
strisci e sparisci e non ricompari. Cosi parla Horus, potente di magia! Queste parole rivolte a un falco
fatto di legno di edera con due piume sulla testa, al quale venivano offerti pane, birra e incenso,
facevano s che il veleno fosse distrutto dalla magia di Horus non appena si posava l'oggetto sul viso di
una persona che era stata morsicata da un serpente.27
Talvolta il mago esorcista parlava in nome proprio, ma quando pronunziava minacce rivolte a
una potenza maligna, a un demone, a uno spirito, a un ghul o a un vampiro, di solito attribuiva lo
scongiuro a un dio:  Iside che dice questo, oppure: Io sono Re in questo suo nome misterioso.28
Oltre alla conoscenza di nomi segreti e di numeri mistici quali mezzi potenti per scacciare e controllare
le influenze malefiche, ci si valeva di statue animate dallo spirito del dio di cui si chiedeva l'aiuto,
assieme a immagini e amuleti dotati di potere magico che derivava loro dalla statua in cui l'essenza
divina dimorava in tutta la sua pienezza.29 Si doveva procurare che l'incantesimo venisse compiuto
all'ora giusta del giorno propizio e nella stagione appropriata indicata nel calendario del tempio, in
modo che la parte del dio o dello spirito invocato potesse essere riprodotta dall'esorcista nelle
circostanze pi vantaggiose in funzione delle condizioni stagionali.30
Il Sunu, o medico-sacerdote, esercitava le sue funzioni quale agente moderatore delle forze
soprannaturali, e in particolare degli di della guarigione da una parte e dei demoni delle malattie
dall'altra. Lo si riteneva in possesso di fonti segrete di informazioni e depositario di una conoscenza e
di una potenza magico-religiosa che gli davano il potere di effettuare guarigioni.31 Ma bench
probabilmente venisse sottoposto a una speciale preparazione, tuttavia egli non era necessariamente un
membro dell'ordine sacerdotale, e gli incantesimi potevano essere recitati da chiunque e in qualunque
momento: cos, per esempio, quando la sera le madri mettevano a letto i bambini, invocavano
invariabilmente l'aiuto divino contro le influenze maligne che credevano stessero sempre in agguato e
pronte a compiere le loro gesta nefande.32 Nondimeno, nell'antico Egitto le funzioni di mago, di
medico e di sacerdote erano molto spesso combinate assieme.
Culto di Esculapio. Nella valle del Nilo, per, la tradizione mantica non raggiunse mai le
altezze a cui era giunta in Mesopotamia, e nei testi astrologici del periodo tolemaico erano
evidentissime le influenze babilonesi, assire e iraniane. Tra i numerosi sacerdoti e sacerdotesse e i loro
assistenti laici aggregati ai grandi templi non esisteva una specifica funzione di esorcista; tuttavia
veniva molto praticata la divinazione per incubazione. Nel santuario di Ptah a Memfi venivano forniti
oracoli terapeutici, e vari rimedi venivano rivelati in sogno a coloro che a tale scopo andavano a
dormire nei templi. Ma fu in Grecia, nel V secolo a. C., quando il culto di Esculapio venne istituito in
Argolide e altrove e messo in congiunzione con quello di Apollo a Delfi, fu allora che l'incubazione
venne generalmente riconosciuta quale elemento essenziale della magica arte del guarire.
Gli ammalati accorrevano in gran numero al santuario situato nei pressi di Epidauro per dormire
nel tempio di Esculapio; durante la notte avevano una visione, e si svegliavano poi guariti del loro
male. Il procedimento, quale  stato descritto da Aristofane nella commedia Pluto (c. 388 a. C.)
consisteva nel mettere a dormire il paziente affetto da cecit nel recinto del tempio perch fosse visitato
dal dio che gli toccava il capo e gli soffregava gli occhi. Due grossi serpenti uscivano allora dal tempio
e gli leccavano le palpebre. E questo gli restituiva completamente la vista. In una delle iscrizioni di
Epidauro si legge che un uomo con le dita paralizzate ebbe una visione durante il sonno nel tempio:
vedeva se stesso giocare a dadi, e proprio quando stava per fare una gettata il dio appariva
all'improvviso, gli saltava sulla mano e gli stirava le dita raddrizzandole una ad una. Allo spuntar del
giorno, ripart guarito dal tempio, pur se in un primo tempo aveva messo in dubbio le guarigioni di cui
aveva letto i resoconti sulle tavolette affisse nella cinta del santuario.33 Talvolta, a quanto pare, gli
ammalati sogna vano nel loro sonno ipnotico di essere sottoposti ad esperienze estatiche non molto
dissimili da quelle a cui si assoggettavano gli stregoni-guaritori o gli sciamani della societ primitiva al
momento dell'iniziazione. Di queste esperienze faceva parte il taglio dell'addome, che gli assistenti
degli di aprivano e poi ricucivano, come avveniva per gli stregoni- guaritori dell'Australia che durante
i riti dell'iniziazione venivano dotati, nelle profondit di una caverna in cui a tale scopo si rifugiavano,
di una nuova serie di organi interni a cui venivano aggiunte delle pietre magiche.34
Le folle che affluivano a Epidauro da vicino e da lontano per chiedere a Esculapio un sollievo
immediato o un consiglio che portasse alla guarigione, e la lunga lista di successi elencati sulle
iscrizioni conservate nel santuario, dimostrano senz'ombra di dubbio che a partire dalla fine del V
secolo a. C. Epidauro occup in Grecia una posizione paragonabile a quella che occupa oggi Lourdes
nel Cristianesimo occidentale. Dalla Argolide il culto pass ad Atene e di l a Memfi in Egitto, dove il
dio riapparve sotto le vesti del saggio Imhotep; infine, nel 293 a. C., in seguito a un responso degli
Oracoli Sibillini interrogati durante una pestilenza, secondo il quale si doveva ricorrere all'aiuto di
Esculapio, il culto ebbe anche una sede a Roma, nell'Isola Tiberina. Qui venne eretto un tempio in
onore del figlio di Apollo e della sua compagna Salus, la controparte romana della Igiea (la Salute) del
culto ellenico, e nel tempio prestavano servizio sacerdoti, probabilmente greci, specializzati nell'arte
del guarire.35 L'isola venne poi tagliata in forma di nave a ricordo del leggendario arrivo del dio
quando, sotto forma di serpente, fugg dalla nave che l'aveva trasportato da Epidauro e si rifugi
appunto nell'isola.
Le iscrizioni rinvenute nell'Asclepieo romano fanno pensare che i rimedi non fossero
esclusivamente magici; tuttavia la pratica dell'incubazione si conserv. Gli oracoli onirici di Fannio
narrati da Virgilio36 possono anche essere pure fantasie poetiche, ma nel culto epidauriano di una
Roma ellenizzata l'incubazione sopravvisse come parte integrante dell'arte salutare di Esculapio.37
Essa era tuttavia estranea alla tradizione romana, nella quale n l'invasamento mantico n l'esorcismo si
affermarono mai stabilmente. In Italia la divinazione era accentrata in un elaborato sistema augurale
che costituiva il mezzo ufficiale per accertare la volont degli di nelle questioni di una certa
importanza attraverso certi segni come il volo o le voci degli uccelli, i fulmini, i sogni e i pronostici
degli uguri autorizzati. E solo quando dalla Grecia, dall'Asia Minore e dalla Mesopotamia vennero
introdotti i veggenti ispirati, i maghi e i guaritori, per lo pi in conseguenza dei contatti tra gli Etruschi
e la civilt ellenistica, gli oracoli onirici di Epidauro e le estasi di Delfi penetrarono nell'Impero
Romano. Nondimeno, il culto di Esculapio venne largamente praticato da uomini e donne di ugni ceto e
condizione, ricchi e poveri, liberi e schiavi, in Grecia e a Roma, finch all'inizio dell'ra cristiana l'arte
del guarire venne rilevata dalla Chiesa e le funzioni del patrono di Epidauro vennero continuate dai
Santi Cosma e Damiano.
L'oracolo di Delfi. Allo stesso modo, per mille anni di storia documentata, in ogni occasione
importante o banale, i Greci e i Romani consultarono la Pizia, la profetessa di Apollo, assisa sul suo
tripode a Delfi, perch tale era la reputazione del famoso oracolo. La sua fondazione  avvolta
nell'oscurit perch esso era il pi antico santuario della Grecia, che risaliva al periodo miceneo. Era
considerato il centro della terra, e l'omphalos. o pietra dell'ombelico, era situato nell'adytum del tempio
di Apollo dove la Pizia dava i suoi oracoli. I Greci riconoscevano in Apollo un nuovo arrivato, e si
diceva che fosse stato preceduto dalla Madre Terra, Gea-Themis e probabilmente da Posidone.58 Nel
periodo omerico esso era diventato un centro apollineo, e la leggenda dell'uccisione di un mostro
ctonio39 pu indicare che fosse originariamente connesso al culto degli Inferi.
Era anche messo in relazione col culto estatico di Dioniso, ma non si  ancora potuto
determinare se prima di essere occupato da Apollo fosse stato la sede di tale culto. Comunque, dal V
secolo a. C. i riferimenti a Dioniso si fecero a Delfi sempre pi frequenti, e nel terzo secolo a. C. il
monumento situato all'interno del santuario venne considerato la sua tomba. Al tempo di Plutarco, due
secoli pi tardi, si disse che egli prendeva il posto di Apollo nel tempio durante i tre mesi invernali in
cui Apollo si ritirava al nord,40 e questa tradizione risale probabilmente a un periodo molto anteriore,
poich gi dal VI secolo a. C. si parlava di queste assenze invernali. Non  detto, per, chi presenziasse
allora il santuario. La societ costituita a Delfi tra Dioniso e Apollo ebbe un effetto moderatore sulle
orge del tracio Zagreo, e pur se un elemento estatico veniva introdotto nei procedimenti della
Pizia a Delfi, l'ispirazione assumeva una forma diversa da quella ma nifestata nei frenetici
baccanali tracio-frigi, nonostante il fatto che tanto la figura del profeta quanto la katharsis avessero
molto in comune col culto dionisiaco.
La Pizia, dunque, esercitava la sua funzione in uno stato di ebbrezza ottenuto con mezzi che
rimangono nel campo delle congetture. Le in formazioni pervenuteci circa l'intero svolgimento del
procedimento sono estremamente vaghe: sembra tuttavia che quando le si chiedeva un oracolo, ella
indossasse delle lunghe vesti, un diadema d'oro e una corona d'alloro e che poi bevesse alla fonte sacra
di Kassolis. Per assicurarsi che il giorno e i presagi fossero propizi, si spruzzava di acqua fredda una
capra, e se questa si metteva a tremare in tutte le sue membra le condizioni erano favorevoli. Al segno
convenuto, la Pizia si sedeva sul suo tripode posto sopra una fenditura da cui usciva del vapore
proveniente da un burrone o da una caverna sottostante, e talvolta si diceva che entrasse nella caverna
per incontrarvi il vapore. Queste notizie per derivano per lo pi da fonti relativamente recenti.41
Prima del quarto secolo a. C. non vi  alcuna allusione a una caverna o a un burrone, e nella letteratura
posteriore, fino al primosecolo, se ne hanno solo accenni sporadici. Si erano trovate fenditure di questo
genere nelle montagne calcaree in prossimit di Delfi,42 ma gli scavi effettuati nel sito del tempio non
hanno dato altro risultato conclusivo se non quello di dimostrare che nella roccia sottostante al
santuario non esisteva alcun crepaccio sotterraneo.43 Manca perci una conferma alla teoria del
vapore, anche se questa  tutt'altro che improbabile.
Qualunque fosse la causa del fenomeno, le parole pronunziate dalla Pizia, indubbiamente
incomprensibili, venivano interpretate dal profeta, o sommo sacerdote, e spesso trascritti in esametri
come oracoli di Zeus comunicati per il tramite di Apollo col quale si riteneva che la profetessa (la
Pizia) fosse in rapporto. Come la Sibilla Cumana, essa era un personaggio dotato di ispirazione, e nel
pronunziare le rivelazioni divine rendeva nota la volont di Zeus per il tramite di suo figlio Apollo. Il
suo compito era talmente sacro che le veniva proibito di vivere col marito ed era sottoposta a numerosi
tab, ma chiunque possedesse i necessari poteri occulti poteva essere scelta per le funzioni di Pizia,
senza distinzione di classe, di condizione sociale, o di preparazione intellettuale. All'apice della sua
prosperit, tre donne esercitavano al tripode le loro funzioni, ma normalmente esso era riservato a una
sola occupante che aveva sotto di lei una supplente potenzialmente destinata a succederle.44 Vi erano
indubbiamente anche diversi assistenti incaricati delle varie mansioni del tempio, come accudire al
fuoco sacro e offrire il sacrificio e la focaccia sacra che dovevano essere offerti prima che i postulanti
entrassero nel tempio. Solo all'inizio dell'ra cristiana (c. 300 d. C.) questo servizio venne assegnato
alle famiglie sacerdotali.
Se, come  molto probabile, la patria originale dell'oracolo era in Anatolia,45 esso aveva uno
sfondo estatico, per quanto potesse essere stato modificato a Delfi sotto l'influenza di Apollo. 
signficativo infatti, come ha osservato Guthrie, che gli Iperborei con cui viene tradizionalmente
associato Apollo, presentino affinit geografiche ed etimologiche con l'Asia settentrionale,46 dove la
tradizione sciamanistica era profondamente radicata. Perci  probabile che i suoi precedenti estatici
fossero gi da lungo tempo solidamente affermati prima che essa venisse rimpastata e modificata in
Anatolia e successivamente combinata col culto della Pizia. Discordi sono i pareri circa la priorit di
Apollo o di Dioniso a Delfi; tuttavia, quando vennero messi in relazione reciproca sul roccioso Pito e
i due culti si unirono, allora la profetessa e i suoi estatici pronunciamenti oracolistici diedero
espressione a una tradizione comune.
Oltre a Dioniso e Apollo, anche Orfeo, profeta ed eroe del culto dionisiaco e sacerdote di
Apollo, trov posto nel complesso oracolo di Delfi, e di conseguenza molte modificazioni apollinee
vennero introdotte nella tradizione orgiastica tracia. Sotto l'influenza orfica, i Delfici si dedicarono al
culto degli eroi47 e all'assistenza rituale dei morti,48 e venne colmato l'abisso esistente tra mortali e
immortali, prima mediante rozze frenesie estatiche, poi con la metempsicosi e le teletai, che
costituivano un mezzo per mettersi in contatto con le potenze ctonie e per purgare l'anima delle sue
impurit titaniche. L'Apollo Pitio, dunque, contribu in misura non indifferente a incanalare le forme
pi barbare di rivelazione estatica in una nuova e pi raffinata direzione, al tempo stesso oracolistica e
animistica, che in ultimo acquist un contenuto filosofico nella dottrina platonica dell'anima, della sua
preesistenza e della sua reincarnazione (soma-sema).49
La fama e l'influenza di Apollo divennero cos grandi che tutta la Grecia ricorreva al suo
strumento e portavoce di Delfi per interrogarlo su argomenti culturali, politici, legali e su faccende
personali e quotidiane, dai monarchi e dai tiranni fino al pi umile degli individui, nonostante il fatto
che i responsi erano per la maggior parte vaghi, evasivi e ambigui,50 specialmente nelle questioni di
importanza critica. Quando la costruzione di un impero rese sempre pi frequente e impegnativo il
lavoro consultivo dell'oracolo, si dovettero nominare degli exegetai locali che guidavano
l'amministrazione con i loro consigli nel governo dei cittadini di Atene, di Sparta e di altre citt. Perch
potessero esercitare le loro funzioni di consulenti legali in questioni private e locali, si dovettero
riconoscere loro taluni poteri divinatori,51 ma purnondimeno la Pizia continu ad essere la voce
decisiva del dio  Delfi il centro dell'autorit spirituale. Cos, quando una qualunque delle co munita
greche doveva fondare una colonia, si consultava prima l'oracolo per avere la certezza che l'impresa
avesse l'approvazione di Apollo.1" Persino Socrate non disdegn di ricorrere ai suoi consigli, bench la
Pizia lo avesse dichiarato il pi saggio degli uomini ed egli a sua volta si considerasse al servizio di
Apollo e sotto la sua protezione.53 L'autorit dell'oracolo continu dunque ad essere riconosciuta da
tutta la nazione, dai sovrani, dagli uomini di stato e dai saggi fino ai cittadini e agii atleti, e tutti si
riunivano periodicamente a Delfi per partecipare ai giochi sacri che si tenevano in suo onore.
Considerevole era dunque la sua influenza come forza consolidatrice.
Gli Exegetai di Atene. Oltre all'oracolo di Delfi, altri rappresentanti ufficiali di Apollo erano gli
Exegetai Pythochrestoi, nominati dall'oracolo o scelti dalla Pizia da una lista di nove Ateniesi che le
veniva sottoposta; questi venivano designati dai cittadini, ma, come per gli Eumolpidai ad Eleusi, le
loro qualificazioni erano di solito ereditarie.54 Il loro compito era di fornire consigli su questioni di
culto come sacrifici, feste e riti di purificazione, di fare da interpreti della legge sacra, dei presagi e
degli oracoli e di occuparsi delle pratiche interessanti le relazioni di Atene con Delfi in qualit di
funzionari ufficiali dello stato. Quando venivano eletti per suffragio popolare, come raccomandava
Platone nella sua concezione della Repubblica ideale,55 tutto il popolo aveva voce nella loro
designazione, ma la scelta definitiva dei tre dipendeva dall'oracolo; e Platone riconosceva che l'Apollo
Pitio era l'autorit esterna cui tutti dovevano sottomettersi nelle questioni spirituali.
Se da un canto non si fece alcun tentativo per unificare i culti degli stati greci in un unico culto
relativo a una unica divinit, dall'altro, Delfi e i suoi exegetai e i suoi ministri occuparono una
posizione privilegiata, trovandosi al centro dell'indagine oracolistica sia pubblica che privata. Gli altri
componenti del pantheon esercitavano le loro diverse funzioni nelle sfere localizzate ad essi destinate,
ma Apollo diceva l'ultima parola sull'attuazione pratica del loro culto e del culto dei morti, nonch su
questioni di procedura legale e costituzionale, sulla interpretazione di consuetudini ancestrali, sulla
colonizzazione internazionale, sulla vendetta, sull'omicidio e nelle congiunture critiche. I decreti del
suo oracolo costituivano per i colonizzatori un titolo di propriet nel territorio che andavano ad
occupare, e ad essi si doveva in gran parte la risoluzione delle inimicizie causate da spargimento di
sangue e la sostituzione dell'omicidio con una purificazione spirituale.
Insomma, nel 600 a. C. Apollo era diventato in Grecia il massimo agente unificatore
dell'organizzazione religiosa e della struttura sociale, . Delfi era l'omphalos, l'ombelico della terra.
Quando nel 594 a. C. Solone riform lo stato, previde anche l'istituzione di tre Exegetai Prilli irhrestoi,
dimostrando cos la sua sottomissione all'Apollo Pitio e alla un sede di Delfi. Ci  evidente per il fatto
che gli exegetai, pur essendo funzionari di stato residenti ad Atene, erano nominati dall'oracolo e ne
erano gli interpreti. Inoltre, la loro istituzione non si limit nella capitale, ma venne estesa ad altre citt
per mantenere la supremazia della Pizia su un territorio quanto pi possibile vasto e per conmbattere le
diverse altre forme rivali di divinazione e di pronosticazione. Delfi, dunque, non aveva il monopolio
della mantica, e i suoi sacerdoti non avevano in definitiva altra autorit se non i pronunciamenti della
Pizia considerata la voce di Apollo. In mancanza di una gerarchia stabile indipendente dalla tradizione
oracolistica, se le sue rivelazioni ispirate non trovarono una giustificazione nella pratica, vi era il
pericolo che il suo prestigio diminuisse e che si ricorresse ad altre sedi di indagine oracolistica.
Nel VI secolo a. C., per esempio, Delfi si dimostr inadeguato alle esigenze di coloro che
facevano affidamento su di esso, e con i suoi giudizi parziali e inesatti perdette per qualche tempo la
fiducia della nazione. Nella seconda Guerra Sacra (357-346 a. C.) i suoi tesori vennero saccheggiati dai
generali della Focide, e quando questi vennero sconfitti da Filippo il Macedone, esso cess di occupare
la sua posizione focale di santuario panellenico, bench l'oracolo sostenesse il conquistatore e il suo
successore Alessandro Magno.56 Nel periodo ellenistico, dopo la morte di Alessandro avvenuta nel
323 a. C., esso si ridusse a poco pi di una corte d'appello locale per la risoluzione di questioni dubbie
riguardanti gli di e la condotta morale, e per fornire consigli su questioni di coscienza. Il suo prestigio
nel campo etico si mantenne generalmente alto, ma la fede nelle sue rivelazioni oracolistiche era tanto
declinata nell'atmosfera imperante di decadenza e di scetticismo, che nessun tentativo venne fatto per
ricostruire il tempio dopo che questo venne disti atto nel 371 a. C., probabilmente da un terremoto.
Nonostante tutte le leggende in contrario, i re ellenistici ignoravano la Pizia, e si dice persino che una
volta uno di essi l'avesse sedotta senza incorrere in alcuna punizione per il suo sacrilegio.57 Insomma,
essi dedicavano un culto superficiale ad Apollo, senza per onorarne la profetessa o consultarne
l'oracolo.
Solo nel 279 a. C., quando le orde celtiche invasero la Macedonia e saccheggiarono i templi, si
ebbe uno sforzo combinato per salvare Delfi dalle loro mani, poich il dio aveva assicurato che avrebbe
protetto il suo tempio: Io e le vergini bianche ci occuperemo di queste cose.58
Il sentimento nazionale diede maggior impulso alla causa e fece nascere la convinzione che
Apollo fosse intervenuto con i tuoni e con un terremoto, e che fosse apparso sotto forma di un giovane
di statura sovrumana e di bellezza incomparabile, mentre le profetesse e i sacerdoti si gettavano nella
mischia vestiti dei loro paramenti sacri per compie tare lo scoraggiamento del nemico, che si ritir al
nord e venne poi respinto in Macedonia.59 Ma bench il successo dell'operazione fosse stato tale da
stimolare la nascita della leggenda, sembra tuttavia che il tempio fosse stato saccheggiato dai Celti.60
Venne comunque istituita una festa detta Soteria in onore di Zeus Soter e di Apollo Pitio per
commemorare il salvataggio della Grecia in seguito a questo suo supposto intervento.61
L'episodio  molto oscuro e controverso, ma comunque si siano svolti i fatti, nel secondo secolo a. C.
Delfi assurse a nuova vitalit. Alla fine della guerra annibalica, nel 207 a. G, inviati di Roma
consultarono l'oracolo prima di incontrarsi con Attalo di Pergamo (che aveva anch'egli fondato la sua
dinastia su designazione di Apollo)62 per chiedergli di trasferire a Roma la pietra meteorica che
simboleggiava la Magna Mater,63 e forti del suo responso, portarono a termine con successo la loro
missione a Pessinunte, introducendo cos a Roma il culto di Cibele. Se leuco secondo (245-226 a. C.) chiese
l'approvazione della Pizia prima di erigere un tempio di Afrodite Stratonice a Smirne in onore di sua
moglie,64 e Tolomeo VI (173-146 a. C.) si dice avesse ottenuto la benedizione di Apollo Pitio per
trasferire l'immagine di Serapide da Sinope ad Alessandria.65 Anche se questa era indubbiamente solo
una versione popolare dell'arrivo di Serapide ad Alessandria, elaborata da Plutarco per esaltare la
reputazione di Delfi nel secondo secolo a. C., essa suggerisce quanto meno che l'autorit dell'oracolo era
ancora riconosciuta, per quanto sembri che nei primi anni dell'Impero Romano la si ignorasse
completamente negli affari di stato. Un nuovo vigore gli venne dopo che Domiziano restaur il tempio
nell'84 d. C. e istitu nuovamente i Giochi Pitii.66
Durante il regno di Traiano e di Adriano, Delfi torn ad essere una citt sacra, ma al tempo
degli Antonini e di Severo, dopo alcuni sporadici vaticini, l'oracolo tacque;67 ci venne spiegato dagli
apologisti cristiani come una conseguenza diretta della rivelazione dell'incarnazione di Cristo,
indipendentemente dalle profezie pronunziate in epoca postcristiana.68 Il tentativo fatto da Giuliano
per resuscitarlo fall, e il suo emissario Oribasio, di ritorno dal santuario, pot solo riportare questo
messaggio:  De al Re che il bel palazzo  caduto al suolo. Febo non ha pi un rifugio, n alloro
profetico, n una fonte che parla. L'acqua della parola si  prosciugata.69 Da dove provenisse questa
informazione non  detto; rimane tuttavia i fatto che il tempio venne chiuso nel 390 d. C. da Teodosio
e quindi demolito dal suo successore Arcadio. Cess cos una delle pi notevoli influenze oracolistiche
della storia del movimento mantica e un fattore di importanza non indifferente per la civilt greca;
Delfi era il centro geografico e nello stesso tempo spirituale del mondo ellenico, come Gerusalemme
nelle carte del cristianesimo medievale.
Essa per non occup mai la posizione occupata da Roma come punto locale di una
organizzazione gerarchica ed ecclesiastica centralizzata. Tutto ci che poteva pretendere era di
dichiarare la volont e i fini di Zeus quali erano rivelati da Apollo e dalla Pizia suo strumento, spesso in
opposizione alle sedi rivali di profezia mantica e di altre forme di vaticinio. Adottando la politica del
tutto a tutti, le sue ambiguit accuratamente studiate non potevano celare la sua incapacit di fornire
una indicazione positiva. Perci la sua posizione fu sempre precaria, e quando venne a cessare la
tradizione mantica del mondo greco-romano in cui era sorto e aveva operato, la funzione dell'oracolo
perdette la sua ragion d'essere e si ridusse inevitabilmente al silenzio per sempre.
Gli Oracoli Sibillini. Il Cristianesimo per non neg che dietro all'oracolo stessero delle
potenze spirituali: esso le considerava demoniache, e quindi le paragonava ad altre manifestazioni di
invasamento da parte di spiriti maligni.70 Quanto alle Sibille, bench si pensasse che come la Pizia
traessero da Apollo la loro frenetica ispirazione, alcuni dei primi Padri e altri scrittori cristiani
sostennero che esse con le loro profezie avevano testimoniato in favore del Cristo.71 In effetti, per,
queste profetiche sacerdotesse erano penetrate in Grecia dall'Asia Minore nel VI secolo a. C., ed erano
entrate in stretta relazione col movimento orfico prima di passare in Italia, dove una delle principali
fiss la sua sede probabilmente tra i coloni greci di Cuma, presso Napoli. L si dice che le fosse stato
dedicato un tempio nel 493 a. C. secondo le istruzioni tr- vate nei Libri Sibillini che una strana vecchia
era riuscita a vendere a prezzo esorbitante a Tarquinio il Superbo, l'ultimo dei re Tarquini, dopo aver
bruciato la precedente raccolta di profezie che egli si era rifiutato di comprare. Dietro questa storia
rimane il fatto che dalla Grecia gli Oracoli Sibillini raggiunsero Cuma nel VI secolo a. C., e all'inizio
della Repubblica presero piede anche a Roma, portando con s gli di ellenici e il loro culto.72 Nei
torbidi e nella carestia che si verificarono nel secolo successivo durante la lotta degli Etruschi per
restaurare la dinastia, vennero consultati  Libri Sibillini, e questi imposero la fondazione del culto di
Demetra, Dioniso e Kore, latinizzati come Cerere, Libero e Libera. Venne allora eretto un tempio in
loro onore a Roma sull'Aventino, nei pressi del Circo Massimo.73 Quasi trecenti! anni dopo, nel 205 a.
C., verso la fine della guerra annibalica, in seguito a una violenta grandinata si ricorse, come abbiamo
gi accennato, ai libri dell'oracolo: in conseguenza di ci la Magna Mater frigi.) venne installata nel
tempio della Vittoria, e nel 191 a. C. un tempio a lei dedicato venne eretto sul Palatino.
Se pure  molto probabile che la tradizione abbia avuto origine in Asia Minore, dove la testa
della Sibilla di Eritre figura su monete eritree del VII secolo a. C., fior tuttavia in Grecia
l'enigmatico seri tenziare degli oracoli sui temi pi svariati, che poi pass in Etruria e si stabil quindi
definitivamente a Cuma. Ben presto una collezione delle profezie venne conservata a Roma nel
Campidoglio, affidata alle cure dei duoviri sacris faciundis, come vennero chiamati i suoi guardiani,
che la consultavano di volta in volta su richiesta del Senato perch dai suoi oracoli si traessero
insegnamenti per il mantenimento della pax deorum. Questi comportarono anche l'introduzione di
nuovi di e di nuovi riti, talvolta di carattere barbaro, che richiedevano persino di seppellir vivi o di
battere a morte coloro che erano ritenuti apportatori di grandi disastri.74 In conseguenza di tali
pronunciamenti sibillini, l'intero carattere del culto ufficiale di stato si trasform per l'introduzione di
un numero sempre crescente di divinit greche con le loro caratteristiche estatiche di origine
asiatico-occidentale ed etrusca, estranee alla religione indigena romana impostata sull'agricoltura, sulla
pastorizia e sulla terra.
Quando i libri contenenti la collezione di versi profetici furono distrutti nell'incendio del
Campidoglio dell'83 a. C., al tempo delle guerre civili, degli uomini vennero inviati da Augusto ad
Eritre e altrove in cerca di documenti sibillini. Delle migliaia che furono riportate, i duoviri fecero
un'accurata crnita che ridusse notevolmente il loro numero, e quelli rimasti vennero ricopiati e
accuratamente conservati nel basamento della statua di Apollo nel nuovo tempio sul Palatino. Cos,
all'inizio dell'ra cristiana il movimento sibillino aveva acquistato una nuova posizione ufficiale
nell'Impero, e Apollo era divenuto rivale di Giove, lo Zeus romano, sul Campidoglio. Poich col tempo
esso ottenne un certo riconoscimento anche da parte della Chiesa, nel secondo e nel terzo secolo d. C. scatur da
fonti cristiane una nuova classe di oracoli in stretta analogia non solo con le profezie pagane ma anche
con quelle sviluppatesi ad Alessandria durante il secondo secolo a. C. negli ambienti giudaici ellenistici.
Questi adattamenti dei Libri sibillini si componevano di versi esametri scritti alla stessa maniera degli
originali greco-romani e attribuiti a sibille che venivano ispirate, a quanto si diceva, per propagare la
fede e la dottrina di Israele tra i pagani. Episodi del Vecchio Testamento vennero combinati con
leggende tratte dagli scritti sibillini, sicch', per esempio, la distruzione della torre di Babele venne
raffigurata come opera di venti impetuosi, anteriore al regno di Kronos, a Titano, in Giapeto e alla
nascita di Giove, e vaticinata dal profetico veggente.75 Il successo di questo metodo di propaganda
nell'opera di proselitismo indusse gli scrittori cristiani del secondo e del terzo secolo a mantenere viva la
tradizione. Alcuni degli oracoli vennero riveduti ed elaborati dai Sibullisti cristiani,76 altri invece
vennero composti di sana pianta.77 La maggior parte di essi, per, sono documenti compositi, e gli
ultimi quattri i libri (XI-XIV) trattano principalmente di personaggi e avvenimenti storici, con vari
gradi di precisione, e furono scritti in lingua sibillina da Giudei e Cristiani dal terzo secolo in poi.78
Nonostante l'ampio riconoscimento accordato dai primi Padri alle ispirazioni delle Sibille quali
spontanee testimonianze a favore del Cristo, la vera natura di queste elaborazioni non sfugg a menti
acute come quelle di Luciano e di Celso che prodigarono tutta la propria abilit per screditare questo
metodo di propaganda cristiana.79 Ma i Latini continuarono imperterriti la tradizione: al Concilio di
Nicea Costantino fece appello agli oracoli,80 e Sant'Agostino colloc la Sibilla nella Citt di Dio.81
Teofanie ed oracoli nell'antico Israele. Considerando quanto fosse profondamente radicata sia
nella tradizione greco-orientale, sia in quella giudeo-cristiana, non ci sorprende affatto che in un'epoca
priva di avvenimenti critici l'ispirazione estatica fosse rapidamente resuscitata. Nella religione di stato
di Roma essa offriva una via di scampo dal formalismo e dal senso di distacco del culto ufficiale,
mentre nel cristianesimo gli screditati misteri e misticismi occulti ed esoterici vennero trasformati dalla
nuova dinamica spirituale e interpretati dal punto di vista delle forze carismatiche divine quali si erano
manifestate da tempo immemorabile nelle teofanie e nelle rivelazioni operate in Israele prima che la
profezia prendesse un ulteriore sviluppo nel periodo anteriore all'esilio, dall'VIII secolo a. C. in poi.
Cos, del tradizionale fondatore del popolo eletto si disse che era stato spinto a lasciare la
Mesopotamia per recarsi in quella che sarebbe diventata la terra promessa da una teofania, seguita
poi da tutta una serie di rivelazioni divine fatte a Shechem presso un terebinto-oracolo, nella quale gli
venne svelata la natura della sua missione.82 La fondazione del santuario di Be thel venne interpretata
in relazione a un episodio di incubazione di cui fu protagonista Giacobbe (e che in seguito venne
definito accidentale), nel quale il divino occupante del sacro luogo si rivel in un oracolo onirico.83
Altri importanti santuari della tradizione patriarcale - per esempio Bersabea, Hebron, Mamre e Ofra -
sono rappresentati come luoghi in cui il dio di Israele si era rivelato agli antenati della nazioni in
teofanie speciali, sia direttamente che attraverso un altro essere soprannaturale.
Spesso queste manifestazioni si presentavano spontaneamente in forma tangibile o in visione,
come nel caso di Giacobbe, che si dice esclamasse: certo Jahv  in questo luogo, e io non lo
sapevo.84 Cos, in seguito, a Midian, si disse che Mos incontr la medesima divinit sotto forma di
un fuoco prorompente da un roveto che non si consumavi!, quando si volse alla montagna di Dio per
vedere questo misterioso fenonomeno e per ricevere istruzioni dal dio che era nel roveto.85 Sulla
montagna sacra nota col nome di Sinai o di Horeb, si diceva che tanto Mos che Elia avessero
incontrato Jahv a tu per tu in un colloquio diretto e immediato,80 come Adamo ed Eva, ma in
condizioni pi drammatiche e senza alcuna mediazione mantica sotto forma di sogni, visioni,
invasamenti spiritici, comunicazioni sacramentali, enigmi o parole oscure.87 Nel deserto si dice
che Jahv camminasse in mezzo al campo e che fosse disceso alla tenda di convegno fermandosi
sulla porta sotto forma manifesta e visibile di una colonna di nube.88 Dalla cima della Montagna, di
mezzo alle fiamme, nel tabernacolo, egli parlava al suo servo Mos bocca a bocca, continuamente, in
contrasto con le temporanee profetizzazioni dei settanta anziani che si limitarono a una sola
occasione.89
Questi ingenui antropomorfismi sono ben diversi dagli ambigui ed enigmatici pronunciamenti
della Pizia a Delfi, dalle oscure espressioni oracolistiche dei profeti estatici o dai pronostici degli
indovini di altre regioni del Vicino Oriente e dell'Egeo, compresa la Palestina. Nella tradizione ebraica
Mos occupava una posizione unica e riuniva in s gli uffici e le funzioni di profeta, legislatore, capo
del culto e sovrano dotato di poteri soprannaturali.90 In queste sue molteplici qualit egli era in grado
di comunicare con Jahv in una maniera pi intima di quanto non fosse permesso a quelli che potevano
contare su mezzi di comunicazione meno diretti. Nondimeno, nonostante la sua posizione privilegiata,
le teofanie si verificavano soltanto in luoghi e in momenti particolari, sicch anche Mos era
virtualmente un profeta di culto, nel senso che esercitava le proprie funzioni in base a un ordine rituale
prestabilito e in forza della sua vocazione e dei suoi attributi speciali.
Non  sempre facile determinare fino a qual punto le pratiche in vigore in Palestina e nella
regione circostante al tempo dell'occupazione israelita siano passate al culto anteriore all'esilio e siano
state ricollegate dagli scrittori posteriori al deserto e alla tenda di convegno. Ma non vi  dubbio che si
fossero fatte proprie le montagne, le caverne, gli alberi-oracolo, i pozzi e le pietre gi sacre ai Cananei,
assieme alle credenze e ai riti ad esse collegati da tempo immemorabile e poco mutati sia negli scopi
che nel contenuto. Nel deserto le trib ebraiche continuarono la tradizione che successivamente,
quando la fede e il culto jahvisti cominciarono a prendere forma, venne interpretata in relazione alla
storia ancestrale di Israele e dei suoi personaggi. Molte delle consuetudini, anzi, hanno continuato a
persistere fino ad oggi fra i contadini arabi e fra i Beduini, senza notevoli variazioni. Sarebbe infatti da
stupirsi se non fossero sopravvissute in Palestina dopo l'insediamento delle trib invaditrici. La loro
persistenza  dimostrata dal fatto che ancora nel 621 a. C., al tempo della riforma di Giosia, i santuari
locali erano provvisti di un albero sacro, di una fonte, di un allineamento, di un mazzebah o gilgal
(cerchio di pietre) e di un adytum. Ci li accollava ai templi di tutti gli altri popoli semitici, Aramei,
Cananei, Accadi o Fenici, nonostante l'ingiunzione citata nel Deuteronomio di distruggere al momento
della conquista gli alti luoghi, i boschetti e i santuari megalitici con le loro immagini scolpite.91 Se
vi fu allora o in seguito un serio tentativo per eliminare il culto cananeo, esso rimase infruttuoso
fintantoch durante la riforma di Giosia tutto il culto non venne accentrato come misura temporanea nel
tempio di Gerusalemme.
Cos la divinazione oracolistica persistette in Israele per tutto il periodo della monarchia,
associata ai templi locali. Per esempio, la quercia di Meonenin a Sichem, che al tempo di Abimelech92
era denominata la quercia degli indovini,93 era indubbiamente la stessa quercia che d oracoli
(moreh) a cui si fa riferimento nella narrazione patriarcale,94 e al tempo della conquista della
Palestina95 i divinatori traevano i loro presagi dallo stormire delle foglie.96 La funzione principale dei
veggenti aggregati a questi luoghi sacri era di consultare il dio e non di dedicarsi ai sacrifici o alle
pratiche di culto. Dovevano perci possedere le cognizioni tecniche necessarie per impartire norme
oracolistiche, ivi compresi l'augurio, l'incubazione, il sorteggio, l'osservazione e la profezia divinatoria.
Che la profezia di culto fosse praticata in Israele con ben pochi mutamenti dopo l'insediamento
nella terra di Canaan  dimostrato dalle denominazioni ebraiche di coloro che disimpegnavano queste
funzioni: kohen, lewi, nabi e roeh. Il kohen era l'equivalente dell'arabo kahin, divinatore, il cui compito
consisteva principalmente nel trarre oracoli per mezzo dell'Urim e del Thummim, il metodo, cio, di
ottenere un s o un no in risposta a specifiche interrogazioni, o mediante analoghi sistemi di
ispirazione e di rivelazione oracolistica.97 Ma i veggenti ebrei differivano dagli altri indovini semitici e
mesopotamici in quanto erano innanzitutto estatici professionisti e non profeti mantici, stregoni ed
esaminatori di interiora. Come i kohnim e la stirpe dei Leviti, questi nebi'im, come venivano chiamati
in Israele, o figli dei profeti, erano aggregati a particolari luoghi sacri ed esercitavano le loro funzioni
come funzionari del culto. Riuniti in confraternite, erano aggregati a santuari come Bethel, Gibeah,
Rama, Gerico e Carmelo,98 al servizio del dio che rivelava loro la sua volont e i suoi fini in uno stalo
di estasi. Non vi pu esser dubbio che essi fossero di origine pre-israelita, considerando la grande
diffusione di questo tipo di fenomeni psi chici e di comportamento sciamanistico, che erano
caratteristici della profezia semitica in genere. Essa era anzi identica nelle sue caratteristiche essenziali
a quella professata dai makku o visionari mesopota mici, che si riteneva fossero animati da un soffio
oracolistico divino e derivassero il loro potere direttamente dal dio col quale erano in rapporto e di cui
erano i portavoce.99
Ma mentre i sacerdoti (kohen) e i profeti (nabi) possono avere avuto una origine comune,100 in
Israele i nebi'im si differenziarono ben presto dai kohen dei santuari, in quanto assunsero una posizione
indipendente poco o punto ufficiale nella comunit, vagabondando per la regione settentrionale in
bande estatiche come quelli incontrati da Saul sul Monte Gibeah dopo la sua consacrazione per mano di
Samuele. Tale era il loro contagioso entusiasmo che egli stesso ne venne immediatamente colpito, e
lo spirito (mach) di Jahv discese potentemente su di lui e lo mut in un altro uomo.101 Da allora in
poi egli manifest di tanto in tanto sintomi di estasi, anche quando, dopo l'unzione di Davide, l'afflato
divino lo aveva abbandonato ed era disceso sul suo successore.102 La posizione di Saul  tuttavia
oscura, poich  detto che nella sua qualit di re era intimamente associato al culto dei sacrifici, il che
lo aveva messo in conflitto con Samuele.103
Non  improbabile, anzi, che alcuni degli episodi a ttribuiti a Samuele fossero originariamente
riferiti a Saul e successivamente trasferiti a Samuele dall'antimonarchica scuola deuteronomica. A parte
il fatto che il gioco di parole contenuto nel racconto della nascita di Samuele si avvicina di pi al nome
di Saul,104 in quanto la frase perch l'ho chiesto al Signore rassomiglia pi a Sha'l (Saul) che a
Shmu'el (Samuele), l'ira divina in cui si disse che il re era incorso offrendo sacrifici a Gilgal nella
maniera consueta per consacrare la battaglia contro i Filistei105 contrasta col fatto che egli aveva
costruito un altare a Jahv all'inizio del suo regno offrendo su di esso il sangue delle vittime senza che
si parlasse di sacrilegio.106 Per non dire poi del fatto che i suoi successori esercitavano queste funzioni
in via del tutto ordinaria, come per esempio nel caso di Salomone nel tempio di Gerusalemme.10'
Samuele, quale viene raffigurato nelle narrazioni attuali, non era un tipico nabi, anche se era
soggetto a visioni notturne, a mistiche audizioni nelle quali sentiva voci soprannaturali e a predire
avvenimenti futuri,108 anche se conosceva il modo di scoprire le asine smarrite di Saul e rivelava come
un veggente la volont divina se e quando l'occasione lo richiedeva, anche dopo morto.109 Le sue
comunicazioni avevano la natura di tipici oracoli profetici, e bench non appartenesse alla trib di Levi
e non fosse mai stato designato come kohen,  detto che era stato consacrato sin dalla nascita al servizio
del santuario di Shiloh ed era iato rivestito dell'ejod sacerdotale.110 Prima che la parola di Jahv gli si
fosse rivelata, egli ud una voce che lo chiamava e che Eli riconobbe per un oracolo,111 ma nulla
indica che si trattasse di un invasamento estatico. Pare insomma che Samuele sia stato un divinatore o
un veggente con attributi sacerdotali, pronto a cogliere tutto ci che gli veniva rivelato mediante un
processo di visione o di audizione spirituale interiore, e quindi dotato di una conoscenza occulta che
andava al di l della sfera della percezione normale.  perci assai dubbio che egli possa essere
considerato, come  stato suggerito, il creatore del nabismo in Israele.112
Eliseo invece era essenzialmente un estatico dedicato a manifestazioni sciamanistiche fra cui
segni e miracoli come far galleggiare il ferro, risanare le acque, resuscitare i morti col contatto delle sue
ossa, predire avvenimenti futuri ed esercitare poteri psichici abnormi, come nel racconto del suo
incontro con Hazael, o di quando divise le acque con l'aiuto del suo bastone dopo aver ricevuto una
doppia parte dello spirito (mach) del suo predecessore.113 Elia per era un evocatore delle piogge pi
che un nabi carismatico, e disimpegnava la medesima funzione di Al-Khidr, l'Uomo Verde della
tradizione popolare col quale la sua figura leggendaria venne identificata. Cos dunque l'Al-Khidr delle
leggende popolari del Vicino Oriente comparve tutto ad un tratto sulla scena, senza vantare antenati,
senza possedere una genealogia come il Tishbita. Tutti e due scomparvero misteriosamente dopo aver
compiuto una serie di gesta straordinarie, e le loro rispettive leggende si confusero assieme.114
Talvolta Elia si comportava estaticamente, come per esempio quando venne improvvisamente
afferrato dalla mano d Jahv e corse davanti al carro di Ahab superando in velocit la tempesta che
si avvicinava.115 Ma il suo potere soprannaturale si esercitava principalmente nel controllo degli
agenti atmosferici. A lui vennero attribuiti i tre anni di carestia in Palestina, durante i quali egli venne
miracolosamente nutrito dai corvi e la vedova di Zarephath pot sostentarsi con un vaso di farina e un
orciuolo d'olio che non si esaurivano mai.110 Venne poi la disputa sul Monte Carmelo con i frenetici
profeti-sacerdoti del fenicio Baal, nella quale Elia, senza essere invasato dal dio come i suoi rivali,
riusc a vendicare Jahv comandando al fulmine di consumare il suo olocausto e alla pioggia di
scendere sulla terra inaridita.117  questo l'avvenimento pi rilevante della tradizione che lo riguarda,
anche se lo si vedeva continuamente trasportato da un luogo all'altro dallo spirito di Jahv, apparendo
continuamente sulla scena con drammatica subitaneit e affrontando Ahab con messaggi del dio al cui
cospetto egli si trovava nella sua veste di profeta. Egli scopriva la presenza divina nel mormorio di
una dolce brezza sulla montagna sacra, e partiva (In Horeb per eseguire l'ordine di Jahv, ungendo
Hazael re di Siria, Jeliu re di Israele ed Eliseo suo successore nel campo profetico.
In queste tradizioni popolari, che contrastano con gli avvenimenti citati negli altri documenti
conservati nel Libro dei Re,lia Elia  descritto come una figura eroica, lo strenuo difensore di Jahv, in
violento conflitto col culto cananeo e con le sue usanze e le sue azioni. Lo si vede quindi esercitare la
sua funzione profetica in conformit della tradi zione jahvistica e non della tradizione mantica indigena
vigente nel Regno settentrionale al tempo di Ahab. Che i profeti religiosi ebrei fossero associati a
santuari locali  dimostrato dal fatto che Elia eresse un altare sul Monte Carmelo rimpiangendo la
distruzione in massa degli altari jahvistici operata altrove.119 Il rito propiziatorio della pioggia e l'esito
di esso erano conformi al normale procedimento120 nei confronti di Jahv, che, a quanto egli
sosteneva, era l'unico tra gli di che potesse porre termine alla siccit che egli stesso aveva causata.
Continuando la campagna jahvistica, Eliseo si serviva, a quanto pare, di metodi psichici abnormi e pi
sciamanistici, se le leggende riflettono veramente il suo manticismo: e infatti, ciascuna confraternita
profetica aveva le sue proprie tradizioni, le proprie regole e le proprie esperienze, fossero esse
estatiche, taumaturgiche o magico-religiose.
Ben poco, per,  stato riportato nel Vecchio Testamento di quanto veniva effettivamente
compiuto dai profeti in queste societ israelite, e solo dagli spunti sporadici che compaiono qua e l
nelle narrazioni si pu avere un'idea del loro comportamento. Nel Regno settentrionale pare che il
nabismo fosse pi estatico che non in Giuda, al sud, dove Nathan e Zadok occupavano una posizione
predominante nella gerarchia davidica e nel rituale del tempio come sacerdoti-profeti ufficiali di corte.
E inoltre, fu al nord che il movimento profetico si svilupp maggiormente in tempi di crisi. Ahab non
poteva certo ignorare Elia, e assieme a Giosafat consult inoltre i quattrocento estatici rivali di Micaia
prima della fatale battaglia di Ramoth-Gilead,121 nella speranza di propiziarsi la vittoria sugli Aramei.
Nel colpo di stato jahvistico di Jehu si intravvede l'opera di Eliseo, e a Bethel, verso la met dell'VIII
secolo a. C., Amos, il pi antico dei profeti canonici, egli stesso meridionale, proclam la Parola di
Jahv che gli era stata rivelata nella visione che aveva avuta a Tekoa.
Questi nuovi profeti manifestavano i fenomeni di ispirazione in quanto dotati di una peculiare
visione spirituale che sostenevano derivasse loro direttamente da Jahv. Non erano mistici, n nabi nel
senso ristretto della parola, pur essendo in intima relazione col dio del quale m ritenevano chiamati a
comunicare il messaggio. Cos Amos, il pastore di Tekoa, dichiarava che le parole che stava per
pronunziare nei riguardi di Israele egli le aveva viste in una visione che aveva avuto al tempo di Uzzia
re di Giuda e di Geroboamo secondo re di Israele,122 mentre accudiva ai suoi armenti e portava i suoi
sicomori nella sua patria di Giudea, Egli per non apparteneva a nessuna delle congregazioni di profeti,
e per questa ragione Amasia lo espulse dal tempio reale di Bethel. Ma non si poteva ridurlo al silenzio
perch aveva dimostrato di essere il ricettore di un messaggio visionario di Jahv. E infatti, per quanto
irregolare potesse essere un profeta e per quanto impopolari e sgradite fossero le sue profezie, la sua
condizione di strumento di Jahv, anche se sotto forma di franco tiratore, faceva di lui un
personaggio sacrosanto immune da ogni attacco tsico, in ragione appunto della sua condizione sacra e
dei tab che essa comportava. Perci in Israele i cosiddetti profeti letterari o canonici continuarono
dall'VIII secolo a. C. in poi a denunziare le depravazioni e le apostasie della nazione e a preconizzarne
l'imminente condanna, senza che nessuno potesse impedirglielo con la violenza o con la morte.
Anche se non cadevano in uno stato di estasi procurato con metodi occulti e collettivamente, la
loro esperienza profetica non era sostanzialmente diversa da quella dei nabi, in quanto era basata su
una ispirazione proveniente, a quanto si sosteneva, dallo stesso Jahv. Anch'essi si sentivano riempiti
dell'afflato divino (mach) e spinti a pronunziare parole che consideravano come oracoli divini sotto
forma di rivelazioni che ricevevano in visione. Perci dichiaravano di essere spinti da un potere
trascendente che li invadeva e che altro non era se non quello del dio di Israele. Di conseguenza,
facevano spesso precedere le loro dichiarazioni, fatte in prima persona, dal ritornello: Cos dice
Jahv, e le concludevano con la frase: Oracolo di Jahv,123 poich la Parola divina era una realt
obiettiva. Convinti di essere i messaggeri mandati da lui, indistinguibili anzi dalla divinit stessa,124
essi conversavano con lui e ne ricevevano gli ordini che si affrettavano a condurre prontamente ad
effetto. Partecipi della natura divina (mach), partecipavano anche dello Spirito di Dio quale estensione
di lui stesso.125 ed erano quindi inseriti nella sua complessa personalit come parte vivente della sua
essenza divina.
Era questa una conclusione naturale derivante dalla concezione ebraica dell'uomo come un
aggregato di elementi della vita cosciente fisica e psichica, animato da uno spirito aeriforme o nephesh
e stante in una peculiare relazione di affinit con Dio per essere stato crealo a sua immagine e
somiglianza e per avere stipulato con lui un palio speciale come membro della nazione eletta. Fosse o
no che il soffio iniziale dell'alito della vita venisse identificato con l'energia divina che dopo l'esilio
venne chiamata ruach, questa qualit carismatica non poteva limitarsi all'anima aeriforme (nephesh)
dell'uomo. Essa aveva un significato pi vasto in quanto denotava lo spirito di Jahv nelle suo varie e
molteplici manifestazioni e riempiva i profeti di potere estatico e di visioni.126 Poich il dio di Israele
era concepito come una persomi, la personalit dell'Israelita era considerata in relazione di similitudine
diretta con lui quale fonte ultima della sua vita. Nel caso del profeta, poi, questa similitudine era tanto
intima che diventava una proiezione della personalit divina e faceva di lui, quando era al servizio di
Jahv, un essere virtualmente divino come il malach, o messaggero divino. In questo stato egli era in
grado di percepire taluni aspetti dell'essenza e della natura di Dio ed era dotato di un potere
trascendente di penetrazione che gli permetteva di scoprire la sua volont e i suoi propositi nei riguardi
del suo popolo eletto e dell'umanit in genere, sia che si trattasse di un messaggio di speranza oppure
di condanna, sia che lo ascoltassero o lo evitassero. Per i profeti letterari il messaggero non era pi
un malach soprannaturale, ma era diventato un essere umano che si trovava ad avere una relazione
particolare con Dio e rivelava il messaggio che Jahv gli aveva affidato.
Distinguere i profeti veri dai falsi, quando sia gli uni che gli altri pronunziavano oracoli
attribuiti alla medesima fonte divina, non era cerco cosa facile. Geremia, per esempio, condannava
esplicitamente i profeti contemporanei perch si basavano sulle visioni del loro cuore e anche sui
sogni che avevano sognato e non sulla rivelazione di Jahv comunicata loro direttamente senza alcun
tramite oracolistico tradizionale.121 Ma in effetti, i sogni e le visioni estatiche erano un elemento
caratteristico della profezia riconosciuto in Israele nel periodo anteriore all'esilio, per quanto egli
potesse ripudiare la tradizione di Anania e dei suoi compagni.128 Geremia ammetteva che la veridicit
dei loro rispettivi portenti sarebbe stata dimostrata dal corso degli avvenimenti, anche se in seguito
ebbe un'ultima e conclusiva parola di condanna contro Anania e la nazione.129 Dove i profeti classici,
da Amos a Ezechiele, erano tutti concordi, era nel condannare il culto sincretistico, perch dietro a tutti
i fenomeni della natura e alle vicissitudini della storia della nazione intravvedevano l'unica volont
onnipotente del Santo di Israele, il giusto sovrano del creato, il creatore della giustizia, la cui legge era
santa e la cui potenza infinita.
A differenza degli di indigeni cananei e di quelli dei paesi circolanti, dei quali non si negava
l'esistenza, la munificenza di Jahv non i manifestava solo sporadicamente quando egli si trovava di
umore favorevole, n la sua sorte dipendeva da quella di caste sacerdotali, citt o nazioni concorrenti.
Le sue amorevoli cure si estendevano a tutte le sue opere, ma egli chiedeva a tutti i membri della
nazione santa che obbedissero ai suoi comandi e si conformassero alle sue prescrizioni. Attraverso le
rivelazioni dei profeti divenne sempre pi evidente che ogni individuo aveva una responsabilit
personale nel mantenimento del prescritto ordine religioso e sociale della teocrazia, poich la parola e i
disegni di Dio venivano resi noti attraverso la voce della profezia come anche attraverso la Torah,
considerata un oracolo sacro. Essendo rivelazioni e precetti divini, la Legge e la Parola di Jahv
costituivano una regola assoluta di fede e di condotta valida sia per la nazione nel suo complesso, sia
per ciascun individuo secondo le proprie capacit personali.
Poich i grandi profeti ricevevano il loro messaggio attraverso un incontro personale e diretto
col Dio di Israele, essi interpretavano il problema sociale in relazione al carattere degli individui.130
Pur se essi proclamavano un'etica sociale, la personalit complessa della nazione poteva adempiere alla
sua vocazione solo se ciascun membro di essa riconosceva le proprie responsabilit e ci che da lui
esigeva il Dio giusto, il Santo di Israele, come vedremo pi ampiamente nel prossimo capitolo. Ma
nonostante il fatto che i profeti ebrei dessero un nuovo significato e una nuova interpretazione etica alla
Parola di Jahv, essi esercitavano tuttavia le loro funzioni sulla falsariga dei loro predecessori, e i loro
metodi oracolistici non erano molto diversi dagli altri, salvo che essi affermavano di aver ricevuto
rivelazioni spontanee sulla cui autenticit non ammettevano dubbi. Amos negava di essere un profeta
mantico professionista, ma era assolutamente convinto di aver ricevuto in una serie di visioni
oracolistiche un comando divino: Va', profetizza al mio popolo di Israele.131 Geremia dichiarava di
avere assistito al consiglio di Jahv e di avere udito la sua parola che trasmetteva al popolo nei
termini consueti.132 In una visione Isaia vide Jahv assiso sopra un trono alto, molto elevato,
circondato da esseri angelici. In tale stato di estasi ud la voce divina che gli diceva: Chi mander, e
chi andr per noi? E pieno di umilt, di sacro terrore e di meraviglia, egli rispose: Eccomi, manda
me.133 E le esperienze di questo genere si susseguivano le une alle altre costringendolo a rivelare i
messaggi che gli risonavano all'orecchio, provenienti dal mondo eterno.134 Anche Ezechiele era
continuamente soggetto a prolungate psicosi fuori del normale, indistinguibili da quelle caratteristiche
dei nabi.13b Ma i grandi profeti non si limitavano ad essere investiti dello spirito profetico. Esm
vedevano la verit nella stessa misura in cui erano convinti di averli ricevuta da Jahv. Essi
conoscevano la volont e il pensiero del dio al cui servizio militavano, e sapevano che qualunque
profezia che non fosse strettamente conforme ai suoi comandi non derivava da lui.130
Capitolo nono
Gli di e la vita onesta
Il concetto egizio di bene e di male. Fra i popoli dell'Asia occidentale, dell'Arco Fertile e del
Mediterraneo orientale, gli Egiziani spiccavano per l'interesse che attribuivano all'aspetto morale del
mondo. Vero  che i loro saggi non tentarono di costruire e di enunciare un sistema etico; tuttavia essi
riconobbero un significato cosmico al bene e al giusto. L'ambiente fisico in cui vivevano ispirava loro
la Fiducia nell'ordine e nel ritmo della natura, li rendeva sostanzialmente ottimisti riguardo all'avvenire
e dava loro una mentalit etica. Il bene era ci che riusciva gradito agli di e il male ci che riusciva
loro sgradito, bench si ritenesse che anche il male proveniva da loro. Inoltre, gli stessi di erano
soggetti alle medesime debolezze, ai medesimi attacchi e alle medesime influenze degli esseri umani.
Lungi dall'essere onnipotenti, onniscienti, giusti e infallibili, essi erano talvolta i paladini del bene,
talaltra invece i sostenitori delle forze maligne, come Seth, che era al tempo stesso alleato di Re-Atum
e nemico di Osiride e di Horus. Persino Horus, che pure aveva vendicato suo padre Osiride, si diceva
che avesse decapitato sua madre, Iside, che lo aveva fatto infuriare, mentre Hathor dal canto suo aveva
un carattere altrettanto multiforme quanto lo erano i suoi attributi e le sue funzioni.
Perci per gli Egiziani il bene non era ci che oggi chiamiamo eticamente giusto, n il male
ci che chiamiamo moralmente errato. I due concetti erano condizionati dall'ambiente da cui
scaturivano, dall'ordinamento divino delle forze cosmiche e dei processi naturali da cui dipendeva il
benessere; ma si riteneva che gli di volessero il bene, concepito come il giusto ordine di tutte le cose
in cielo e in terra e personificato dalla dea Maat che incarnava la verit, la giustizia, il diritto e l'ordine.
Sorella del Dio-Sole, essa stava al fianco di Thot nella barca di Re quando questi sorgeva da Nun, e lo
accompagnava nei suo viaggio notturno attraverso il mondo sotterraneo. Essa era lo splendore in cui
vive Re, e al loro arrivo introduceva le anime nella sala del giudizio di Osiride e di Re per esservi
pesate da Thot e Anubis.
Maat, per, era essenzialmente un attributo divino dell'universo e della struttura della societ, e
aveva un significato cosmico, sociale ed etico. Mediante essa Re viveva e regnava, e come in principio
aveva di sperso le tenebre mettendo l'ordine al posto del caos, cos rifaceva ogni giorno quando
all'aurora sorgeva a oriente. Di conseguenza, era compito del suo figliuolo, il Faraone in carica,
mantenere la giustizia (Maat) reggendo la nazione con la verit, impedendo l'anarchia, il disordine
e l'illegalit e mantenendo il ritmo della natura.1 Perci al nome ufficiale del Faraone in carica si
aggiungeva l'epiteto vivente nella verit (Maat), e durante il movimento monoteista di Ekhnaton,
nella XVIII dinastia, a nuova capitale Amarna venne descritta in uno degli inni come la sede della
verit. E analogamente, quando Tutankhamon ristabil il culto di Amon-Re a Tebe, si disse che egli
aveva eliminato il disordine dalle Due Terre, sicch l'ordine [Maat] era stato nuovamente insediato al
suo posto come la prima volta [alla creazione] ,2
In questo complesso concetto di Maat, gli di, l'universo e il sovrano erano inseparabilmente
uniti in un unico principio fondamentale e duraturo la cui bont e il cui valore sarebbero stati eterni.
Esso non era stato mai perturbato sin dal giorno della creazione, e chi trasgredisce alle sue leggi viene
punito.3 Poich esso era l'immutabile diritto divino universale che ordinava tutta l'esistenza, era perci
l'essenza stessa della vita onesta, e tutto l'universo era considerato come una monarchia costituita per
decreto divino, nella quale il re, quale figlio del Dio-Sole e Horus vivente, occupava la posizione
chiave tanto nel campo fisico quanto in quello sociale ed etico. Egli era insomma la personificazione
della vita onesta perch aveva fatto risplendere la verit (Maat) in cui egli (Re) vive. Egli sapeva per
che cosa viveva, poich era simile a Re ed era con lui una cosa sola.4 E la giusta condotta consisteva
nel fare ci che desiderava il re, il prediletto di Ptah.
Come il ha era originariamente una propriet esclusiva dei Faraoni, anche il Maat fu con ogni
probabilit una prerogativa regale, finch col tempo il concetto di vita onesta non divenne universale
per tutta la nazione, quando si riconobbe che tutti gli uomini erano in grado di comprendere a natura
dell'universo e di entrare con esso in una relazione armoniosa. Non vi  dubbio che fossero
principalmente i funzionari e i capi ad andare alla ricerca di questa conoscenza e a sforzarsi di
modellare la propria vita in conformit coi suoi precetti. Ma essa sta come uri sentiero anche di fronte
a chi non sa nulla.5 Ogni uomo aveva la facolt insita nel cuore (ab), sede del pensiero, della ragione
o della coscienza, di riconoscere quale fosse la giusta maniera di agire. Era il cuore che ispirava ogni
iniziativa quale principio conduttore della vita dell'uomo, e determinandone la condotta diventava
carattere. Lo si descriveva anzi come la voce di Dio che  in ognuno: felice  colui che essa ha
guidato ad agire bene.6
Nell'Antico Regno questa facolt era accentrata esclusivamente nel monarca, sovrano protettore
e difensore del giusto ordine. Sotto il regime feudale del Medio Regno (c. 2000-1780 a. C.), quando si
dava un particolare risalto ai concetti di giustizia e di diritto sociale, si affermava che ogni uomo era
stato creato uguale al suo simile, e poich l'ordine sociale era parte dell'ordine cosmico,
l'ineguaglianza sociale era contraria al giusto equilibrio della societ e non faceva parte del progetto
divino. Solo il male annidato nel cuore dell'uomo aveva sconvolto l'equilibrio, e quando alla fine
dell'et delle piramidi l'antica dinastia istituita per volere divino si sfasci davanti agli Asiatici invasori,
si disse che Maat era stata cacciata via, e l'iniquit siede nella camera del consiglio. I piani degli di
sono distrutti e i loro ordini trasgrediti. La terra  in miseria, il lutto  in ogni luogo, citt e villaggi
piangono.7 Questo era il male per eccellenza, poich rappresentava il crollo dell'ordine prestabilito e
portava inevitabilmente dietro di s il disordine, la discordia, la falsit e il caos. In un regime statico
qual era quello che dominava nella valle del Nilo, fintantoch l'ordine esistente rimaneva imperturbato,
la sua etica, concepita sotto forma di Maat, costituiva una potente dinamica unificatrice che saldava
assieme in un tutto composito l'ordine cosmico divino e l'ordine umano, riunendoli in un'unica entit
governata da un principio trascendentale che significava insieme rettitudine (cio giustizia, armonia
ed equilibrio), permanenza, stabilit e tutto ci che era implicito nel concetto egizio di vita onesta.
La monarchia, in virt delle sue origini e delle sue funzioni divine, costitu il centro unificatore,
sicch quando la potenza reale pot nuovamente affermarsi come potenza mondiale, con caratteristiche
cosmiche e politiche nello stesso tempo, essa divenne il punto d'unione. In seguito, nella XVII dinastia,
l'interludio di Ekhnaton fall perch il re eretico non fu capace di trasformare la divina Maat reale
incarnata in lui in un effettivo ordine sociale quale forza politica e amministrativa. Perci con la sua
morte, avvenuta verso il 1366 a. C., cess anche lo stato di cose da lui istituito e si ritorn
immediatamente al culto solare ortodosso di Amon-Re a Tebe. Per essere efficace la Maat del cosmo
doveva essere trasmessa dagli di alla societ in generale attraverso il Faraone e i suoi sacerdoti e
amministratori, in modo da contrapporre il bene al male trasformando il divino Maat cosmico nel Maat
di un ordine sociale solidamente costituito con un saggio governo che mantenesse la pace, la giustizia e
la stabilit.
Nella sua applicazione all'individuo, la vita onesta consisteva nel vivere in armona con Maat,
esemplificata nell'autodisciplina dell'uomo taciturno che  sempre paziente, calmo, padrone d s e
dei propri impulsi, sempre alla ricerca di ogni perfezione finch non vi  pi di fetto nella sua
natura.8 Pure, nella letteratura egizia della saggezza, durante il Nuovo Regno, il silenzio aveva
un significato pi positivo che non nel concetto quietistico cinese di Tao, il sentiero che sta al centro
di tutta l'esistenza e dell'ordine dell'universo, con cui era inti mamente associato nell'idea. Pur
confinando con l'umilt, con la debolezza e con la mansuetudine,9 il silenzio remissivo ti porter al
successo finale in conformit ai disegni degli di, ed esso doveva essere praticato nella vita di tutti i
giorni, e non nell'isolamento.10
Nel periodo inquieto successivo all'espulsione degli Hyksos asiatici invasori, quando i confini
del nuovo Impero egizio erano perennemente minacciati dagli Hittiti, dagli Assiri, dai Libici e dai
Popoli del Mare, la confidenza nell'aiuto e nella protezione degli di diede origine a una filosofia
deterministica basata sull'insufficienza umana contrapposta alle capacit divine, e si mettevano in
risalto i bisogni della nazione e non quelli dell'individuo che era costretto a coltivare uno spirito di
sottomissione al gruppo e di fiducia nell'ordinamento divino degli avvenimenti. Nella serenit e nella
fiducia stava la sua forza, tanto nei riguardi degli di quanto nei riguardi della comunit. Ma la fonte da
cui l'uomo tranquillo o taciturno derivava la sua forza e la sua consolazione era un principio
cosmico e un ordine divino prestabilito che si manifestavano nella natura, nell'armonia della societ e
nella vita onesta dell'individuo che si cercava di portare a un grado sempre maggiore di perfezione.
Nel Medio Regno il senso della responsabilit morale dell'individuo divenne supremo, e ad esso
si accompagn quello dell'integrit del carattere e del diritto personale. Le virt esaltate e perseguite
nei trattati morali dell'epoca erano l'onest, la sincerit, la giustizia, la generosit e la franchezza; i vizi
condannati erano il furto, l'adulterio, la violenza.11 Le massime del saggio egizio Ptahhotep forniscono
la pi antica formula di buona condotta e la definizione dei valori della vita, nonostante le enunciazioni
di prammatica in cui si raccomandavano la verit e l'onest perch costituivano la migliore delle
politiche, e si giudicava vantaggiosa la giustizia (Maat) perch la sua utilit era duratura. Nondimeno,
queste virt erano intese come il pi alto concetto ideale di Maat, che, come abbiamo visto, era
innanzitutto ed essenzialmente l'ordine divino instaurato alla creazione dell'universo, l'essenza stessa
dell'esistenza. Seguire questo sistema di vita voleva dire, dunque, vivere in armonia col massimo bene,
e non semplicemente perseguire un fine opportunistico. Frankfort ha fatto giustamente rilevare che
quando si diceva che Maat non  mai stata turbata sin dal giorno della sua creazione, questa non era
solo una espressione di compiacente ottimismo, come sosteneva Breasted,12 poich essa rappresentava
una profonda convinzione religiosa dell'immutabilit di questo ordine comico stabilito per decreto
divino.13 E ci valeva anche per l'esortazione del Misantropo: Parla con la verit, pratica la verit, fa'
ci che  conforme alla verit, perch la verit  potente, perch la verit  grande, perch  eterna, e
quando ci si  incamminati sui suoi sentieri, essa conduce a uno stato beato di esistenza.
Con la democratizzazione dell'aldil avvenuta nel Medio Regno, il ricorso agli scongiuri magici
per proteggere i defunti dai pericoli e dalle vicissitudini a cui erano esposti e per permettere loro di
raggiungere una eterna beatitudine divenne universale; tuttavia nel capitolo CXXV del Libro dei Morti
vi sono segni inequivocabili dell'esistenza di una coscienza morale. Il risalto in cui viene messa
l'enumerazione delle buone azioni del defunto e le ammonizioni che vi sono contenute contro l'uso di
pesi falsi, le ruberie ai danni delle vedove e dei poveri e contro il furto in genere,14 dimostrano quanta
importanza si attribuisse alla buona condotta. Il deplorevole traffico di magici scongiuri intesi ad
impedire che il cuore testimoniasse contro il defunto rappresentava quanto meno un tentativo di mettere
a tacere la voce della coscienza, nel quale la magia veniva impiegata come un agente a fini morali. La
dichiarazione di innocenza era in effetti l'aspetto positivo della confessione di colpa con la quale,
quando in seguito si raggiunse un maggiore livello etico, il peccatore riconosceva umilmente la sua
indegnit alla presenza di un Dio di giustizia dalla cui piet e dal cui perdono dipendeva la sua salvezza
in questa vita e nell'altra. Nell'antico Egitto questa fase di sviluppo della coscienza nei riguardi
dell'aldil non era stata ancora raggiunta, poich una scorta adeguata di magie era ritenuta sufficiente
ad assicurare la salvezza. Ma questo pu essere in un certo senso il risultato di una profonda
consapevolezza delle estreme conseguenze del male e della paura che le ingiustizie commesse in questa
vita potessero avere conseguenze eterne se non si prendevano drastici provvedimenti per far tacere la
voce interiore che veniva chiamata cuore.
La credenza in un giudizio post mortem portava comunque inevitabilmente con s un certo
concetto di responsabilit morale nei riguardi degli di e dell'aldil, ch altrimenti la descrizione di un
tale procedimento giudiziario sarebbe stata inutile e priva di significato: sarebbe bastata infatti
un'adeguata provvista di scongiuri e di alimenti e il giusto adempimento dei riti prescritti, senza
necessariamente imporsi una norma di comportamento in questo mondo. L'Egitto si differenziava
appunto dalle antiche nazioni circostanti per il modo in cui si riteneva che la condotta tenuta durante
questa vita incidesse su quella al di l della tomba. Gli obblighi morali veri e propri non erano affatto
rari, poich un comportamento retto non era di poca importanza per il raggiungimento dell'immortalit,
e persino lo stesso Osiride aveva dovuto essere giustificato prima di raggiungere nel regno celeste la
sua posizione di personificazione di tutto ci che  buono e di giudice dei morti. E coloro che
speravano di partecipare alla sua vittoria sulla morte dovevano essere dichiarati sinceri di voce,
qualunque fosse la parte attribuita agli scongiuri e agli amuleti nel volgere il verdetto n loro favore
protestando la loro innocenza e impedendo alla coscienza di testimoniare contro il defunto.
Essere giusti, onesti, pii e umani era il massimo della saggezza, e specialmente nella letteratura
dell'ultimo millennio a. C. la consapevolezza divina divenne il fattore determinante dell'etica egizia,
assieme alla giustizia sociale e alla verit. Seth veniva opposto a Osiride come l'essenza del male, ma
collettivamente gli di erano considerati buoni ed erano ritenuti i tutori della moralit, anche se alcuni
di essi avevano in s delle qualit malefiche. Ad essi infatti si attribuiva la creazione non solo del bene
ma anche del male; ma nondimeno, essi amavano e sostenevano il diritto e la verit (Maat) e odiavano
e distruggevano l'errore e il disordine. Perci erano considerati giudici imparziali e onniscienti che
sorvegliavano le azioni di tutti gli uomini, punivano le colpe e premiavano le virt. Di conseguenza,
vivere onestamente significava fare tutto ci che gli di amavano,15 cio praticare sia le virt
personificate in Osiride, sia quelle che riguardavano il giusto ordinamento della citt o del nomo su cui
la divinit locale aveva giurisdizione.
Tutte le sorti erano poste sotto la tutela divina, e gli uomini erano salvi solo se si mettevano
nella mano del dio, determinatore del destino. Associato in un primo tempo col male e la
malevolenza, il destino fin poi per essere considerato benefico quando gli di vennero ritenuti
essenzialmente benefattori dell'umanit, che dispensavano i loro doni a tutti quelli che meritavano la
loro bont. Ma le sorti di tutti gli uomini erano definitivamente fissate in anticipo, tanto che nel Medio
Regno si riteneva inutile cercare di modificare ci che era stato predestinato dagli di o di scrutare nelle
loro intenzioni e nei loro decreti. La sorte di ciascuno era stata debitamente decisa e predestinata,
sicch sarebbe stato sciocco affannarsi ancora attorno a cose che non potevano essere mutate; e ci
contrastava con la precedente credenza che gli uomini potessero giungere coi loro sforzi a una vita
onesta, sotto la guida e la tutela degli di.
Nondimeno, anche se la libera volont aveva avuto la tendenza a cedere il passo alla
predestinazione, al tempo del saggio Amenemope, che pare fosse vissuto durante la XVIII dinastia,16 il
concetto di coscienza si era solidamente affermato, e il cuore dell'uomo era considerato il naso del
dio, aperto alla voce divina.17 Per quel maestro dell'etica, la facolt di distinguere il bene dal male era
una prerogativa umana, e ci comportava una responsabilit morale e un obbligo verso dio, nel senso
astratto in cui il termine di divinit veniva usato nei riguardi di Atum-Re o di Aton, il reggitore della
mente e del declino dell'uomo e il giudice dell'umanit. Il destino di ogni individuo era predisposto
dalla divinit, perci non si doveva fare alcun tentativo per scoprirne o alterarne i progetti, essendo
questi basati sul Maat nei suoi aspetti cosmici, spiritual: ed etici che abbracciavano la legge, l'ordine, la
giustizia, la rettitudine e la verit.18 L'ideale morale era l'adempimento della volont di dio. Per
raggiungere questo summum honum l'uomo saggio doveva sedersi sulle braccia del dio e in silenzio,
in tranquillit, in umilt e in mansuetudine abbandonarsi ad esse con fiducia, sincerit e sottomissione
completa a ci che era stato determinato dalla provvidenza divina per il bene eterno di coloro che
accettavano la volont di dio e i suoi fini prestabiliti e si sforzavano di percorrere le vie che egli aveva
messo loro innanzi. Ma pur essendo i tutori della moralit e i de Sminatori dei destini degli uomini, gli
di non furono mai considerati i salvatori dell'umanit dai mali della carne, n alterarono mai in alcun
modo il corso prestabilito degli avvenimenti.
Peccato e trasgressione in Babilonia. Nel clima pi instabile e imprevedibile della
Mesopotamia, con i suoi venti torridi e soffocanti, le sue piogge torrenziali, le sue disastrose
inondazioni e le sue stagioni incerte, l'ordine cosmico, sociale ed etico non potevano essere interpretati,
come nella valle del Nilo, dal punto di vista del Maat. In quelle condizioni la posizione e il destino
dell'uomo avevano la stessa indeterminatezza dei processi della natura, che comportava una lotta
continua per l'esistenza e la sopravvivenza in un mondo in cui il male prevaleva sul bene e la malvagit
sulla beneficenza. Per gli uomini la morte era una sfida perenne alla volont di vivere, non meno di
quanto lo fossero le inondazioni che ad ogni primavera minacciavano il ritorno al liquido caos
primordiale, o tutti i mali e le disgrazie corporali, che erano opera degli di o di demoni. Perci negli
incantesimi e nelle preghiere sumeriche e babilonesi si ritrova un elenco delle possibili mancanze di cui
l'ammalato poteva essersi reso colpevole, e poich si riteneva che ogni aspetto della vita si trovasse
sotto il controllo di un dio o di un demone, la moralit era essenzialmente una disciplina
magicoreligiosa. Non  dunque da sorprendersi che gli errori compiuti nell'adempimento dei riti
occupino nelle liste un posto di preminenza, giacch in ultima analisi ogni trasgressione umana era
considerata come un peccato contro un dio o una dea o una trascuratezza nei loro riguardi, o
l'infrazione di un tab, o l'inadempienza di una osservanza rituale prescritta, o qualche altra offesa che
intaccasse le leggi soprannaturali e l'ordinamento divino dell'universo. Poich l'ingerenza degli di
veniva estesa ad ogni fase dell'esistenza cosmica, civica, domestica e individuale, l'etica e la religione
erano inseparabili, e molte cose che a prima vista non sembrano avere, o quasi, alcun senso morale, a
un ulteriore esame rivelano un significato pi etico di quanto lasciassero apparire. Spesso si metteva
l'accento su offese commesse inconsapevolmente, che comportavano tutt'al pi una colpa involontaria e
inducevano a ricorrere agli scongiuri, alla divinazione e ad altri accorgimenti magici intesi a ripararle.
Spesso il comportamento degli stessi di era, come  gi stato detto, tutt'altro che etico. Ma nondimeno,
considerate dal punto di vista del concetto etico-religioso dell'universo che prevaleva in Mesopotamia,
le offese morali e rituali contro gli uomini, gli di e le forze occulte che governavano l'ordine cosmico
non potevano essere differenziate. Tutte erano nocive e pericolose allo stesso modo, e le loro
conseguenze e il castigo ricadevano sull'umanit intera; e per tutte vi era una punizione in questo
mondo.
Nei testi liturgici come la raccolta di preghiere e di scongiuri contenuta nella serie di
incantesimi denominata Shurpu, le-varie cause di acquisizione del male vengono elencate in una lunga
lista di domande formulate da un esorcista:
Ha egli peccato contro dio?
 egli in colpa verso una dea?
Si tratta di un gesto iniquo contro il suo padrone,
O di odio contro il fratello maggiore?
Ha egli disprezzato il padre o la madre,
O insultato la sorella maggiore?
Ha dato troppo poco ?
Ha preso troppo?
Diceva no invece di s,
O s invece di no?
Ha usato pesi falsi?
Ha intascato una somma ingiusta,
E non ha preso quella giusta?
Ha tracciato un falso confine?
Ha spostato un confine, un limite o un territorio?
Ha posseduto se stesso o la moglie del suo prossimo?
Ha sparso il sangue del suo prossimo,
O rubato le sue vesti?
Era egli franco nel parlare,
Ma falso nel cuore?
Diceva s con la bocca,
Ma no col cuore?19
La lista, che enumera in tutto pi di cento possibili offese, abbraccia un campo molto esteso nel
quale sono compresi molti reati e trasgressioni sia di natura etica che di natura liturgica, che Marduk 
chiamato a cancellare, bench sia probabile che essi siano stati inseriti da redattori posteriori quando si
erano sviluppati concetti pi alti di bene e di male. Ma la mescolanza di concetti etici e di precetti
ritualistici  stata sempre una caratteristica dei testi e dei salmi penitenziali babilonesi e assiri.
L'altissima invocazione a Ishtar nella quale il peni- lente supplica la dea: perdona il mio peccato, la
mia iniquit, le mie gesta vergognose e la mia offesa; sii indulgente verso la mia trasgressione, accetta
la mia preghiera, si conclude con una rubrica riguardante le lustrazioni rituali con acqua pura, le
purificazioni con legni aromatici, l'offerta di sacrifici.20 E quanto mai sublime  la seguente preghiera:
Il peccato che ho commesso, trasformalo tu in bene;
La mia trasgressione, fa' che il vento la trascini via;
Dei miei molti misfatti mi spoglio come di una veste;
Mio Dio, le mie trasgressioni sono sette volte sette: allontana le mie trasgressioni.
Mia Dea, le mie trasgressioni sono sette volte sette: allontana le mie trasgressioni.21
La maggior parte dei peccati confessati erano tuttavia errori rituali, spesso commessi
inconsapevolmente, e l'aspetto generale delle confessioni rifletteva il concetto primitivo di
propiziazione.
Lo stesso dicasi dei riti di lamentazione pubblica, che sin dai tempi pi antichi fecero parte del
culto ufficiale in occasione di calamit. Cosi, nei testi sumerici e nelle relative traduzioni babilonesi, la
terra  rappresentata in uno stato di tab in conseguenza del quale gli di avevano abbandonato le citt
e riversato disastri sull'umanit. Per cattivarsene nuovamente la benevolenza era necessario un digiuno,
oltre alle cerimonie purificatone e alle appropriate lamentazioni magiche.22 Di solito chi parla  il re, e
i suoi lamenti pronunziati in veste ufficiale esprimono il compianto del suo popolo. Su queste
lamentazioni pubbliche reali erano modellati i salmi sacerdotali e privati, gli inni, le nenie, le litanie, le
confessioni e gli incantesimi che, compilati originariamente ad uso del re quale penitente principale e
rappresentativo, si adattavano poi facilmente all'uso individuale. Ma pubblici o privati che fossero, essi
contengono ben pochi concetti di peccato e di rettitudine nel senso etico. Spesso vi sono enumerate
colpe morali, e spesso il supplicante non riesce a capacitarsi come mai una sventura si sin abbattuta su
di lui. E dichiara, probabilmente in perfetta buona fede, di non aver trascurato nessuna delle
prescrizioni rituali, di non aver mancato di osservare le feste prestabilite, di non aver disprezzato li-
immagini degli di. Il grido quotidiano del penitente era una patetica protesta: Non so il peccato che
ho fatto; non so l'errore che ho coni messo. In qualche modo egli aveva mancato il segno attirando
su di s l'ira di divinit tiranniche sempre all'erta per scoprire la minima infrazione all'ordine rituale.23
Nondimeno, nelle recensioni bilingui assire in cui si presentano i Salmi Penitenziali provenienti
dalla biblioteca di Assurbanipal e la cui origine risale a un periodo molto anteriore,  detto che il re,
l'uomo ideale, fa penitenza in nome del suo popolo, pur essendo i salmi una parte essenziale del culto
magico-religioso. E inoltre, quanto pi egli pensava solo alla preghiera e all'implorazione, faceva
del sacrificio la sua regola, del giorno dell'adorazione divina il piacere del suo cuore e della
processione della dea la sua ricchezza e il suo diletto, tanto pi egli soffriva. Egli invocava il suo
dio, ma questi non gli concedeva il suo favore; supplicava la dea, ma questa non si degnava di
volgere il capo. Egli insegnava al suo paese a rispettare il nome del dio e a riverire il nome della dea,
ma ci che sembra buono a noi  male per il dio; e ci che  male ai nostri occhi  buono per il suo
dio. E anzi, davanti al dio le cose false diventano accettabili! Tuttavia, a questo profondo senso di
disperazione fa seguito un salmo di ringraziamento per la libert da lui recuperata quando venne
restituito alla vita e al potere da Marduk: la ruggine fu spazzata via, il suo triste cammino divenne
sereno, la macchia della schiavit venne lavata e la catena venne disciolta.24
Questo Giobbe babilonese, pur sollevando il problema del divino ordinamento morale delle
faccende umane, giungeva alla conclusione che le vie degli di erano imperscrutabili ed eludevano
tanto l'indovino e il veggente quanto l'inerme spirito dell'uomo. Il massimo che si poteva sperare di
ottenere era la salute e la prosperit in questa vita, poich gli di avevano negato alla razza umana il
dono dell'immortalit. E anche questa consolazione venne poi abbandonata, come si vede da un
pessimistico dialogo tra un padrone e il suo servo riportato in un testo posteriore, nel quale si negavano
tutti i valori morali e si diceva che il solo bene rimasto era di rompersi tutti e due la testa e di buttarsi
nel fiume.25 Non vi era nulla che valesse, e il solo fine dell'uomo rimaneva la morte.
Con tanti gravi pericoli, tribolazioni e intrighi di forze maligne, si svilupp in Babilonia un
complicato sistema penitenziale e propiziatorio di difesa rituale, purificazione ed espiazione, accentrato
principalmente a Eridu, dove si era solidamente affermato il culto di Ea, il dio della saggezza. Situata
all'estremit del Golfo Persico, dove il Tigri e l'Eufrate confluivano nel mare, questa citt, la pi antica
delle citt omeriche, veniva chiamata l'Ottima perch in essa sorgeva il tempio di Ea, la casa della
profondit del mare, la casa della saggezza. In questa Delfi della Mesopotamia si veniva a cercare il
saggio consiglio di Ea presso l'albero sacro di Kishkanu piantato nel campo sacro (Engurra), secondo
la rivelazione fatta da Ea al figlio Adapa, il primo uomo e il re-sacerdote di Eridu. Dalla potenza delle
sue acque traeva la sua efficacia la maledizione di Eridu, o Siptu, la maledizione espiatoria che era
destinata a diventare il pi importante scongiuro negli esorcismi. In origine erano le acque vivificatrici
che neutralizzavano, espellevano o assorbivano le influenze malefiche, liberando cos dal contagio
coloro che erano venuti a contatto col male, perch essendo la sostanza da cui era stato creato
l'universo, essa era dotata di tutti i poteri creativi. L'ubicazione dell'antica citt ne faceva il centro
naturale del culto del dio delle acque, la cui funzione era quella di lavare, purgare o allontanare in
qualche modo il miasma del male Cos nei testi Ea  raffigurato come il dio che pi di tutti liberava gli
uomini dal peccato, dalla malattia, dalla corruzione e dagli assalti dei demoni, oltre che come la fonte
della conoscenza soprannaturale.
Il Codice di Hammurabi. Con l'ascesa di Babele alla supremazia, quando nel secondo millennio a. C.
(c. 1750 o 1728) Hammurabi riun tutte le citt- stato in un impero, la nuova capitale ebbe la
precedenza su Eridu, il cui dio Ea cedette il posto di comando a Marduk, poich da lui e da Anu,
Hammurabi sosteneva di essere stato chiamato a regnare come re della rettitudine, perch la
giustizia potesse apparire sulla terra.26 Si dice che egli abbia fatto questo nel secondo anno del suo
regno, ma non  chiaro quando in effetti egli abbia promulgato il suo grande codice nella sua forza
definitiva sotto gli auspici divini di Marduk. Finch non avesse completato la conquista di tutto il
paese, egli non avrebbe potuto imporre la sua legislazione, anche se un buon numero delle leggi erano
state incorporate nelle precedenti raccolte di giudizi di notevole antichit, emessi dai sovrani sumerici e
registrati dai loro successori (per esempio quelli di Urukagina, c. 2700 a. C., e di Gudea, c. 2450 a. C.).
Solo nel trentesimo o trentunesimo anno del suo regno egli riusc a sottomettere Elam, Sumer e Akkad,
e solo cinque anni pi tardi complet la conquista dell'occidente.27 Divenne allora re del territorio
occidentale, e verso la stessa epoca estese il suo dominio al nord conquistando Ni- nive e Ashur e
diventando cos il re che riceveva l'obbedienza dei quattro quarti della terra.28 Con ogni probabilit,
dunque, la sua internzione di governare l'impero con giustizia ed equit non pot essere messa
definitivamente in atto se non verso la fine dei suoi quarantatr lunghi anni di regno, quando venne
pubblicato il codice nella sua fonila attuale, che divenne la base di tutta la legislazione successiva.
Una volta che la giurisdizione venne stabilmente accentrata in Babele, la porta degli di, con
la divina approvazione di Marduk, il suo eccelso principe Hammurabi pot dare giustizia al popolo
e assicurargli il buon governo, instaurare la verit e la giustizia nel paese e far prosperare il popolo.29
Nell'esercizio del suo governo quasi divino, egli si tenne tuttavia il pi possibile nell'ombra, e quando
acquistava in forma privata una propriet terriera, tendeva sempre pi a far compiere le transazioni dai
suoi amministratori, che agivano per conto del re della giustizia. Costruiva canali e controllava le
operazioni di drenaggio e le altre analoghe operazioni connesse al loro uso e alla loro manutenzione.
Dava disposizioni relative all'applicazione delle leggi contro la corruzione e lo strozzinaggio, sosteneva
le giuste rivendicazioni dei debitori e sorvegliava i regolamenti che disciplinavano le forniture
alimentari, i trasporti, i lavori pubblici e la custodia dei greggi e degli armenti reali. Su una rottura di
contratto decideva dopo un attento esame del fatto una corte locale composta di uno o pi giudici
assistiti dagli anziani della citt in funzione di assessori. I giuramenti venivano prestati nel tempio, o
sulla porta di esso, e sottoposti al giudizio del dio, ma i giudici non erano necessariamente sacerdoti.
Anzi, il codice e l'amministrazione della sua legislazione erano essenzialmente secolari e non
pretendevano di essere emanazioni divine, pur essendo stati formulati con l'approvazione di Marduk.
Legislazione ebraica. A tale riguardo questo notevole documento legale, che rappresenta
l'optimum della legislazione esistente nel Vicino Oriente al tempo della sua promulgazione, e che
influenz in misura considerevole le regole di condotta e il comportamento dei paesi adiacenti, era in
netto contrasto con le leggi ebraiche, considerate come oracoli divini. Ogni decisione legale era tuttavia
considerata alla stessa stregua di un oracolo che indicava la volont del dio, e tanto la parola babilonese
tertu, che significava legge, quanto la corrispondente parola ebraica torah, avevano ambedue il
significato di presagio. Da qui ebbe origine il dogma dell'origine divina del Pentateuco, il codice
rivelato sul Sacro Monte a Mos che, si diceva, lo scrisse e lo insegn alla congregazione di Israele
come un insieme di decreti di Jahv, senza alcuna chiara distinzione tra procedura ecclesiastica, civile o
penale.
Se e quanta di questa eterogenea legislazione fosse effettivamente emanata da Mos non si pu
determinare, ma il carattere distintivo li molte delle leggi (per esempio quelle relative alla schiavit, ai
luoghi sacri, e la lex talionis) fa pensare che esse fossero il frutto di scuole legislative israelite
indipendenti, come il Codice Sacerdotale redatto dai sacerdoti dopo l'esilio al tempo di Ezra (c. 444 a.
C.) che rappresentava il risultato di un accurato processo di raccolta e di cernita delle tradizioni da parte
di un corpo scelto di canonisti e legislatori sacerdotali.  evidente che essi attinsero direttamente o
indirettamente da fonti mesopotamiche, ma svilupparono altres le proprie tradizioni, dietro le quali
sembrerebbe intravvedere l'oscura figura di un supremo legislatore che si trovava in una relazione
singolarmente intima col dio di Israele e col culto.  perci probabile che una parte di questa
legislazione risalga a Mos e, pi in l ancora, al Codice di Hammurabi e alla giurisprudenza sumerica
del terzo millennio a. C. Sappiamo oggi che il Libro del Patto contenuto in Esodo XXI-XXIII, 19, era un
frammento di un'opera ebraica molto pi lunga, analoga al Codice di Hammurabi, paragonabile ad altri
simili codici legali hittiti e assiri e facente parte di un corpo pi o meno comune di antiche leggi
consuetudinarie vigenti probabilmente in Palestina e in altre regioni dell'Asia occidentale al tempo
dell'insediamento israelitico in Canaan, tra il 1500 e il 1000 a. C.30
Vivendo, come si sosteneva, sotto uno speciale regime di governo divino, la nazione eletta
era sottoposta alle leggi e alla suprema sovranit di Jahv che si esercitava attraverso i suoi
rappresentanti terreni e attraverso il culto. La Torah (la Legge) era la sua dote sacra e preziosa, e i
decreti e i precetti in essa contenuti imponevano un'obbedienza esplicita e assoluta. In principio si
componeva principalmente di precetti di culto e secolari formulati in nome di Mos e che esponevano i
termini del patto tra Jahv e Israele, ma poi a partire dall'VIII secolo a. C., sotto l'influenza profetica,
venne moralizzata in conformit con i principi etici e i giudizi morali di un Dio di giustizia. Quando il
legame fra le trib e il loro dio locale era quello di un patto unitario paragonabile al nesso sociale che
univa le genti del deserto in un gruppo affine su base familiare o di consanguineit, la vita onesta si
concentrava negli obblighi reciproci esistenti tra i vari membri del clan, rafforzati dalla loro relazione
collettiva con Jahv, sotto il cui governo e la cui giurisdizione affermavano di vivere e prosperare. Il
loro primo dovere era verso la teocrazia e le sue leggi e istituzioni di emanazione divina, amministrate
da rappresentanti regolarmente designati e rese efficaci nel culto. Fintantoch le osservanze religiose e
civiche e l'etica prescritta venivano interpretate dal punto di vista di una santit non morale come un
fatto sui generis e irriducibile, il termine di sacro denotava tutto ci che era separato dal profano e
consacrato al servizio della religione. Era in tal senso che Israele veniva consideralo come una
congregazione sacra, e che il Nazireo veniva separato dal resto della comunit,31 mentre Jahv
stesso era un dio santo perch era la personificazione del soprannaturale, del mysterium tremendum che
trascendeva tutto ci che era naturale e ordinario e controllava l'uni verso e i suoi processi.32 Con la
pi completa moralizzazione del concetto di santit, egli divenne il Santo di Israele, l'equo Reggitore
del mondo, bont e verit assoluta.33 Il concetto di equit divina conserv tuttavia un valore forense,
significando conformit alle norme o alle regole relative alla giusta effettuazione dei pesi, alla sincerit
del linguaggio o alla rettitudine del comportamento.34 Perci, come categoria di valori, esso
caratterizzava la condotta a cui doveva attenersi ogni membro della nazione santa legata da un patto
particolare col Santo di Israele. Il giusto e l'ingiusto erano definiti non in base alla ragione, alla
riflessione, alla consuetudine o al consenso comune, ma in baso alla rivelazione della volont di Dio
resa nota attraverso la Torah, il culto, l'oracolo sacro e la voce della profezia.
L'etica ebraica aveva un carattere legale, in quanto la Torah era considerata una ingiunzione
divina basata sulla giustizia di Jahv quale era stata rivelata ai Patriarchi e a Mos. Le sue regole
assunsero la forma di ordini e proibizioni categorici, di esortazioni, di prescrizioni legali, e nella
letteratura posteriore esse compresero detti saggi, pie aspirazioni, enunciazioni profetiche. Infine, le
interpretazioni rabbiniche e le relative applicazioni delle rivelazioni fatte a Mos e ai Profeti vennero
registrate nella Mishnah e nel Talmud, e i principi etici e le sanzioni legali vennero inseparabilmente
fuse come aspetti diversi di un unico ordinamento divino di tutte le cose in conformit con i fini di
giustizia di Dio.
Queste rivelazioni e questi precetti divini costituivano nel loro complesso un modello assoluto
di condotta che vincolava la coscienza di Israele. Il Codice Deuteronomico e il Codice Levitico
vennero compilati allo scopo di mantenere la struttura religiosa e sociale della nazione libere dalle
contaminazioni del culto cananeo e di quello dei paesi circostanti. Si poneva in grande rilievo il fatto
che il sentimento d'amore verso Dio e verso il prossimo era il perno della vita onesta in seno alla sacra
congregazione di Israele, che si compendiava nell'obbedienza ai comandamenti della Legge,
nell'osservanza della giustizia, nell'agire con rettitudine e nel percorrere le vie di Jahv.35 La Legge, il
culto, la carit: erano queste le cose che sostenevano il mondo, mentre la stabilit sociale si fondava
sulla giustizia, sulla verit e sulla pace.36 A tutti, dal pi grande al pi piccolo, Jahv imponeva
l'obbedienza alla sua infallibile volont, premiando coloro che vivevano conformemente alle ne leggi e
castigando quelli che peccavano e deviavano dai prescritti criteri di condotta.
Ma un'etica moralmente religiosa si ebbe solo quando la divinit venne concepita
monoteisticamente come perfezione morale trascendente, unico reggitore e giudice di tutta la terra, con
una sola Legge per l'universo e per l'intera umanit. Fu questo il notevole progresso compiuto dai
grandi profeti ebrei dell'VIII secolo, da Amos in poi. Furono essi che rivelarono Jahv come il solo Dio
perfetto nella Sua giustizia, assoluto nel Suo potere, onnisciente nella Sua saggezza e nella Sua
conoscenza, che perseguiva i Suoi fini in conformit con la Sua volont, che odiava l'iniquit e amava
la bont, la piet e la verit. Perci, consci del fatto che la natura umana era dotata della facolt di
distinguere il giusto dall'ingiusto, il bene dal male, non cessavano di denunziare la degradazione in cui
era caduta la nazione seguendo le abominazioni della tradizione religiosa cananea, specialmente per
quanto riguardava il sacrificio di bambini, l'incontinenza sessuale, la prostituzione e l'ubriachezza,
assieme al vizio e alla crudelt che si manifestavano dappertutto in conseguenza di una ostinata
predilezione del male sul bene.
In opposizione alle pratiche indigene cananee connesse con i santuari locali, essi additavano ad
esempio quella che secondo Amos era stata l'et d'oro della cultura nomade. E in nome di Jahv
sentenziavano: Mi presentaste voi sacrifici e oblazioni nel deserto durante i quarant'anni, o casa di
Israele?37 E similmente, Osea proclamava: Io trovai Israele come delle uve nel deserto; vidi i vostri
padri come i fichi primaticci di un fico che fruttifica la prima volta; ma non appena giunsero a
Baal-Peor, essi si diedero all'ignominia: e divennero abominevoli come la cosa che amavano.38 Era
peccato recarsi a Bethel e ancor pi visitare Gilgal,39 perch il culto sincretistico praticato in quei
santuari oscurava i precetti etici di Jahv. I riformatori hanno sempre tendenza ad essere reazionari e
iconoclasti nel loro sforzo per reprimere gli abusi, e i profeti ebrei non facevano eccezione. Ma bench
il loro movimento sia stato di breve durata e sia virtualmente terminato con l'esilio a Babele, essi
diedero tuttavia un contributo permanente allo sviluppo etico con la loro insistenza su una linea di
condotta che soddisfacesse ai precetti di un Dio eticamente giusto che aveva insegnato all'uomo ci che
 il bene e gli aveva mostrato quali fossero i suoi doveri: agire con giustizia, amare la piet e
camminare umilmente con il proprio Dio.40
Il segreto della vita onesta era fatto risiedere in un atteggiamento nuovo nei confronti di Dio,
portante come corollario una corrispondente disposizione verso l'umanit in generale. Questa
interpretazione profetica dell'etica ebraica andava molto al di l del concetto di santit non morale e di
timoroso rispetto di fronte al mysterium tremendum. I,a maest trascendente di Dio ispirava riverenza,
lealt e obbedienza, e ci introduceva un nuovo concetto di vita onesta, e dava inoltre una nuova enfasi
al fatto che la bont morale era una qualit che doveva essere conquistata nella lotta contro il male, sia
che si interpretasse il male dal punto di vista teologico sotto forma di peccato, o dal punto di vista
biologico come una tara ereditata dai progenitori, umani o animali, dell'uomo, o dal punto di vista
sociologico come una conseguenza della demoralizzazione della societ e delle sue istituzioni, delle
suo credenze e delle sue consuetudini.
Dopo l'esilio, quando il movimento profetico aveva compiuto la sua funzione e raggiunto il suo
scopo principale, e aveva quindi perduto la sua spontaneit, l'attenzione si concentr sull'insediamento
del giudaismo su una solida base teocratica, in cui la moralit e la fede e il culto istituzionale di
emanazione divina erano combinati assieme nello sforzo di riportare la nazione al suo dio e di
restaurare il tempio e il suo culto. Il culto e la classe sacerdotale riorganizzata da Aaron divennero la
forza unificatrice. La compilazione e la pubblicazione della letteratura sacra da parte delle scuole
sacerdotali diede vita ai cinque libri attribuiti a Mos, canonizzati sotto il nome di Torah, o
insegnamento (la Legge), e rivestiti di suprema autorit in quanto erano la parola di Dio verbalmente
ispirata. Ci fece passare in seconda linea la profezia, e con la formazione della sinagoga, coloro che
cercavano di conoscere la volont di Dio andavano ad attingere l dove gli scribi, maestri ufficiali,
impartivano le loro istruzioni attraverso la Legge scritta.
Mentre il fine e l'interpretazione ultima di questo corpo di tradizioni e precetti sacri rimaneva la
santit di Dio, il legale e il puramente etico erano considerati come principi concomitanti e
interdipendenti. Cos non si faceva distinzione tra il pio dovere di seppellire i morti, messo in risalto nel
testamento di Tobia, e l'ingiunzione profetica di agire con giustizia, di amare la piet e di camminare
umilmente con Dio. Al centro di tutto ci, come primo principio di giusta condotta, era l'imperativo
deuteronomico di amare Dio e il prossimo: solo modellando la propria vita in conformit con gli statuti
e i giudizi di Jahv si poteva raggiungere la vera felicit, e questi immutabili precetti divini erano
racchiusi nella Legge e nei suoi comandamenti. Quindi, poich gli scribi sedevano sulla cattedra di
Mos, tutto ci che essi insegnavano e comandavano doveva essere adempiuto,41 e, generalmente
parlando, si provava gioia e soddisfazione nel rispettare la Legge che per la maggior parte non era fatta
di eccessive pretese. Ogni giorno venivano rese grazie a Dio per aver santificato il Suo popolo con i
Suoi comandamenti, e il popolo gioiva delle parole della Sua dottrina, perch esse erano la sua vita e
la forza dei suoi giorni. La Legge imponeva al popolo innanzitutto il dovere di amare Dio come suo
creatore e sostenitore, e come corollario, di manifestare il proprio amore verso il prossimo nelle
relazioni umane e nelle vicende quotidiane, in un'etica sociale.
L'assoluta trascendenza di Jahv interpretata nei termini etici del movimento profetico sollev
nel giudaismo posteriore all'esilio un problema relativo all'origine del male. Fintantoch si immaginava
l'universo sotto il controllo di esseri divini benefici e malefici, la lotta tra il bene e il male si poteva
spiegare come una emanazione di queste due forze soprannaturali e opposte. Ma quando tutte le cose
vennero attribuite a un unico Creatore giusto e onnipotente, l'origine e la persistenza del male in un
creato che ex hypotesi  e dev'essere essenzialmente buono divenne una sfida al concetto di
monoteismo etico. Il giudaismo supponeva che nel cuore dell'uomo fosse stata instillata una cattiva
immaginazione (yetser-ha-ra) al fine di temprare il suo carattere di essere morale con l'aiuto della
Legge.42 E infatti, il DeuteroIsaia non esitava a far dire a Jahv: Io creo il male,43 forse pi nel
senso fisico che nel senso morale, e una volta che era adirato con Israele, si dice che avesse spinto
Davide a un gesto peccaminoso nel compiere un censimento, in modo da avere un pretesto per
infliggere una calamit al popolo.44 Pi tardi, nel libro delle Cronache, l'episodio venne modificato e
si attribu a Satana la tentazione di Davide.45
In un primo tempo, per, Satana venne rappresentato come uno dei figli di Dio componenti la
corte del cielo, che aveva l'incarico di saggiare la sincerit e l'integrit degli uomini ed agiva solo come
consigliere esecutivo.46 Nella parte di avversario egli non era fondamentalmente malvagio in diretto
contrasto con la divinit benefica, come il Diavolo della teologia apocalittica. Nondimeno, poich fin
per essere considerato come l'accusatore di Israele che aveva spinto Davide ad allontanarsi dalla retta
via, una volta sviluppatosi un concetto dualistico di bene e di male, si avvi ben presto a diventare il
Principe delle Tenebre e il capo degli angeli ribelli, intento a sedurre l'umanit e a riempire il mondo di
corruzione.47 Ci concesso, egli non poteva che essere l'arcinemico di Jahv, al quale si riteneva
avesse strappato il controllo della terra che da allora in poi divenne il suo dominio, bench il suo regno
fosse destinato a perire quando alla fine il giusto e benefico Creatore sarebbe diventato il solo e unico
dominatore.
Si stenterebbe a credere che questo rovesciamento dell'onnipotenza divina fosse uno sviluppo
naturale del concetto profetico e posteriore all'esilio di monoteismo etico. Vi era,  vero, un dualismo
latente nello dottrina della scelta di Israele da parte di Jahv, ma lungi dall'affermazione che il mondo
 nelle mani del Maligno, nella tradizione ebraica il creato era stato dichiarato molto buono.48
Nondimeno, col susseguirsi degli eventi divenne sempre pi difficile conciliare il mondo quale
realmente esisteva con la sovranit benefica di un solo creatore e regolatore di tutte le cose. Al
movimento profetico con la sua insistenza sul monoteismo etico segu l'esilio, e quando dopo l'esilio la
ricostituzione della comunit attorno a Gerusalemme fece nascere una nuova speranza, si tratt
evidentemente solo di un ottimismo temporaneo. Col sorgere di una nuova e antagonistica autorit
secolare al tempo di Antioco Epifane, sembr indubbiamente che le potenze demoniache soprannaturali
si fossero messe all'opera per frustrare i progetti di Jahv riguardo al suo popolo eletto. Nel libro di
Daniele, che fu appunto un prodotto di quell'epoca turbolenta,  detto che ciascuna delle nazioni
confinanti, la Grecia, la Persia e Israele, aveva come protettore un principe o un angelo custode,49
come ciascuna delle citt babilonesi aveva i propri di. Si preparava cos la scena per una lotta
gigantesca fra gerarchie spirituali opposte, nella quale Michele, uno dei capi dei principi, combatteva
a favore di Israele nella sua qualit di rappresentante divino.50 La lotta per si svolgeva tra esseri
angelici e non tra di rivali ed egualmente potenti, come nel dualismo mazdeo contemporaneo.51
Lo scoraggiamento che afflisse i Giudei durante i tristi giorni dellabominio della desolazione
predetto da Daniele, e la disillusione causata dalla degradazione degli Asmonei che aveva fatto seguito
alla temporanea ripresa verificatasi durante il regno dei Maccabei, fecero nascere seri dubbi circa le
provvidenziali attenzioni di Jahv per il suo popolo, e diedero un nuovo risalto al problema del male
nel quadro del monoteismo etico. Vari tentativi vennero fatti per spiegare la corruzione della natura
umana e il trionfo del male in un mondo decaduto come una tara ereditata dall'antico passato, senza
tuttavia gettare molta luce sul conflitto come realt sempre presente. La causa iniziale venne in un
primo tempo ricercata nell'unione innaturale dei figli di Dio con le figlie degli uomini che diede
luogo alla procreazione di una malvagia progenie di Nephilim e alle sue gesta nefande,52 ma poich si
supponeva che questa razza fosse stata distrutta dal diluvio, questa spiegazione non poteva bastare a
render conto della situazione esistente. Si ricorse allora alla disobbedienza di Adamo nell'Eden53 alla
soglia della creazione della razza umana, ma pur essendo rimasta questa l'interpretazione popolare del
peccato originale nella tradizione giudeo-cristiana, fino a quando sul finire del secolo scorso non
venne messa a confronto con i reperti biologici e antropologici, essa lasciava insoluto il problema del
Diavolo nel contesto del monoteismo etico.
Cos, nella letteratura apocrifa, rabbinica e nella prima letteratura cristiana, gli spiriti benigni e
quelli maligni si opponevano gli uni agli altri, altrettanto chiaramente definiti come lo erano nel
dualismo mazdeo dal quale sembrerebbe che fossero derivati in misura considerevole il concetto
apocalittico post-canonico giudeo di Satana e la dottrina degli spiriti gemelli. Nella letteratura della
saggezza si attribuiva a Dio la creazione di due potenze reciprocamente antagoniste, il male
all'interno dell'anima e la Legge all'esterno, e l'uomo era libero di scegliere fra esse.54 Ben Sirach
sosteneva che la semenza del male era stata seminata nel cuore di Eva e aveva portato con s la
morte,55 che, come si osserv in seguito, venne trasmessa a tutti i suoi discendenti.56 Nella Sapienza
di Salomone si affermava inoltre che questa semenza del male era stata seminata dal Diavolo,57 anche
se nel giudaismo la teoria rabbinica della cattiva immaginazione, o yetser, come parte della
costituzione divina dell'uomo, rimaneva la dottrina ufficiale.58
Etica zoroastriana. Che le influenze iraniane abbiano avuto una parte importante nello sviluppo
di queste interpretazioni dualistiche del bene e del male nel periodo post-biblico,  suggerito dalla
forma da esse assunta specialmente nella tradizione apocalittica. Nel Vicino Oriente il problema del
male non occup mai una posizione pi rilevante di quella che occup nel grande movimento religioso
iniziato da Zarathustra verso la met del primomillennio a. C. Dopo aver presentato Ahura Mazda, Signore
di Saggezza e Fonte della Buona Volont, come il solo creatore dell'universo, interamente benefico,
egli postul l'esistenza degli spiriti gemelli primordiali, Spenta Mainyu (la Buona Volont) e Angra
Mainyu (lo Spirito Maligno), col loro rispettivo seguito di angeli e di demoni in eterno conflitto sin
dall'alba della creazione. Secondo i Gatha, essi non erano indipendenti, ma in relazione reciproca, e
coincidevano nella superiore unit di Ahura Mazda. Dallo Spirito Benigno derivavano parole e azioni
pure, e la giusta parola e la giusta condotta costituivano la vita onesta.
L'etica zoroastriana si assommava nel concetto di Asha, che era considerato come un principio
cosmico identificato con la giustizia ed era pi o meno l'equivalente del Maat egizio e della Rta vedica.
Ma oltre ad essere il principio universale del giusto ordine dell'universo, esso era anche essenzialmente
la via della rettitudine, una legge etica che si rivelava nell'ordine, nella simmetria, nell'armonia, nella
lealt, nella disciplina, nella purezza morale e nella salute spirituale e fisica. Perci sostenere Asha
significava vivere la vita onesta alla quale tutti gli esseri liberi e morali erano invitati dal Saggio
Signore, che era egli stesso il creatore e la personificazione della giusta legge, o dell'ordine morale
(Asha), che reggeva tutte le cose in relazione alla sua perfezione assoluta.
Nei primi Gatha dell'Avesta, che risalgono probabilmente al tempo di Zarathustra, verso il VII
secolo a. C., Ahura Mazda  raffigurato in opposizione ad Angra Mainyu, il Druj come veniva
chiamato questo spirito maligno. Poich a quanto pare esso era considerato malvagio per natura,
sembrerebbe che un dualismo fondamentale fosse gi latente nello zoroastrismo, ma solo nella
letteratura mazdea posteriore emerge la Menzogna sotto forma di Ahriman, contemporanea ad Ahura
Mazda. A completare il processo, i Magi divisero il mondo in due creazioni diametralmente opposte ed
equilibrate, l'una opera del benefico Ormuzd (una combinazione di Ahura Mazda con Spenta Mainyu),
l'altra opera di Ahriman. Anche se questo implicava un dualismo assoluto,  fuori dubbio che costitu
una ispirazione nella soluzione del problema della lotta contro il male nella creazione e nell'uomo,
tanto pi in quanto il bene era destinato a trionfare59 alla fine del mondo.
Nell'Avesta posteriore, per, il Saggio Signore venne equiparato allo Spirito Benigno e
identificato con la luce in opposizione alla sua rivale Ahriman che era l'oscurit, mentre nei Gatha era
invece detto che Ahura Mazda aveva creato sia la luce che le tenebre.60 Pare che originariamente
Zarathustra avesse considerato il solo Dio, santo, giusto e verace, come il creatore del bene e del male,
compreso lo spirito gemello distruttore Angra Mainyu, la Menzogna. Questo lasciava insoluto il
problema del male e apriva la via a una soluzione dualistica. Presto o tardi il Saggio Signore e lo
Spirito Maligno furono quasi costretti ad essere necessariamente opposti per la loro stessa natura nelle
vesti di Ormuzd e di Ahriman, due princpi egualmente eterni di bene e di male personificati come Dio
e il Diavolo, la Luce e la Tenebra. Alcuni dei Magi medi cercarono, ma con poco successo, di mitigare
questo dualismo assoluto rappresentando Ormuzd e Ahriman come emanazioni di un unico principio
primordiale, Zurvan, ma questa interpretazione venne dichiarata eretica, anche se in essa si diceva che
Ormuzd si sarebbe aggiudicato la vittoria finale, che il bene era destinato a trionfare e il male ad essere
definitivamente distrutto.
Questa etica dualistica di autosalvezza era nondimeno la religione di una vita onesta al servizio
di Ahura Mazda, dedicata al ristabilimento della giustizia sulla terra. Il male era una forza che doveva
essere combattuta sul suo stesso terreno e sconfitta dalle forze dello Spirito della bont e della
beneficenza. Il sacro dovere dell'uomo era di difendere e mantenere la purezza, la rettitudine e la
moralit, e questo costituiva l'essenza dell'etica zoroastriana (cio l'Asha), che mirava nientemeno che
alla rigenerazione del mondo mediante l'eliminazione del male. Indipendentemente dall'osservanza di
talune regole e doveri rituali, si esigeva purezza personale, onest e rettitudine di condotta, carit verso
i poveri, ospitalit verso gli stranieri, amore per il bestiame, la coltivazione dei campi, la distruzione
degli animali nocivi e la venerazione dei morti. Con questi mezzi si potevano tenere a bada le forze del
male.61 L'etica sociale era basata sul senso di dovere e di responsabilit verso la comunit
nell'assistenza ai bisognosi, nella lavorazione della terra, nella conservazione degli alberi, nel taglio di
canali, nella costruzione di strade, di ponti e di case, nella propagazione della specie e nel
mantenimento di una sana e armoniosa vita domestica e familiare. In linea di principio, era questo un
ideale umanistico, umanitario e utilitario. La giustizia, la verit, la benevolenza, la modestia e la
gratitudine erano esaltate perch considerate indispensabili sia per il benessere dell'individuo che per le
necessit pratiche della societ.
Pur se vi era una combinazione di concetti morali e di tab primitivi concernenti il contatto con
i cadaveri, la mestruazione e la calunnia, la giusta condotta trascendeva queste sopravvivenze e
diventava equivalente alla verit eterna e alla legge divina di Ahura Mazda. Coloro che seguivano
questa via di giustizia vedevano ingrandirsi la propria forza, la propria potenza e la propria ricchezza
e accumulavano meriti tali da essere in grado non solo di scacciare gli spiriti maligni ma anche, alla
morte, di attraversare senza incidenti il pericoloso ponte di chinvat che univa questo mondo all'altro,
poich solo quelle anime giuste che avevano vissuto una vita onesta potevano farla valere e potevano
entrare nel regno celeste con la certezza che al giudizio finale le loro buone azioni sarebbero state
ricompensate.
Influenza iraniana sul giudaismo. Supporre che il bene avrebbe finito per trionfare sulle forze
del male unicamente per il solo fatto che la bont era una qualit innata nella stessa natura umana
significava considerare la situazione da un punto di vista troppo ottimistico. Ci pu spiegare perch i
Magi ricorressero alla magia e alla superstizione per surrogare il dinamismo che mancava nel sublime
concetto di vita onesta espresso da Zarathustra. Resta comunque il fatto che durante la dinastia dei
Sasanidi (224-650 d. C.) lo zoroastrianismo divenne religione di stato in Persia; questo fu forse il
periodo aureo della sua storia, e pur se nel VII secolo della nostra ra, in seguito alla conquista del
paese da parte degli Arabi, esso dovette cedere all'urto dell'Islam, tuttavia l'influenza che esso esercit
sulla letteratura apocalittica giudea, cristiana e musulmana fu notevolissima. Come si  visto, ci si
manifest in maniera pi evidente nell'escatologia e nell'angelologia giudeo-cristiana, dove lo si ritrova
nel concetto di dualismo e nel concetto di male. Nella letteratura apocalittica, dunque, la
trasformazione di Satana e degli angeli ribelli in personaggi non molto dissimili da Ahriman e dalla sua
schiera di demoni ha tutta l'apparenza di essere dovuta all'influenza iraniana.
Un'altra dimostrazione di ci si ha nel Manuale di Disciplina recentemente recuperato tra i
manoscritti del Mar Morto, dove  detto che Dio cre l'uomo perch dominasse il mondo e fece per lui
due spiriti che avrebbero dovuto accompagnarlo fino al tempo prestabilito della sua visitazione; essi
sono lo spirito della verit e quello dell'errore. Nella dimora della luce  l'origine della verit, e dalla
fonte dell'oscurit scaturisce l'origine dell'errore. Nelle mani del principe della luce sta il dominio su
tutti i figli della giustizia: nelle vie della luce essi camminano. E nelle mani dell'angelo dell'oscurit sta
il dominio sui figli dell'errore; e nelle vie dell'oscurit essi camminano. E dall'angelo dell'oscurit
proviene il traviamento di tutti i figli della giustizia . . . ma il Dio di Israele e il suo angelo della verit
hanno aiutato tutti i figli della luce. Perch egli cre gli spiriti della luce e dell'oscurit, e su di essi
fond ogni buona azione e sulle loro vie ogni opera. Uno degli spiriti Dio ama per tutti gli anni
dell'eternit; quanto all'altro, egli ne aborre la compagnia, e tutte le sue vie egli odia per sempre.62
Questa identificazione della verit con la luce e dell'errore con la oscurit  incontestabilmente
iraniana, ma nell'interpretazione fatta dal punto di vista giudaico dalla setta Qumran si attribuisce a
Jahv la creazione dei due spiriti gemelli, mentre invece nella dottrina dei Gatha la malvagit dello
spirito del male dipendeva soltanto dalla sua volont. E ancora, l'idea della predestinazione implicita
nel documento giudaico si differenzia dalla libera scelta zoroastriana, allineandolo pi al mito zurvanita
iraniano che alla teologia dei Gatha. In questo mito, l'Essere primordiale, Zurvan, il Tempo Illimitato,
veniva identificato col Destino, il padre degli spiriti gemelli, che cre la luce, Ormuzd, per governare il
mondo superiore degli spiriti, e l'oscurit, Ahriman, per regnare su questo mondo,63 cosi come Satana
era stato fatto signore della terra, e la luce e l'oscurit, la verit e la falsit furono opposte l'una all'altra.
I parallelismi non si limitano alla letteratura Qumran. Essi costituiscono una caratteristica degli
Esseni, improntano profondamente il Quarto Vangelo e la Prima Epistola di San Giovanni nel Nuovo
Testamento,64 e si ritrovano nella dottrina paolina dei due Adami e nella distinzione tra carne e
spirito, bench qui il dualismo sia solo relativo e temporaneo.65 Alla fine del primo secolo della nostra
ra, nella cosmologia di San Giovanni il mondo del male venne opposto al mondo della luce e della
vita in modo tale che sotto l'influenza alessandrina essi si trasformarono in due regni opposti le cui
rispettive forze spirituali erano in perenne conflitto, cos come per gli Gnostici il mondo era sotto gli
opposti controlli delle divinit del bene e del male.  ancora controverso, comunque, se e fino a che
punto lo gnosticismo fosse di origine iraniana.66
Dualismo iraniano e dualismo ionio. A differenza dagli Ebrei e dagli Iraniani, i concetti etici
dei Greci nacquero dagli sforzi compiuti dai loro primi pensatori e filosofi per trovare un principio
unico capace di spiegare tutti i fenomeni del mondo materiale. I Greci inoltre non erano alieni dal
riconoscere l'azione di influenze esterne sulla loro religione e sulla loro civilt, provenienti sia dall'Asia
occidentale e dall'Arco Fertile, sia da Creta e dal Mediterraneo orientale. Come dice F. M. Cornford,
vogliamo o no accettare l'ipotesi di una influenza diretta esercitata dalla Persia sugli Ioni nel VI
secolo, nessun studioso del pensiero orfico e pitagorico pu fare a meno di riscontrare fra esso e la
religione persiana tali e tante rassomiglianze che possiamo considerare i due sistemi come espressioni
di un medesimo concetto di vita e usare l'uno per interpretare l'altro.67
Aristotele riscontr una affinit tra il dualismo dei Magi e quello della distinzione platonica tra
Forma e Materia, tra il Bene e la sua negazione, ma in Grecia il problema aveva gi da molto tempo
occupato le menti dei pensatori presocratici. Bench il loro punto di vista fosse innanzitutto
materialistico e monistico, dato che come empirici essi riducevano il mondo a una sola sostanza
primaria - acqua, fuoco, aria o terra - nondimeno, essi facevano distinzione tra mente e materia, tra la
percezione e la cosa percepita, tra il vuoto e il pieno. Una analoga distinzione facevano i Pitagorici tra i
princpi di bene e di male, corrispondenti al contrasto tra anima e corpo. Per Empedocle questi elementi
primari, le radici delle cose, erano tenuti assieme da due forze contrarie, l'amore e l'odio, che
producevano uno stato di tensione in cui l'ordine e l'armonia emergevano dalla lotta, dalla discordia e
dal regno del caos. Tutte le forze costruttive della Realt derivavano dall'amore, ma solo come misura
temporanea destinata a cedere il passo al dominio della discordia, l'elemento sinistro sempre presente
nel mondo.08 In questa etica dualistica gli di non avevano alcuna parte, perch i princpi opposti,
l'amore e l'odio, movevano gli elementi impersonalmente dall'esterno, come cause efficienti del bene e
del male. Tutto ci che accadeva nell'ordine cosmico era frutto di questi mutamenti esterni nelle quattro
radici primarie, un processo ciclico nel quale l'amore agiva da forza unificatrice, mentre l'odio era la
forza separatrice della dissoluzione. Per Empedocle gli di erano potenze universali agenti nel ciclo
cosmico, le forme primarie dell'esistenza corporea e le forze dell'amore e dell'odio, che con la loro
interazione producevano la bont e la perfezione nella natura e nell'anima umana.
Anassagora, nato a Clazomene verso il 500 a. C., continuatore della tradizione milesia, postul
invece dei quattro elementi un numero incalcolabile di semi, ciascuno composto di particelle eterne
omogenee tenute assieme da un vapore etereo fino a quando il vapore e l'etere non si separarono dalla
massa primordiale. Venne allora la mente (voic; e&wv), qualcosa di distinto dal mondo e dai suoi
elementi, che ordin tutte le cose quale causa motrice separata dalla materia, esistente in s e per s.
Essa controlla tutte le cose che hanno un'anima e tutto il movimento rotatorio, che essa stessa ha
reso possibile. Essa conosceva tutte le cose che erano allora mescolate assieme, e le separava e le
allontanava le une dalle altre. In effetti, la mente dispose tutte quelle cose che dovrebbero essere e
non sono, e tutte quelle che sono attualmente,69 ma solo come causa puramente meccanica, e non si
pu quindi dire che costituisse un'anticipazione del dualismo etico teleologico di Platone e di
Aristotele. Il nous poteva avere ordinato tutte le cose sin dal principio secondo un piano ben definito,
ma, come diceva Aristotele, esso venne tirato in ballo solo quando non si pot trovare un'altra
spiegazione che rendesse conto dei fenomeni mentali e spirituali.
Nella sua interpretazione dell'origine dell'universo fisico, riferita a una quantit di atomi
invisibili privi di differenze qualitative, Democrito (c. 460-370 a. C.) incluse invece anche la
considerazione del problema della condotta umana, esaminata sia dal punto di vista dello Stato che da
quello dell'individuo. Il vero scopo della vita non era il piacere, come sosteneva la Scuola di Cirene, ma
uno stato di pensiero e di sentimento che si raggiungeva solo mediante un opportuno controllo sui
piaceri e sui dolori e veniva sviluppato con l'educazione filosofica e con una vita morigerata. La pace
dell'anima proviene dalla moderazione nel piacere e nell'armonia della vita, e il coronamento della rettitudine  una mente fiduciosa e tranquilla; ma in fondo all'ingiustizia sta la paura di calamit incombenti.70 Queste massime morali si basavano per solo su speculazioni fisiche rozzamente materialistiche, e non su qualcosa che avesse il carattere di un'etica sistematica o di una teologia trascendentale.
l'etica dei Pitagorici. Il primo serio tentativo di stabilire una regola di vita su una base etica
venne compiuto in Grecia dai Pitagorici nel primo secolo a. C. Come una comunit religiosa organizzata,
essi erano sottoposti a una regola prestabilita che imponeva fra l'altro un accurato scrutinio della
condotta quotidiana mediante un esame di coscienza, tracce del quale sono sopravvissute con ogni
probabilit in certi versi esametri nei quali  detto che il corpo, sede e fonte del peccato,  la prigione
dell'anima. Era perci indispensabile mortificare la carne con l'astinenza e con l'ascetismo per
purificare l'anima e raggiungere un pi alto livello di vita attraverso un processo di metempsicosi.
Poich il male contratto ad ogni rinascita si rifletteva sulla incarnazione successiva, la vita in questo
mondo divenne una penitenza per i falli commessi nell'esistenza precedente. Ogni uomo, come essere
morale, si trovava quindi a dover scegliere tra una vita moralmente buona e una vita malvagia; questa
scelta si riferiva specialmente al dominio di se stessi, al controllo delle passioni, e particolarmente
dell'ira, allo sviluppo della forza della perseveranza, alla contemplazione della saggezza del mondo
eterno dell'anima e delle sue virt. Gli di erano i tutori e i maestri della vita onesta, e man mano che
negli uomini cresceva la rassomiglianza con gli di, essi diventavano sempre migliori e si avvicinavano
sempre pi alla perfezione nell'ascesa continua verso la mta finale, quando l'anima sarebbe stata
liberata dal castigo della sua prigione corporea. Quelli che non riuscivano a emanciparsi dal dominio
della sensualit nelle sue varie forme e nei suoi vari aspetti erano cosi- dannati a trasmigrare in corpi di
animali, e se risultavano incurabili, alla punizione definitiva nel Tartaro, l'inferno dei Pitagorici, che
veniva contrapposto alla beatitudine dell'incorporea esistenza celeste.
Non  ben chiaro, tuttavia, fino a che punto l'etica pitagorica possa essere attribuita a Pitagora,
nato a Samo ed emigrato verso il 530 a. C. a Crotone nell'Italia meridionale, dove era in auge l'orfismo.
Indubbiamente, gran parte di quello che fu opera del gruppo successivo venne attribuito al fondatore
della scuola e messo in relazione con le dottrine orfiche vigenti dal VI al quarto secolo a. C. Per di pi, pu
darsi benissimo che non esistesse affatto nel mondo ellenico una vera e propria religione orfica
intesa come sistema di fede e di pratica organizzato e unificato, come invece generalmente si 
supposto.71 Nondimeno, attorno al nome di Orfeo si svilupparono in quel periodo saturo di
avvenimenti numerose idee e consuetudini che trovarono espressione in una determinata linea di
condotta e vennero incorporate in una letteratura, e queste idee esercitarono una influenza permanente
sul pensiero e sulle pratiche religiose greche.
Il sistema di vita pitagorico, come lo definiva Platone,72 presentava dunque una somiglianza
generica con la controparte orfica per quanto si riferiva alle regole di astinenza e di ascetismo intese ad
assicurare la liberazione dell'anima mediante la reincarnazione. D'altra parte, il pitagorismo fu
essenzialmente un movimento altamente intellettuale con una filosofia etica dualistica basata sul
contrasto tra il bene e il male interpretato come il principio cosmologico del Limitato e dell'Illimitato,
del Pari e del Dispari. Non lo si pu affatto considerare come una ramificazione di un ipotetico
orfismo, per quante idee e per quanti scopi potessero avere in comune le due dottrine in merito a un
concetto di vita onesta mirante alla liberazione o alla salvezza morale (Xtnc;), che nel caso dei
Pitagorici si otteneva col perseguimento della conoscenza o della saggezza, nonch con ascetismi
e teletai (riti di iniziazione).
Gli scritti di Platone ci consentono di non dubitare affatto che la vita orfica fosse intesa a
promuovere la dirittura etica e la giustizia morale, per quanto dei suoi riti avessero abusato individui
superstiziosi o privi di scrupoli. Gli iniziati erano spinti dal desiderio di essere non solo liberati dalla
faticosa serie di rinascite, ma di essere alla fine trasformati in di, come i Bacchoi che raggiungevano la
completa unione con Dioniso-Zagreo nelle estasi frenetiche tracio-frige. Anch'essi cercavano la
liberazione dall'elemento titanico innato nella loro duplice natura, la realizzazione della loro
differenziazione mediante la coltivazione del lato dionisiaco del loro carattere ereditario e
l'eliminazione del male attraverso il giusto adempimento delle loro teletai e l'adozione de] sistema di
vita orfico con le sue regole, i suoi comandamenti e le sue purificazioni. Queste potevano facilmente
degenerare in quella santit rituale di cui Platone parlava con non celato disprezzo. Socrate ammetteva
invece che coloro che hanno istituito per noi i riti e le iniziazioni non erano stolti, ma nel loro
insegnamento vi  un significato nascosto quando dicono che chiunque arrivi all'Ade senza essere stato
iniziato giacere nel fango, mentre se vi giunge purificato e iniziato abiter con gli di. Gli iniziati
erano anzi identificati con i veri filosofi, poich erano diventati figli degli di [theologoi] che si pu
supporre conoscano la verit sui loro genitori.73
La vita orfica era insomma ambivalente. Da un lato poteva essere nient'altro che una regola di
purezza rituale come un qualunque altro culto misteriosofico o una qualunque altra religione
istituzionale; dall'altro invece raggiungeva un livello etico e spirituale elevatissimo. Alla base di essa
stanno le orge tracio-frige e il dualismo iraniano, da cui emerse un culto misteriosofico
prevalentemente greco-orientale, meno ellenico di quello di Eleusi, moderato dall'influenza di Apollo e
ricondotto nell'ambito della teogonia esioda e della teologia olimpica con la leggenda di Zeus che
distrugge i Titani e fa rinascere Dioniso. In una tradizione cos composita e sincretistica, la vita onesta
dei suoi seguaci non poteva non presentare parecchi aspetti diversi. Le proibizioni erano numerose e
per la maggior parte erano state ereditate da quei substrati anteriori, e spesso conservavano
caratteristiche primitive come quelle strettamente affini dei Pitagorici. In esse si dava un maggiore
risalto al lato negativo del comportamento.
Vi era per anche un aspetto positivo che imponeva azioni morali, ma in che cosa queste
consistessero, se si prescinde dalle espiazioni, dalle preghiere e dai sacrifici fatti agli di per cattivarsi il
favore divino, non possiamo saperlo con certezza, poich non ci sono nella letteratura orfica teletai che
ci illuminino a tale riguardo, a parte le descrizioni fatte in termini assai generici da Platone. Sappiamo
che tutto ci comportava una rinunzia a se stessi e l'adempimento di determinate regole di condotta
intese ad assicurare la purificazione dell'anima dal peccato e a migliorare la sua condizione nella
successiva vita terrena attraverso la disciplina dell'ascetismo, che non mancava di un senso di coscienza
morale. Coloro che progredivano nella vita orfica trascorsa nell'intento di raggiungere la purezza etica e
rituale dell'anima potevano sperare di godere le gioie della beatitudine celeste per mille anni,74 mentre
quelli che erano incorreggibilimente malvagi venivano relegati nel Tartaro. Quelli che stavano in una
posizione intermedia tra i redenti e i dannati venivano puniti per un millennio, dopo di che
ritornavano sulla terra e veniva data loro l'opportunit di vivere altre tre serie di vite oneste di qua e di
l dalla tomba, al termine delle quali l'anima sarebbe stata purgata e sarebbe entrata in un paradiso
permanente in condizioni divine.
Il concetto orfico dell'immortalit costituisce il primo serio tentativo compiuto in Grecia di far
dipendere il destino umano dal carattere e dalla condotta tenuta in questa vita, nel quale si attribuiva
all'aspetto soggettivo del peccato un valore maggiore che non al suo carattere oggettivo. Durante la sua
permanenza nel corpo, si riteneva che l'anima fosse cosciente delle impurit che aveva ereditate dalle
incarnazioni precedenti, e lo scopo delle osservanze, delle mortificazioni, dei tab rituali - vestirsi di
bianco, astenersi dal mangiare uova o legumi, evitare il contatto con le partorienti o con i cadaveri,
praticare la castit - e del codice di comportamento di maggior livello etico, era quello di ritornare a
quella vita divina che l'anima aveva perso con la sua caduta.
Come il Libro dei Morti degli Egiziani, le tavolette auree rinvenute molto pi tardi nelle tombe
orfiche dell'Italia meridionale e di Creta ci dicono che a coloro che avevano praticato la prescritta vita
onesta venivano fornite precise istruzioni sulla via che l'anima doveva seguire attraverso il mondo
sotterraneo, su come si dovevano evitare i suoi pericoli e sulla formula da usare nel rivolgersi a
Persefone e alle altre divinit ctonie al suo arrivo nell'Ade.76 Dopo aver dichiarato di essere di razza
divina, di aver debitamente compiuto tutte le purificazioni rituali, di essere sfuggita alla triste ruota,
di avere scontato la pena delle sue azioni ingiuste, l'anima si presentava a Persefone perch le desse un
posto nelle sedi dei beati innalzandola dallo stato mortale a quello divino.
Secondo le Odi di Pindaro, confermate da Platone, dopo un triplice collaudo la vita onesta degli
orfici dava il suo frutto che consisteva nello splendore perpetuo delle Isole dei Beati in compagnia degli
di e degli eroi, dove gli affanni e le vessazioni erano bandite e le lacrime sconosciute. In questo
paradiso terrestre, simile all'Elisio degli Egiziani nella sua idealizzazione delle condizioni terrene, le
anime tre volte giustificate godevano in pieno le ricompense meritate con le mortificazioni e i sacrifici
a cui si erano assoggettate sulla terra, in contrasto con le ombre malinconiche e tenebrose della
tradizione omerica. Ma a differenza di molte altre concezioni analoghe che facevano culminare la vita
onesta nella beatitudine eterna, l'aldil degli orfici era uno stato intermedio in attesa della fine del
mondo, quando l'anima tre volte collaudata avrebbe raggiunto la condizione divina.
Orfismo e tradizione etica olimpica, omerica ed esiodea. Comunque si debba intendere e
valutare l'orfismo, esso fu l'espressione di una vera e propria necessit etica e religiosa sorta quando nel
mondo ellenico la vita sociale si trovava in preda a profondi turbamenti, e n le aristocratiche ed
eroiche virt omeriche della forza, del coraggio e della saggezza, n la giustizia, la temperanza,
l'industriosit e la semplicit predicate da Esiodo soddisfacevano ai bisogni fondamentali dell'umanit
travagliata. Le condizioni che tra le classi colte dell'Ionia avevano causato una profonda delusione nei
riguardi della vita suscitarono nel popolo un senso di peccato che lo spinse a ricorrere alla purificazione
rituale e all'ascetismo come mezzi di salvezza, basati sul concetto orfico e pitagorico di vita onesta. Gli
di olimpici e gli eroi della tradizione omerica ed esiodea non erano riusciti ad imporre in Grecia la
loro autorit spirituale ed etica perch avevano poco o nulla di trascendentale da offrire, dato che
differivano dagli esseri umani solo perch avevano una potenza e una conoscenza superiore, non per
qualit ma per grado. Essi erano soggetti alle medesime debolezze e manchevolezze etiche dei mortali,
ed erano troppo presi dai propri intrighi per interessarsi delle faccende umane o dei processi cosmici.
L'olimpicismo omerico era tutt'al pi un idealismo mistico e un eroismo romantico; un simbolo di
qualit idealizzate appartenenti a un'epoca cavalleresca, o, nel caso di Esiodo, delle virt pi semplici,
della saggezza spicciola, delle necessit quotidiane dei pastori e dei contadini." In Omero gli antichi di
conservarono un significato romantico come protagonisti di un dramma eroico di avventure, di
coraggio e di conquiste, talvolta allegorizzati o resi simbolo di virt e di giustizia, di abilit militare e di
sagacia, di fedelt tra la moglie e il marito, tra il padrone e la sua casa, ivi compresi i cavalli e i cani.78
Ma non erano altro che uomini glorificati, e Senofane sosteneva che Omero ed Esiodo hanno
attribuito agli di tutte le cose che tra gli uomini suscitano vergogna e biasimo: furto e adulterio e
inganno reciproco.79
Questo giudizio per non tiene conto del fatto che la letteratura in questione non  costituita da
trattati teologici od etici o di narrazioni storiche di avvenimenti passati. L'Iliade e l'Odissea sono due
ottime fiabe che forniscono un quadro abbastanza preciso della vita e delle usanze vigenti in Grecia nel
periodo di transizione dall'et dei bronzo all'et del ferro, scritte pi per divertire che per edificare e
sollevare. Erodoto asseriva giustamente che Omero ed Esiodo crearono le generazioni degli di per
i Greci; essi diedero alle divinit i loro nomi, le rivestirono delle loro prerogative e delle loro funzioni e
resero note le loro forme.80 Essi rappresentarono i loro eroi divini a somiglianza degli uomini, e di
conseguenza li resero soggetti agli errori, alle mancanze e alle limitazioni degli esseri umani, in
particolare a quelle di guerrieri e di condottieri capricciosi.81 Questi di non agirono mai in un campo
etico: le loro azioni erano generalmente determinate da motivi di interesse personale o di amor proprio,
e nella misura in cui controllavano i destini delle nazioni e degli individui, agivano per il bene o per il
male a seconda del loro umore o della loro passione del momento. Come tutori della giustizia essi
spingevano deliberatamente gli uomini al peccato e all'errore, ed erano essi stessi inclini alla sensualit,
all'invidia, alla menzogna e a tutte le offese e le trasgressioni che punivano, o talvolta premiavano, nei
mortali. Fatta eccezione per il saggio re che temeva gli di e difendeva la giustizia, e che veniva
ricompensato con un raccolto sovrabbondante, con la prolificit dei greggi e degli armenti, con copiose
pescagioni e con la prosperit del suo popolo,82 raramente la virt veniva ricompensata in questa vita,
e tanto meno nell'altra.
Non  dunque da sorprendersi che quando le storie sugli di vennero razionalizzate e spiegate
dai poeti e dai pensatori presocratici, e quando drammaturghi come Eschilo, Sofocle ed Euripide
moralizzarono la mitologia olimpica, si sia ricorso appunto alle dottrine etiche orfiche e pitagoriche,
per quanto di ingenuo, di fantastico e talvolta di poco edificante vi fosse nella loro mitologia e nella
loro pratica. Qui almeno si aveva un sistema di vita da seguire con uno scopo ben definito e altamente
desiderabile, in cui coloro che vi aderivano erano padroni in misura considerevole del proprio destino,
e la condotta tenuta in questa terra durante una serie di esistenze era un fattore determinante della loro
sorte finale. Cosi, convinto che gli errori umani derivassero dal non riconoscere la propria ignoranza
della verit, Socrate cercava di condurre i suoi interlocutori a quella conoscenza che avrebbe poi
trovato espressione in una giusta condotta, cio nella equit, nella misericordia, nella temperanza e nel
coraggio. Egli identificava la virt con la conoscenza come base della sua etica, e pare che facesse
affidamento su una voce interiore, o demone, che - diceva - gli parlava di volta in volta
impedendogli di seguire una condotta errata, e che egli considerava apportatrice di messaggi divini
dovuti alla sua speciale relazione con Apollo di cui dichiarava di essere il servo.88
Concetto platonico di Dio e di Bene. Si intravvede qui una vena mistica derivante da una
influenza e da una tendenza orfica, che Platone accett e svilupp nella sua dottrina dualistica della
preesistenza dell'anima e della sua reincarnazione, una specie di economia morale per cui le azioni
compiute nel corpo venivano punite o ricompensate con la trasmigrazione in una forma rispettivamente
inferiore o superiore. A ci si aggiunse un regno delle Idee o della Realt, al di sopra e a] di l di quello
dell'esperienza dei sensi, a cui l'anima aspira e che raggiunge con la professione della filosofia,
partendo dal presupposto socratico che a virt si acquista con la conoscenza. Ma Platone si spinse pi
in l del suo maestro nel far s che il desiderio di possesso di un bene eterno si manifestasse in forme
superiori, passando dalla bellezza e dalla bont delle cose alla bellezza e alla bont delle anime, e da
queste a ci che  bello e buono in se stesso e che, solo, pu soddisfare le aspirazioni dell'anima.84 Era
questo concetto di bont, di bellezza e di verit perfetta che conferiva una bont relativa a determinate
anime, persone e virt, e la sua realizzazione era il premio della vita onesta e la meta di ogni
aspirazione.
Cos, staccandosi dalla tradizione olimpica, la differenziazione platonica dell'ordine visibile dal
mondo invisibile delle Idee rese possibile il concetto di una Divinit intesa come fondamento unico e
personale, che era il Bene in senso astratto: la Bealt Ultima responsabile dei movimenti ordinati
dell'universo. Ma se l'anima superiore era la Causa suprema, essa non era tuttavia la sola fonte del
moto.85 Due o pi anime vennero postulate per spiegare il disordine e l'irregolarit esistenti nel cosmo.
Un dualismo assoluto era per da escludere, poich non vi era nulla che suggerisse l'esistenza di
un'anima del mondo (li indole malvagia, e tanto meno vi erano nella dottrina platonica delle l'orme
due mondi distinti e separati come nel dualismo orientale. Nondimeno, nel pensiero di Platone il
problema rimaneva insoluto. Il modello eterno, somma totale di tutte le Forme, era l'esempio ideale di
ci che avrebbe dovuto essere. Ma l'idea del Bene e la dottrina di Dio inteso come il pi alto ideale
etico si svilupparono indipendentemente nel suo pensiero, sicch il concetto di una provvidenza
benefica non si concili mai completamente con l'esistenza del male.
Bench Dio fosse l'istitutore trascendente della moralit, Egli non era tuttavia la sola fonte
ultima di tutto ci che esiste. Un principio demiurgico, l'ordine e l'armonia, era contrapposto a una
recalcitrante necessit dalla quale derivava il male in conseguenza del fatto che l'anima si
identificava col moto disordinato.86 Si metteva cos sul tappeto l'origine del male, ma Dio veniva
esonerato da ogni complicit perch a Lui venivano attribuiti soltanto i movimenti ordinati.87 Il male
era pura negazione (fi.-*) '!>), essendo ci per cui il mondo si allontanava dal bene,88 ma a differenza
di Aristotele, Platone non cerc mai di passare dall'idea di Dio inteso come Anima Suprema a quella di
Motore Immobile, fonte ultima di ogni moto, nella quale il male era un elemento necessario nel
continuo processo di trasformazione a cui era soggetta la materia.89 Non veniva per spiegato il perch
dell'esistenza del male, e un Motore Immobile che non conosca nulla delle aspirazioni umane in un
mondo imperfetto, non poteva essere un Creatore etico. E infatti, sostenendo l'esistenza di una
differenza qualitativa tra i due mondi, Aristotele giunse a un dualismo pi assoluto di quello che si pu
attribuire a Platone, mentre il suo concetto di trascendenza divina allontanava del tutto la divinit dalle
faccende mondane e dal giusto ordinamento della vita onesta.
A differenza dai profeti ebrei, n Platone, n Socrate, n Aristotele tentarono di istituire o di
predicare un monoteismo etico al posto del tradizionale politeismo olimpico o di quello dei culti
misteriosofici grecoorientali. Il loro rispetto per gli antichi di era forse scarso, ma il loro culto veniva
accettato senza discussioni, ed ebbe anche un posto nella repubblica di Platone che era immaginata
come il summum boniim dell'ordine sociale e della vita onesta di questo mondo. La tendenza al
monoteismo era essenzialmente filosofica, e lo sviluppo delle idee morali si svolgeva su un piano
intellettuale, senza predilezioni religiose. In Israele e nell'Iran le riforme etiche iniziate rispettivamente
dai Profeti ebrei e da Zarathustra si basavano sul carattere di Dio concepito sotto forma di Jahv o di
Ahura Mazda. La Sua giustizia assoluta era l'idea stessa della moralit e il fattore principale nella
determinazione dei doveri che imponeva a tutti coloro che volevano vivere conformemente ai Suoi
precetti e percorrere le Sue vie, dal pi grande al pi piccolo, senza distinzione di maggiore o minore
conoscenza filosofica. Il Sommo Bene doveva essere cercato non nel completo sviluppo dell'anima
nella sua comunione col mondo eterno delle Idee, ma nell'unione col Dio vivente, Egli stesso
personificazione oggettiva dell'ideale etico.
Capitolo decimo
Sviluppo e diffusione delle divinit del Vicino Oriente
Si hanno oggi tutte le ragioni per considerare la Mesopotamia, l'Asia Minore, la Siria,
l'Altipiano iraniano e l'Egitto come la culla delle civilt preistoriche e protostoriche da cui nel periodo
neolitico e calcolitico, certo non pi tardi del V millennio a. C., quando all'uso della pietra si and man
mano sostituendo l'uso dei metalli, emersero gli antecedenti delle maggiori religioni viventi. Infatti,
dagli scavi di Gerico e di Qalat Jarmo nell'Iraq settentrionale risulta sempre pi evidente che nel VI
millennio a. C. esisteva in Palestina e in Mesopotamia una cultura neolitica preceramica con un
elaborato culto funerario e fertilistico. Non  improbabile inoltre che ulteriori ricerche ne
dimostreranno una pi vasta distribuzione in tutto l'Arco Fertile e le regioni adiacenti, bench sia
presumibile che il centro originale della sua dispersione rimarr; sempre l'Asia sudoccidentale, con una
progressivit pi o meno rapida nel tempo e nello sviluppo culturale man mano che si and
diffondendo a oriente e a occidente in migrazioni successive, i cui punti di partenza erano quelli che
oggi sono la Siria, la Palestina e l'Iraq settentrionale. Nelle regioni periferiche le credenze e le pratiche
nate da questa civilt agricola in espansione comparvero relativamente tardi e in forma derivata.
Seppure durante il periodo formativo la valle del Nilo, e successivamente l'Anatolia, l'Egeo, Creta e la
Grecia subirono l'influenza della Mesopotamia e della Siria, esse tuttavia non persero mai il loro
carattere distinto e indipendente e rimasero centri altamente individualizzati di sviluppo culturale, di
pensiero e di pratiche religiose.
Recentemente, con l'approfondirsi delle nostre conoscenze sulle civilt della Mesopotamia,
dell'Egitto e dell'Asia occidentale,  risultato evidente che la religione assunse la sua posizione pi
dominante in un ambiente agricolo, in seno alle nuove comunit stabili di pastori-agricoltori che nel
Vicino Oriente si dedicavano alla coltivazione del suolo e all'allevamento del bestiame. Quando
l'esistenza dipendeva in massima parte dagli incerti della caccia, integrata ove possibile dalla pesca, e
dalla raccolta di frutti, radici e bacche mangerecce, l'attenzione pare fosse concentrata sui misteriosi
processi vivificatori - fecondit, maternit, generazione e nascita - e sul loro opposto, lo sconcertante
fono meno della morte. Attorno a queste realt sempre presenti di osservazione e di esperienza
quotidiana si svilupp un culto magico-religiose che trovava la sua ragion d'essere nel controllo
ritualistico di queste forze naturali e di questi avvenimenti umani, interpretati sotto l'aspetto di potenze
e princpi soprannaturali, benefici o malefici, costantemente all'opera per il bene o per il male in un
ambiente cos precario. Perci nel panorama paleolitico delle antiche civilt del Vicino Oriente la
preoccupazione religiosa era rivolta principalmente alla fertilit e ai fenomeni misteriosi collegati alla
nascita e alla generazione, a cui si accompagnava il problema sempre urgente della sussistenza e delle
ri sorse alimentari e quello della dissoluzione finale alla morte e di ci che vi era al di l di essa.
Questa volont di vivere, di cui testimoniano una grande variet di oggetti e di azioni
simboliche - figurine femminili, maschere, falli, tra vestimenti, riti mimetici e danze sacre - pare abbia
trovato il suo modo principale di rappresentazione nella figura della madre creatrice della vita e dei
suoi vari organi, attributi e funzioni. Non si pu stabilire con certezza se gi nel periodo paleolitico
questo simbolo fosse la personificazione della Dea Madre e quindi, quando il suo significato venne
esteso al regno vegetale, della Madre Terra, il grembo in cui vengono seminate e da cui germogliano le
messi; ma questa personificazione esisteva certamente dopo il passaggio dalla precaria vita della caccia
e della ricerca del cibo alla coltivazione del suolo e al mantenimento di greggi e armenti, cio sotto le
condizioni meno instabili che prevalevano nella societ neolitica e nella sua economia. Con
l'istituzione, poi, dell'agricoltura, che dovette aver luogo in qualche zona dell'Arco Fertile non pi tardi
del VII millennio a. C., il culto della Dea Madre cominci senza dubbio ad assumere un aspetto
teistico. Ci viene suggerito dalla sempre maggiore abbondanza dei suoi emblemi, specialmente nelle
localit halafiane della Mesopotamia. Inoltre, man mano che la funzione del maschio nel processo di
riproduzione divenne pi evidente ed essenziale, probabilmente in conseguenza dell'allevamento del
bestiame, alla Dea Madre venne assegnato uno sposo che facesse la parte del genitore nella
procreazione. Questi, infine, nelle vesti del Padre-Cielo fecondava la Madre Terra, o nelle vesti di
Dio-Sole visitava in Egitto la regina per generare un erede al trono che avrebbe regnato come suo
figlio.
In Egitto, per, l'iniziativa veniva presa dalla divinit solare maschile, il padre celeste del
Faraone, e non dalla dea, perch egli era soprattutto il donatore della vita. Di conseguenza, tanto lui che
il re esercitavano le loro funzioni per diritto proprio e non, come in Mesopotamia, per mandato della
dea. La stessa Hathor, la Dea-Vacca, compariva nel Nuovo Regno come moglie e madre di Horus il
Vecchio, che nei Testi delle Piramidi veniva identificato con Re.1 Ma quando tutte le grandi dee
divennero forme e attributi di Hathor venerata sotto diversi nomi, essa non fu che una delle sue
numerose mogli. Essendo essenzialmente la dea della nascita, essa fu originariamente sua madre, cos
come in Babilonia Ishtar era la madre di Tammuz, e solo quando Horus venne confuso e identificato
col figlio di Osiride (del quale Hathor non fu mai la sposa) divenne sua moglie a Edfu, dove il loro
matrimonio veniva celebrato ogni anno. Venne allora identificata con Iside, ed essendo lei la donna
del trono, le si attribu la nascita del prototipo del sovrano vivente, Horus, il vendicatore del padre
Osiride.
Ambedue le dee erano in effetti intimamente connesse con la maternit e con la monarchia, e
l'identit delle loro funzioni diede luogo alla confusione creatasi nella loro mitologia e nei loro
rispettivi compiti e rapporti. Ma la parte di Hathor nell'antico Egitto fu quella di Gran Madre nella sua
forma originale, che esercitava le sue funzioni materne allattando i Faraoni in questa e nell'altra vita e
trasfondendo in essi, come suoi figli, la sua divinit. Quando infine la dea divenne la moglie del dio
principale che prima era stato suo figlio, l'immagine di Hathor venne trasportata dai suoi sacerdoti dal
tempio di Dendera a Edfu per far visita al proprio consorte Horus e per unirsi con lui in un sacro
matrimonio. Nel Nuovo Regno la regina, la Moglie del Dio, era anch'essa considerata l'incarnazione
di Hathor, e stava a capo delle sacerdotesse-musiciste, le concubine reali del tempio di Luxor. La sua
unione con Atum-Re per concepire un erede al trono aveva luogo probabilmente durante la festa tebana
di Opet, quando si diceva che il dio in tutta la sua gloria si recasse a tale scopo in visita al santuario.2 Il
sacro matrimonio  raffigurato nei rilievi delle pareti del tempio.
In Egitto la riproduzione della vita era compito delle Dee Madri, ma esse non furono mai, come
in Mesopotamia, la vera fonte della vita stessa. Era il dio, nella persona del Faraone, che prendeva
l'iniziativa, mentre in Babilonia il re veniva solo invitato a spartire il letto con la dea, e forse ci
facendo diventava divino. Anche la creazione veniva attribuita in Egitto esclusivamente alle divinit
maschili, Re-Atum, Ptah o Khnum, mentre la dea, Nut o Hathor, si limitava a riprodurre la vita in seno
al creato. Nell'Asia occidentale, in Mesopotamia, nell'Egeo e in Grecia la Madre Terra era invece la
fonte di tutta la vita, e il declino stagionale che sopravveniva in autunno era attribuito alla madre
addolorata che ritirava i suoi benefici in seguito alla perdita della figlia. Il mito di Baal-Anat in Siria
riflette la medesima situazione rituale agricola, sia come avvenimento annuale o come ciclo ricorrente
di siccit. A Creta la dea conserv il suo stato e le sue funzioni primitive, poich nella civilt minoica
essa era il principale essere divino e il principale oggetto di culto, e veniva raffigurata da sola o in
compagnia delle sue sacerdotesse e dei suoi emblemi caratteristici: serpenti, colombe, leoni, la bipenne,
i corni sacri, alberi, colonne e la montagna sulla quale era spesso raffigurata in piedi e sola. Il suo culto
predomin in tutto l'Egeo e nel Mediterraneo orientale, ed  probabile che nei sacrifici offerti sugli
altari cornuti dei santuari minoici, specialmente alla festa di Primavera, venisse sparso il seme virile del
toro sacro per fertilizzare la Madre Terra. Ma essa non fu mai rappresentata con le corna n nell'atto di
allattare la sua prole, perch a Creta non assunse la funzione e il simbolismo di vacca celeste come in
Egitto e altrove.
Sulla terraferma, Zeus si trasform in toro per rapire Europa e condurla a Creta dove divenne
madre di Minosse. A sua volta, la moglie di questi, Pasifae, si nascose in una finta vacca per unirsi col
toro di cui si era infatuata, e concep il Minotauro. Parrebbe qui di scorgere una sopravvivenza del
simbolico matrimonio rituale col toro sacro e di quella specie di danza mimetica raffigurata in una
incisione paleolitica nella caverna di Les Combarelles presso Les Eyzies, nella Dordogna, eseguita da
un uomo e una donna rivestiti di pelli e muniti di code.3 La classica Dea-Luna Selene, figlia del Sole,
alla quale Pasifae viene associata a causa del suo nome, era raffigurata come una deavacca con le
corna, e nella leggenda il toro era il dio universale del cielo e della fertilit.4 Questa associazione con la
luna mette Pasifae in relazione col culto della dea praticato nel Vicino Oriente, dove la dea della
fertilit era tanto spesso una divinit lunare, forse perch in regioni aride come talune zone della
Mesopotamia e dell'Asia occidentale la luna stimola la rugiada e quindi lo sviluppo della vegetazione,
allo stesso modo come si pensava che la Madre Terra venisse fecondata dalla pioggia mandata su di lei
dal Padre Cielo. Perci, per assicurare la fertilit della natura, le forze vivificatrici dovevano essere rese
operanti mediante la ripetizione rituale della copula tra la dea e il suo sposo, simboleggiati dalla vacca e
dal toro, dalla terra e dal cielo, dalla luna e dal sole.
Sotto queste rappresentazioni si svilupparono in Asia Minore, in Siria, in Babilonia, in Egitto,
nel Mediterraneo orientale, a Creta e nell'Egeo il mito e i riti della fertilit e il culto della vegetazione.
Le figure di divinit maschili apparivano assai di rado nella regione minoicomicenea, mentre
abbondavano quelle delle dee. Pare infatti che dappertutto, dietro i vari emblemi e le varie
localizzazioni della maternit, si celasse la Madre universale, che rappresentava il mistero della nascita
e della riproduzione nei suoi molteplici aspetti e attributi, sia nella societ umana che nell'ordine
naturale. Ma alla dea era intimamente associato il giovane dio maschio nelle vesti di fratello, di sposo o
di figlio, ed essa veniva unita con lui in un rito nuziale connesso col ciclo annuale della vegetazione
che contrassegnava l'annata agricola, e nel quale il re e la regina recitavano la parte dei protagonisti, sia
in veste divina come in Egitto, sia in veste di servi della dea come in Mesopotamia.
Col concentrarsi dell'energia creativa sul principio generativo maschile, la dea and perdendo in
certo qual modo la sua supremazia e il suo prestigio, ma il culto originario dell'Asia occidentale si
conserv diffondendosi dalla sua patria natale nel Vicino Oriente all'Anatolia e all'Egeo, e di l alla
Penisola iberica e all'Europa nordoccidentale, dove accompagn l'espansione della cultura megalitica.
Nella sua diffusione verso oriente dal Tigri alla valle dell'Indo, attraverso le zone ubertose lungo le
pendici e le valli dell'Iran occidentale, dell'Elburz, di Makran e quelle degli altipiani del Belucistan,
fino alle pianure del Sind e del Pan] ab, il principio femminile (sakti) rappresentato sotto forma della
Madre Terra conserv il suo antico predominio. Il culto preariano della vegetazione si mantenne infatti
nelle dee dei villaggi in tutta l'India, seguendo uno sviluppo parallelo a quello della dea nell'Asia
occidentale, e spesso ad esse venne associata una divinit maschile che assumeva le funzioni del Padre
Cielo, come nell'unione della Madre Terra vedica Prithivi con Dyaus Pitar, lo Zeus o il Giove ariano,
progenitore universale degli di e degli uomini.5
Man mano che il culto della Dea Madre si and diffondendo in tutta la regione nella quale
l'antica civilt agricola si diffuse dall'Asia sudoccidentale all'Egitto, all'Europa occidentale e all'India,
la sua figura centrale si and trasformando sempre pi in una divinit sincretistica che abbracciava tutte
le dee connesse ai vari attributi della maternit, della generazione e della fecondit. Ci fu pi evidente
nel caso di Iside, che dopo essere stata la fonte della vitalit come donna del trono che personificava
il sacro seggio dotato del misterioso potere della conoscenza, divenne il prototipo della madre
dispensatrice di vita e della sposa fedele. Fu lei ad insegnare al suo sposo e fratello Osiride i segreti
dell'agricoltura, a inviarlo nella sua missione civilizzatrice, a scoprire il suo corpo dilaniato dopo che
egli era stato ucciso da Seth e a farlo ricomporre e rianimare dal suo figlio postumo Horus, che ella
aveva concepito dal corpo che aveva ritrovato. In origine, per, essa non era una Dea Madre, poich in
Egitto questa era innanzitutto la funzione di Hathor, e solo quando Iside ne acquist gli attributi,
assieme a quelli di Nut e di Neith, essa venne virtualmente identificata nel periodo ellenistico con la
Magna Mater dell'Asia occidentale e del mondo greco-romano. Come dea dai molti nomi ella
divenne allora la pi popolare di tutte le divinit egizie e venne identificata con le corrispondenti dee
straniere, Selene e Io, Demetra, Afrodite e Pelagia, mentre Osiride occup una posizione relativamente
subordinata nei suoi misteri sincretistici.
Bench non fosse mai stata una figura tragica come Ishtar in Meso potamia, la sua devozione
verso il proprio sposo e fratello suscit un'in tensa emozione sentimentale, ed essa ebbe
sull'immaginazione popolare dell'Impero Romano un ascendente quale nessun'altra divinit aveva mai
avuto. Nonostante l'opposizione ufficiale del Senato, i suoi riti, come abbiamo visto, richiamarono un
numero sempre crescente di fedeli, dopo la sua fusione con Astarte sotto forma di Atargatis che le
aveva fatto acquistare tante caratteristiche greche e asiatiche, e ad Ossirinco essa ebbe un tempio in
comune con Zeus, Hera e Kore. La diffusione del suo culto in tutto l'Impero  anzi un esempio notevole
dell'adattamento di un culto a un ambiente straniero ed estraneo, un adattamento cos completo che le
sue caratteristiche originali scomparvero quasi completamente. Equiparata a Demetra e a Persefone e
alle altre divinit elleniche, perdette le proprie caratteristiche primitive egizie, anche se i suoi sacerdoti
continuarono a vestire abiti egizi. Divenne insomma una figura cos essenzialmente ellenica che tutti i
suoi lineamenti si trasmutarono in quelli dell'ambiente in cui si era affermata.
Divenuta la Madre degli di nel periodo saitico e nel periodo greco (cio dal 663 a. C. in poi), i
suoi attributi passarono alle dee locali, mentre a sua volta essa assorbiva le loro caratteristiche e
funzioni, e alla fine vi fu tra loro una fusione tale da essere indistinguibile l'una dalle altre. Divenne
allora il prototipo di tutte le dee, ed ebbe un suo proprio sacello nei templi di Giza e di File, e santuari a
lei dedicati in tutto il mondo ellenistico e romano, come pure a Malta, in Sardegna, in Fenicia e
nell'Italia meridionale, e attraverso centri come Pozzuoli, Pompei, Ercolano e Ostia, si spinse fino al
Colle Capitolino di Roma. Tuttavia essa non fu la sola rappresentazione sincretistica greco-orientale
della Madre degli di che personificasse il principio femminile nelle sue varie manifestazioni e nei suoi
vari simboli e attributi, assorbendo una dea dopo l'altra dovunque il suo culto si diffondesse.
In Anatolia e in tutta l'Asia occidentale essa fu innanzitutto la personificazione della
produttivit del suolo, la signora della terra e la fonte della fecondit, associata al giovane dio che era
l'incarnazione della generazione e della procreazione. In un primo tempo si mise in risalto
l'autoriproduzione delia Madre universale, ma quando venne introdotto come satellite della dea un
compagno maschile, e il loro culto associato si diffuse dalla fertile pianura della Mesopotamia all'Asia
Minore, in gran parte a causa dell'influenza hittita e hurrita, il giovane consorte divenne gradualmente il
membro dominante di quella unione. Cos in Siria Anat pass in secondo piano di fronte al virile Baal,
e non si fuse mai in una sola divinit sincretistica con Asherah, sorella e sposa di El: anzi le due dee
furono spesso pretendenti rivali di Baal.
In Grecia la Dea Madre venne identificata da Omero" ed Esiodo7 con Rhea moglie di Kronos.
Dal V secolo a. C. venne associata alla Magna Mater frigia Cibele,8 mentre a Creta era stata assimilata
alla dea minoica nel suo triplice aspetto di Madre della Terra e della Montagna e di divinit ctonia
tutrice dei morti. Anche se non era essa stessa la terra, era tuttavia cos intimamente associata alle dee
della terra da essere virtualmente indistinguibile da esse. Sul continente greco, invece, pur essendo una
figura sincretistica, i suoi attributi vennero suddivisi fra tante dee - Era, Afrodite, Atena, Artemide e
Demetra, ciascuna con un nome individuale e una sua distinta personalit - che essa non pot mai
fondersi completamente con Cibele, se non dopo il periodo delle Guerre Persiane, bench
l'assimilazione fosse incominciata in un periodo molto anteriore, risalente forse a una preellenica
Madre degli di comune sia ai Greci che ai Frigi.9 Ci spiegherebbe il culto di Rhea nei santuari a lei
dedicati in Arcadia, a Olimpia e ad Atene,10 bench sia probabile, come ha osservato Farnell, che
viaggiatori greci familiarizzatisi col suo culto a Creta lo abbiano trasportato sul continente, sotto il suo
stesso nome o sotto quello della Magna Mater.11 Ma a Creta, nell'Egeo e nell'Asia Minore la Dea
Madre, pur comparendo sotto diversi nomi, presentava nelle sue funzioni, nella sua mitologa e nel suo
culto tanti elementi comuni da fare intravvedere nello sfondo un'unica figura sincretistica, che poi si
differenzi nel suo processo di diffusione e di adattamento a un ambiente instabile.
Per esempio, nelle teogonie greche Rhea, che era stata una dea piut tosto oscura, conserv la
propria identit quando essa venne associata con Cibele: cionondimeno, i cembali, i tamburi e le
zampogne del culto orgiastico frigio passarono a lei.12 Come madre del cretese Zeus, generato da
Kronos che probabilmente era un dio preellenico delle messi,13- essa faceva parte di una tradizione
agreste identica a quella di Cibele e delle altre dee consimili venerate nelle altre regioni. Perci dietro a
tutte e due le divinit stava il concetto universale della dea che rappresentava la fonte ultima e
l'incarnazione della vita e della fertilit, la personificazione del principio femminile. Essa per non fu
mai una divinit monoteistica. Prima o poi venne associata a un figlio o a un consorte, nonch alle dee
che assorbiva o assimilava. In Grecia, per di pi, venne subordinata al suo illustre figlio Zeus, che era
destinato a diventare il creatore e il principio unificatore dell'universo, esistente di per s. Ma appunto
in virt della sua posizione nella gerarchia divina le venne attribuito dalla tradizione cretese il merito di
aver dato alla luce il padre degli di e degli uomini. Solo molto pi tardi In qualit estatiche che
caratterizzavano il culto di Cibele in Asia Minore e che fecero s che in Grecia essa venisse considerata
come un apporto straniero vennero identificate con quelle della sua controparte semitica Ishtar o
Astarte,14 e con quelle di Afrodite, l'amante di Adoni', di cui si narrava nel periodo ellenistico che
fosse stato ucciso da un cinghiale come Atti, o che si fosse castrato sotto un pino e che fosse morto per
dissanguamento.
Una figura cos sincretistica che riuniva in s tanti lineamenti, tra dizioni, trasformazioni,
osservanze, sviluppi e caratteristiche distintive, tutti diversi gli uni dagli altri, non poteva non essere
altamente attraente e ripulsiva nel medesimo tempo. Nel giudizio popolare essa era riverita e venerata
come personificazione del principio femminile e di tutto ci che era implicito nel diffuso sentimento
emotivo, estatico e mistico che suscitava sulle masse nell'Asia occidentale, in India, nel Mediterraneo
orientale, a Creta, nell'Egeo e nel mondo greco-romano. Lo scopo principale dei riti era di assicurare
l'unione del devoto con la Gran Madre nell'una o nell'altra delle sue forme, spesso con l'aiuto di danze
frenetiche, di musiche selvagge e di simboli sessuali, nella speranza di raggiungere la fusione con la
fonte della vita e della vitalit in una condizione di estatico .abbandono e di mistica comunione.
Originariamente il rito si svolgeva sotto forma di un sacro connubio che aveva lo scopo di risvegliare le
forze riproduttive della natura dopo il letargo in cui avevano trascorso la lunga notte dell'inverno, e
veniva messo in relazione con la morte e resurrezione del sacro sovrano che simboleggiavano l'annuale
languire e rivivere della vegetazione. Poich questi riti davano luogo a orge,, dissolutezze e frenesie
poco edificanti, una volta che il culto assunse queste caratteristiche, la sua diffusione nel mondo
greco-romano venne ufficialmente condannata e il suo carattere e il suo contenuto vennero accusati di
non essere n ellenici n romani, nonostante che esso potesse vantare nella regione una storia lunga e
variegata. Ma le sue radici e il richiamo che esso esercitava sul popolo erano cos profondi che alla fine
dovette essere accettato, e nel periodo imperiale la dea riacquist la sua posizione ufficiale, seppure in
una forma molto pi contenuta e moderata, come il culto di Dioniso in Grecia.
Se nel Vicino Oriente e dovunque penetrasse la sua influenza, la devozione popolare era rivolta
alle dee pi accessibili e immanenti connesse con la maternit, la fertilit e la famiglia, non meno
solidamente si afferm il pi remoto e trascendente Dio-Cielo una volta che l'attenzione si fu
concentrata sul problema cosmico della creazione. Sin dall'epoca neolitica si riconobbe l'esistenza di
una potenza divina ultraterrena quale fonte della attivit ' creativa accentrata in un Essere Supremo
celeste che divenne il capo del pantheon. Cos nell'antico Egitto il concetto di divinit pare fosse sorto e
si fosse coordinato in relazione alla creazione, alla riproduzione e alla resurrezione, espresse in simboli
che si ricollegavano al cielo, al sole e al Nilo con le sue inondazioni. Il Dio-Falco Horus, signore del
cielo, era descritto nei Testi delle Piramidi come la fonte della vita, della pioggia, della procreazione,
della rinascita e della divinit del Faraone. Di lui si diceva che era il dio venuto per primo al mondo
quando nessun altro dio esisteva ancora. Quando tu apri gli occhi per vedere, ecco, viene la luce per
tutti.15 Nella sua corsa quotidiana attraverso il cielo sotto forma di falco coronato del disco solare,
egli era conosciuto col nome di Harakhte, l'Horus dell'orizzonte, che assieme ad altri tre Horus locali
formava i Quattro Horus del cielo orientale.16
Ma egli era innanzitutto il Dio-Cielo, e le sue manifestazioni solari erano complementi della sua
origine celeste. Anzi, le numerose forme in cui il Do-Sole era raffigurato nei testi egizi erano
indubbiamente sopravvivenze di un precedente culto dell'onnipresente Dio-Cielo, messo in relazione
col culto solare nelle sue varie manifestazioni. Vero  che l'interesse dell'uomo primitivo non era certo
rivolto alle speculazioni sulle origini e sui processi cosmici, preso com'era dai problemi urgenti e
sconcertanti suscitati dall'incostanza delle stagioni e dalle forze da cui dipendevano i mezzi di
sussistenza. Ma nell'accostarsi al concetto di creazione dal punto di vista dell'esperienza umana, gli
Egiziani interpretarono l'ordine esistente come la conseguenza di una serie di nascite avvenute nel
regno degli di e iniziatesi con una coppia primordiale o con un unico progenitore esistente di per s,
usciti dall'originale stato di caos deificato come Nun e che si poteva paragonare all'inondazione
vivificatrice da cui dipendeva la vegetazione e il benessere delle Due Terre.
Dietro alle numerose forme sotto cui venne raffigurato nella valle del Nilo il Creatore - quella di
Atum-Re ad Heliopolis, di Ptah a Memfi, di Thot a Hermopolis, di Amon-Re a Tebe e di Khnum a
Elefantina - vi era con ogni probabilit un unico Essere Supremo, considerato la fonte trascendente del
processo creativo che assommava in s tutti i vari aspetti di esso e controllava il tempo e le stagioni.
Come abbiamo visto,  significativo il fatto che la medesima radice linguistica collega il cielo, le nubi e
la pioggia con l'onnipresente dio del cielo e con le sue manifestazioni nella natura, la tempesta e la
pioggia, come dimostrano lo Zeus, o Dyaus, degli Indoeuropei, l'anatolico Teshub e l'egizio Horus.
l'Eccelso. Ma data l'importanza capitale che il sole assumeva nelle condizioni ambientali della valle
del Nilo, non  affatto strano che li funzione di creatore del Dio-Cielo tendesse a passare nelle mani
del Dio-Sole.
Culto solare in Egitto. Prima della prima dinastia, Re era identificato a Heliopolis col sole in cielo
che si manifestava nel disco solare, ma quando assieme ad Atum divenne il capo dell'Enneade, in
questa forma composita egli abbracci tutte le forze della natura e tutta l'attivit crea tiva. Nell'et delle
piramidi, quando in seguito all'unificazione del l'Egitto il culto solare ebbe acquistato il predominio,
attorno a lui fiorirono miti e leggende che lo raffigurarono supremo fra gli di, assoluto nel controllo
della valle del Nilo e alleato e protettore del trono. Oltre ad essere la fonte della vita e della
generazione, egli fu un re divino, il creatore autocreato Re-Atum, il giovane dio dell'orizzonte
orientale, Re-Harakhte, e infine a Tebe Amon-Re, il sovrano dagli di, venerato con grande
magnificenza a Karnak e a Luxor.
Quando da Heliopolis il culto solare si diffuse in tutto il paese, ogni dio locale venne
identificato in un modo o nell'altro col Dio-Sole, e il culto si bas dovunque sulla liturgia eliopolita,
cos come la Grande Enneade forn lo schema della mitologia cosmica e delle genealogie relative. Vero
 che Ptah, il Grande di Memfi, mantenne la sua indipendenza quale unico Creatore dell'universo del
quale tutti gli altri di erano solo attributi, compreso Atum che era la sua lingua e il suo cuore. Ma i
vari aspetti della divinit, assieme a quelli dello stesso Ptah, vennero col tempo combinati in una
pluralit di manifestazioni divine di di aventi la medesima natura e nati da Nun contemporaneamente.
Gli Egiziani pervennero dunque a un concetto di divinit solare universale non molto diverso da quello
della Dea dai molti nomi, senza tuttavia abbandonare la loro tradizione politeistica, fatta eccezione per
il breve interludio al tempo della XVIII dinastia, durante il quale Amenhotep quarto (Ekhnaton) prodig la
sua fede unicamente ad Aton, l'antico dio dell'aria e della luce, che egli proclam il solo creatore del
cielo e della terra e il sostenitore di tutte le cose. Questo effimero culto di Aton fu il primo e unico
tentativo di ridurre un pantheon di divi- nit politeistiche a un unico creatore celeste e universale. Cos
Jahv, tra gli Ebrei, fino al termine dell'esilio nel VI secolo a. C. fu solo il dio di Israele che esercitava
localmente la sua sovranit sulla terra da lui prescelta e sul popolo al quale era legato da un patto
particolare. K lo stesso Ekhnaton, se si prescinde dal tempio da lui costruito in Nubia, non tent mai di
portare fuori dall'Egitto il culto e la giurisdizione di Aton. Egli per si spinse pi in l dei suoi
predecessori, che gi avevano riconosciuto l'universalit di Amon-Re, nell'eliminare la natura
sincretistica che Re presentava come deificazione contemporanea del sole, dell'orizzonte e del falco.
Nondimeno, pur essendo Aton proclamato unico e solo dio, per il popolino, assai poco interessato al
nuovo culto reale, l'oggetto supremo di venerazione era il globo celeste che, come il falco identificato
con l'antico dio Show, attraversava ogni giorno il cielo da oriente a occidente, Aton era troppo
distaccato per esercitare un qualche richiamo sul popolo. Perci quando venne disgiunto dalle faccende
terrene e dai bisogni dell'umanit in genere, sub necessariamente la stessa sorte di tutti gli Di Eccelsi,
rimanendo null'altro che un Essere Supremo. Dal punto di vista pratico, gli di e le dee del cielo del
ciclo solare dovevano esser messi in relazione con gli di della terra del ciclo di Osiride-Iside e col
culto dei morti, in modo che i benefici del regno celeste potessero per loro mezzo venire trasmessi al
suolo sotto forma di fruttuose stagioni benedette dall'abbondanza di grano e di vino, che le forze del
male venissero distrutte e che ai morti fosse concessa l'immortalit e la resurrezione.
La Grande Triade babilonese. Una situazione assai simile esisteva in Mesopotamia, salvo che il
paese si trovava in una condizione meno stabile e sicura della valle del Nilo, e il suo sviluppo religioso
fu pi complesso e oscuro. Patria di popoli diversi per migliaia di anni, la sua storia presenta una serie
di mutamenti sostanziali di carattere ben diverso dal corso regolare degli eventi in Egitto. Quando verso
il 3000 a. C. i Sumeri si insediarono in quella regione, essi possedevano gi un organizzatissimo
pantheon capeggiato da Anu, il cui nome significava cielo e le cui funzioni e la cui posizione erano
analoghe a quelle di Zeus in Grecia o di Giove a Roma. Dopo che Nammu, l'oceano primordiale, la
Dea Madre genitrice del cielo e della terra, ebbe dato alla luce l'universo, Anu lo fece emergere dal
caos e dall'anarchia e ne fece un tutto organizzato, poich egli era in cielo la potenza suprema, il padre
e il re degli di, il prototipo di tutti i sovrani terrestri e la fonte ultima della loro autorit e della legge
naturale. E appunto in questa sovranit gli succedette a suo tempo Marduk quando gli di conferirono a
lui tutto il potere.
Enlil, dio delle tempeste e secondo membro della Grande Triade, che assieme ad Anu venne
trasmesso dai Sumeri ai Semiti invasori, era meno benefico, poich la sua attivit divina si manifestava
negli uragani e nelle tempeste e nelle inondazioni devastatrici che travolgevano citt e campagne,
uomini ed animali, e alle quali si attribuivano le catastrofi dell'ordine cosmico e della storia umana, era
insomma l'esecutore dei decreti punitivi degli di, anche se talvolta lo si rappresentava come il creatore
dell'umanit e il custode delle Tavolette del Destino. Sotto questo duplice aspetto, mentre da una
parte la sua era un'opera distruttiva e ostile agli esseri umani, d'altra parte egli era il tutore della legge e
dell'ordine istituiti da Anu, e come tale era oggetto di venerazione e di timore da parte dei paesi
stranieri.17
Ea, o Enki, signore della terra e del mondo sotterraneo - la terza delle potenze divine
dell'universo - era invece decisamente favorevole alla razza umana. Questo dio sumerico dell'acqua e
della saggezza era la personificazione dell'intelligenza, della conoscenza e della divinazioni magica, e
fu lui a rivelare a Utnapishtim l'intenzione di Enlil di distruggere l'umanit con una inondazione
devastatrice e a comandargli di costruire una specie di arca per salvare se stesso e la sua famiglia
dall'imminente disastro. Ea impart la sua saggezza e la sua abilit magica al figlio Marduk, mettendolo
cos in grado di conseguire la supremazia su tutti gli di pi giovani e di sconfiggere Tiamat nella
grande battaglia cosmica che era destinato a impegnare e dalla quale scatur la creazione, dopo aver
trionfato egli stesso su Apsu, il progenitore dei grandi di, e su Mummu (Tiamat). E in virt della sua
impareggiabile conoscenza, della sua saggezza e della sua potenza soprannaturale egli divenne il
patrono degli esorcisti e degli indovini che, come abbiamo visto, avevano in Babilonia una parte tanto
influente, e a cui gli uomini si rivolgevano per averne un aiuto, un consiglio e una protezione, assillati
com'erano da ogni parte da tante forze sinistre e demoniache.
Dumuzi-Tammuz e Inanna-lshtar. Le divinit della Triade Minore, composta da Shamash il
Dio-Sole, Sin la Dea-Luna e Adad il dio delle tempeste, pur avendo nomi semitici, erano anch'esse di
origine sume rica, e comparivano nelle liste anteriori sotto i nomi di Babbar o Utu, Nannar e Ishkur.
Analogamente, anche il culto di Tammuz e Ishtar risaliva all'epoca sumerica, cos come in Egitto la sua
controparte osiriaca aveva avuto origine nel periodo predinastico. Tammuz occupava per una
posizione singolare nel pantheon babilonese. Egli non apparteneva n alla Grande Triade n alla Triade
Minore, ma sotto il nome di Dumuzi, il fedele figlio delle acque venuto dalla terra, era il Dio-Pastore
sumerico di cui si narra in uno dei miti che aveva chiesio la mano della dea Inanna, raffigurata per
come una giovane fanciulla e non sotto l'aspetto pi familiare della sumerica Ishtar, moglie di Anu e
regina del cielo. Il fratello e il tutore di questa era il Dio-Sole Utu, che difendeva la sua causa.18 Alla
fine del terzo millennio a. C. la sua unione con Inanna-Ishtar veniva celebrata ogni anno a Isin, nella
Mesopotamia meridionale, alla festa di Primavera, nella quale il re e la regina recitavano la parte del
giovano e virile Dio-Pastore e della DeaMadre, fonte della potenza riproduttiva, per ridestare la terra
addormentata e far s che essa producesse con abbondanza. Ma come si  dimostrato, l'elemento
dominante di questa unione era la dea, poich quando nel mito di Tammuz venne messo in stretta
relazione con Ishtar nella parte di giovane dio, egli ne fu contemporaneamente il figlio, l'amante e il
fratello, e le fu sempre subordinato. Ogni anno egli moriva nel ciclo delle stagioni, ed era la dea a
riportarlo su dalle regioni inferiori. Da lei dipendeva la sua resurrezione, dalla quale a sua volta
dipendeva il risveglio della natura, e nella sua opera rigeneratrice egli aveva solo una funzione
strumentale come agente della dea.
Il culto di Tammuz fu indubbiamente uno dei riti pi antichi e pi diffusi del Vicino Oriente, e
rifletteva le condizioni agricole originarie in cui era sorta e si era propagato. Cos nella civilt urbana di
Babele, quando Marduk assunse la figura di Tammuz dopo che verso il 1728 a. C. la sua citt era
diventata la capitale, dopo aver conseguito un posto di preminenza nel dramma stagionale, il culto
conserv le sue caratteristiche fertilistiche e agresti nella festa dell'Anno Nuovo che si teneva a
primavera. Dopo una serie di lamentazioni simili a quelle contenute nelle antiche liturgie di Tammuz, e
di nenie, e dopo un combattimento rituale, il re che aveva temporaneamente abdicato veniva rimesso
sul trono quale figlio risorto e servo della dea, e la tristezza si mutava in gioia ed era completamente
dissipata con un sacro connubio reale che riproduceva l'unione divina sumera per mezzo della quale
veniva conferita a tutte le terre la potenza ricreatrice.19 Anche qui la dea continuava a predominare, e il
re, nella parte di TammuzMarduk, eseguiva i suoi comandi nel rinnovamento delle forze riproduttive,
sottoponendosi a una morte rituale per poi risorgere a perpetuare la vitalit da stagione a stagione.
Baal, Anat e Asherah in Siria. Il motivo e il culto di Tammuz si ritrovano, con qualche variante,
in Siria nel mito di Baal, Anat e Mot. Nei testi ugaritici per, come abbiamo visto, Anat e Asherah non
raggiunsero mai la posizione dominante di Ishtar nel loro sforzo di conseguire la condizione suprema di
consorte del virile e onnipotente dio delle tempeste Aleyan-Baal, il padrone. Nondimeno, quando
egli venne sconfitto da Mot, Anat, la sua sposa originaria, attacc il suo avversario con tutta la sua
forza e la sua potenza, difendendo l'amato Baal come una vacca difende il suo vitello o una pecora il
suo agnello, afferrando Mot, tagliandolo a pezzi in un setaccio con la sua falce, arrostendolo nel fuoco,
macinandolo in un mulino come si fa col grano e gettando i suoi resti in pasto agli uccelli. Essa era
perci perfettamente in grado di prendere drastici provvedimenti se e quando questi si rendevano
necessari. Infatti, come la maggior parte delle Dee-Madri, essa era una figura bellicosa e sanguinaria, e
quando veniva provocata le sue caratteristiche guerriere erano efficacissime. Ma essendo anche
appassionatamente innamorata, la parte principale nel culto della fertilit spettava a Baal, ed essa era
ben contenta di essere posseduta anzich prendere l'iniziativa.
Era infatti generalmente conosciuta col nome di Vergine Dea, bench sia probabile che
essendo anche stata originariamente la sposa dell'antico dio supremo El, essa fosse stata in un primo
tempo la DeaMadre per eccellenza, prima cio che Asherah, figlia e consorte di El, diventasse la sua
rivale nell'aspirare alla mano del pi potente e giovane Baal, il che le fece assumere le caratteristiche di
vergine. Asherah dunque venne descritta come la creatrice degli di, e questo titolo fa pensare che
essa fosse la dea principale e che perci avesse sposato in un primo tempo il pi importante degli di.
Da questo deriverebbe la descrizione fattane in una iscrizione sumerica che la definisce la sposa di
Anu, il dio mesopotamico del cielo. Nel XV secolo a. C. essa era anche la dea principale di Tiro, e
prima che venisse dato il suo nome alla piscina sacra dei santuari cananei ed ebrei  presumibile che
fosse venerata come una divinit femminile identificata con Astarte, con la quale nel Vecchio
Testamento  spesso associata. Nei testi ugaritici  detto che Baal e Anat chiesero il suo consiglio per la
costruzione di un tempio per Baal simile a quelli degli altri di, e che quando Baal prese il posto di El
come figura principale del pantheon, Asherah gareggi con Anat per diventare sua moglie e conservare
cos il suo stato originale di prima dea del paese. Ma non riusc mai del tutto a trasformarsi da moglie
in figlia di El per divenire la sposa di Baal.
A tale riguardo, la versione siriana del tema di Tammuz, pur sviluppando caratteristiche proprie
con le due dee rivali che lottavano per la supremazia, segu tuttavia lo schema mesopotamico nei suoi
caratteri mitici essenziali e nei suoi lineamenti cultuali. In essa si ritrovava la medesima lotta fra due
diverse generazioni di di, e un motivo agreste accentrato nel dramma stagionale della natura trovava
espressione in un mito e in un rituale analoghi con caratteristiche inerenti all'agricoltura, alla fertilit e
alla costruzione di templi. Dietro ad essa si intravvedono le esigenze assillanti della vita di ogni giorno,
create dalle condizioni ambientali nelle quali la pioggia era l'elemento pi indispensabile in mancanza
di un efficace sistema di inondazione e di irrigazione come quello esistente nella valle del Nilo, sia che
la siccit fosse un avvenimento annuale o che ricorresse in cicli periodici. Senza un'adeguata
distribuzione delle piogge la terra non poteva dare tutti i suoi frutti, e la struttura sociale e religiosa in
Mesopotamia e in Siria erano determinate in misura considerevole dal bisogno di pioggia e di fertilit.
Furono queste le condizioni sotto cui il culto di Tammuz-Baal si diffuse in tutta la regione.
 probabile che prima di essere introdotto nel pantheon cananeo Baal si identificasse con
Hadad, il semitico dio delle tempeste (l'accadico Adad), che regnava col titolo di signore dal suo
trono situato su un'alta montagna del cielo settentrionale come Zeus sull'Olimpo o Jahv sul
Sinai-Horeb. Questo nome si ritrova frequentemente in forma contratta sulle tavolette di Ras Shamra
associato a quello di Baal, s da far pensare che tutti e due fossero una sola divinit, bench verso la
met del secondo millennio a. C. il culto del dio Hadad, che era stato caldeggiato da Hammurabi,20 avesse
una maggiore diffusione, estendendosi sulla maggior parte del Vicino Oriente, specialmente tra gli
Assiri, gli Amorei, i Siri, e in tutta l'Asia Minore. Secondo la consuetudine, era lui che faceva venire la
pioggia per arricchire la terra o che la ritirava quando era adirato. Perci dappertutto vi erano templi
costruiti in suo onore o a lui dedicati,21 ch tanto popolare e predominante era il suo culto, e tanto
essenziale per il benessere del vasto territorio posto sotto la sua giurisdizione. In questa era compreso il
controllo della fertilit che egli esercitava come signore dell'abbondanza, irrigatore del cielo e della
terra, che mandava gi dal cielo la pioggia vivificatrice nella sua qualit di dio morente e rinascente.
Ma era anche temuto come dio delle tempeste, il tonante, poich scatenava forze distruttive e
provocava disastrose inondazioni.
La presenza del suo nome nelle Lettere di Mari dimostra che il suo culto era in auge nella
Mesopotamia settentrionale, mentre ad Arrafa sembra che fosse messo in relazione con l'Akitu, la festa
dell'Anno Nuovo.22 Lo scrittore greco Luciano narra che egli veniva venerato assieme alla dea
Atargatis nel suo tempio di Hieropolis,23 a sud di Carchemish, con riti risalenti a un periodo molto
anteriore. Era anche venerato a Sam'al, ad Aleppo e a Damasco, e come Dio-Cielo per eccellenza venne
in seguito identificato col Dio-Sole, assumendo cos le stesse funzioni che Zeus e Giove svolgevano nel
mondo greco-romano. A Megiddo in Palestina egli comparve come Hadad-Rimmon, il dio delle
tempeste morente e rinascente,24, a Biblo e a Cipro come Adone, e ad Halab, presso Ugarit, gli venne
dedicato un santuario.
Il dio delle tempeste in Anatolia. Nella terra di Hatti sull'altipiano anatolico egli verme
equiparato a Teshub, il capo del pantheon hurrita, marito di Hebat (Hepit), e al suo corrispondente
hittita, il dio delle tempeste di Hatti, marito della Dea-Sole di Arinna. La sua associazione col toro sta
ad indicare che il suo compito era quello della fecondazione, mentre suo figlio Telipinu era una divinit
agreste che arava, erpicava e irrigava i campi e faceva germogliare le messi. Perci quando Telipinu
infuriato scomparve, tutta la vita rimase paralizzata; i fiumi e i torrenti si prosciugarono e la carestia
impervers, suscitando una situazione parallela a quella descritta nei miti di Tammuz, di Adone e di
Atti. Ma la leggenda di Telipinu non era, a quanto pare, direttamente connessa a un rito stagionale, e
del dio si dice solo che era scomparso, senza alcun accenno alla sua morte o a una sua discesa nel
mondo sotterraneo come nelle altre versioni, o al fatto che venisse ricercato dalla dea sua moglie e madre.
Comunque, non  affatto improbabile che il mito avesse un significato liturgico, poich la
narrazione  interrotta al punto in cui dice che la dea della guarigione e della magia venne incaricata di
placare Telipinu e di riportarlo indietro. Ed  probabile che a questo punto si mettesse in atto il rituale
prescritto per sedare la sua ira e che in seguito la dea compisse un rito purificatorio nel quale venivano
offerti sacrifici e veniva fatto uso di oli e unguenti. L'efficacia di tutto ci  dimostrata dal ritorno della
fertilit e dal fatto che al re e alla regina venne data lunga vita e vigore.26  chiaro perci che si
tratta di un testo liturgico e che esso segue la tradizione di Tammuz, accentrata nelle forze vitali della
natura che languiscono d'inverno e rivivono in primavera, personificate da un dio delle tempeste
conforme al tipo consueto, seppure con talune caratteristiche distintive nei particolari e
nell'impostazione della narrazione e del rituale relativo.
In Anatolia la relazione che lega la dea hurrita a quella hittita  alquanto oscura. La Dea-Sole di
Arinna era la moglie del dio delle tempeste di Hatti, ma a differenza dalla dea hurrita Hebat, era una
divinit solare. Pare per che il Dio-Sole fosse subordinato a lei, poich il suo sposo era il dio delle
tempeste di Hatti ed essa stessa era la regina del cielo e la dea suprema dello stato. La babilonese Ishtar
era identificata con la dea hurrita Shaushka, sorella di Teshub, che riuniva in s qualit bellicose e
qualit amorose e sessuali e aveva al suo seguito un numero considerevole di assistenti, fra cui Ninatta
e Kalitta. Il suo culto era praticato a Samuha e in altre citt della regione del Tauro, ed essa riuniva in
s, come al solito, qualit benefiche e malefiche, stimolando la fertilit e scatenando catastrofi e disastri
sull'umanit. In quella stessa zona anche Hebat assunse caratteristiche marziali, e successivamente a
Comana prese il nome di Ma: la Ma-Bellona dei Romani. Ma l'equivalente anatolico della Magna
.Mater fu Hannahanna, la Nonna, il cui nome era scritto con l'ideogramma della Dea Madre sumerica
Nintu. A lei si rivolse il dio delle tempeste quando Telipinu scomparve, e dietro suo consiglio venne
intrapresa una azione efficace per riportarlo indietro e assicurare il ritorno della fertilit.
Nei miti e nei culti della Mesopotamia, dell'Egitto, della Siria e dell'Anatolia, si ritrovano
dunque le principali divinit agresti - la dea, madre e moglie del virile giovane dio, e gli altri di ad essi
intimamente associati - con attributi e funzioni assai simili, ma che tuttavia conservano ciascuna le sue
caratteristiche particolari e uno sviluppo indipendente nelle diverse zone in cui erano diffuse. Quello
che sull'esempio della Mesopotamia, dove la sua caratterizzazione fu pi chiara e completa, si pu
definire come il culto di Tammuz, era dovunque accentrato nella dea che personificava la
generazione e la riproduzione in perpetuo, accompagnata dal suo giovane compagno che incarnava il
ciclo della vita che scaturiva rinnovata ad ogni primavera, maturava all'inizio dell'estate e svaniva col
declinare della stagione. Questo dramma della natura veniva di norma recitato dal re e dalla regina che
impersonavano il dio e la dea della festa dell'Anno Nuovo, ma nel corso del suo sviluppo e della sua
diffusione sub numerose aggiunte e modifiche a seconda delle circostanze e delle condizioni locali,
sicch oggi, per esempio, non si pu dire con certezza se in Siria i riti venivano compiuti una volta
all'anno, oppure ogni sette anni in tempi di grave siccit. I nomi degli di erano anch'essi variabili,
bench si adottassero termini generici come balu o adori (signore o padrone) per indicare il dio
delle tempeste nelle sue varie forme. Da ci scatur l'identificazione di Baal o di Adone con
Tammuz, Hadad, Aleyan ed El, considerati come una divinit composita ricorrente che riuniva in s
numerose attivit creative concomitanti in una estesa gamma di impostazioni mitologiche e di teogonie
nelle quali era generalmente implicita una storia della creazione.
Baal e Jahv in Israele. In Israele, pur essendo stato Jahv equiparato a Baal quando assunse
l'ufficio e le funzioni degli di indigeni della vegetazione in Palestina, come dimostrano i numerosi
nomi propri adottati dagli ambienti jahvistici,26 tuttavia, tanto era fondamentale e profondamente
radicato nella tradizione del deserto il concetto del patto sul Sinai, che i due di, lungi dall'essere
permanentemente assimilati, erano invece in violenta opposizione tra loro. Jahv certamente assorb e
mantenne, come si  visto, parecchie delle caratteristiche di Baal, ma l'impostazione dell'episodio del
Carmelo presuppone una opposizione; organizzata al culto di Baal da parte della minoranza
monojahvista, opposizione che continu per tutta la durata della monarchia. Non vi  dubbio, tuttavia,
che nelle fasi iniziali della religione ebraica gli attri buti di Jahv fossero sotto molti aspetti identici a
quelli assegnati a Baal o ad Hadad in altre localit della zona circostante, e in particolare, nel regno
settentrionale di Israele questi attributi continuarono a persistere nel periodo della monarchia. Bench
Jahv si movesse essenzialmente su un piano trascendentale di potenza e di splendore, egli veniva
descritto come il cavaliere delle nubi, come Baal nei testi ugaritici. E allo stesso modo egli mandava
la pioggia per nutrire la terra, si rivelava nel fulmine e parlava nel tuono, e il cielo era il suo trono e la
terra il suo poggiapiedi, ed egli impegnava battaglia con gli altri di e con i mostri primordiali,
affermando la sua potenza sulle acque primordiali del caos, portando all'esistenza la terra e stabilendo
l'ordine e l'armonia nel cosmo. Egli trionfava sulla Morte, sua nemica capitale, cos come Baal era
riuscito vittorioso nel suo conflitto con Mot, bench la Morte non venisse considerata una divinit
come nelle tavolette di Ras Shamra.27
Secondo la descrizione fattane nel libro dei Giudici, durante il periodo dell'insediamento delle
trib ebraiche in Palestina queste si trovavano in uno stato di transizione caratterizzato da passaggi
alternati dal culto dei Baal locali al culto di Jahv.28 Il Cantico di Debora descrive il Dio di Israele che
sorge in mezzo a una nube di tempesta dalla montagna di Seir nei deserti del sud per guidare il suo
popolo alla vittoria,29 e i monojahvisti continuarono a ribadire questi sentimenti. Nessuna sorpresa,
quindi, se il popolino, che non aveva mai smesso di riconoscere le funzioni agresti dei Baal locali,
come osservava Osea,20 ancora nell'VIII secolo ricorreva ad essi per il grano e il vino e, come
deplorava Geremia,31 alla regina del cielo per il suo sostentamento e il suo benessere.
Nondimeno, nonostante tutti questi vacillamenti, la fedelt del popolo al Dio nazionale continu
a persistere anche dopo la catastrofe che nel VI secolo a. C. culmin nell'esilio, e il Deutero-Isaia e
l'Ezechiele ripudiarono gli di stranieri della terra della loro schiavit definendoli null'altro che pezzi di
legno o di pietra, in stridente contrasto con Jahv, la cui attivit creativa era la prova della sua
ineguagliata condizione e potenza divina, che egli avrebbe ancora una volta rivelata riportando
nuovamente il popolo alla sua terra.32 Babele sarebbe caduta e gli schiavi sarebbero stati liberati,
perch Jahv, il solo creatore, sostenitore e tutore di tutte le cose, avrebbe vendicato il suo nome e il
suo onore e avrebbe cancellato i peccati del suo popolo, per quanto poco esso meritasse la sua
benevolenza e la sua misericordia.33 Come al tempo dell'esodo, anche stavolta Israele sarebbe stato
ricostituito e Gerusalemme sarebbe risorta, perch la Palestina era la terra di Jahv, e l egli, ed egli
soltanto, doveva essere adorato nel suo santuario centrale del monte Sion che era destinato a diventare
l'omphalos attorno a cui tutte le nazioni si sarebbero raccolte sotto il suo governo di giustizia.34 Ma
solo attraverso le sofferenze, interpretate da un punto di vista personale nel racconto del servo riferita
da Isaia, Israele risorto avrebbe potuto adempiere alla sua vocazione istituendo ima teocrazia
monoteistica universale nella quale Jahv sarebbe stato adorato nella sua unicit e perfezione e nella
bellezza della santit.33
Nel giudaismo posteriore all'esilio la relazione che univa Jahv a Israele era il patto (brith) nel
quale egli occupava una posizione analoga a quella occupata dal re nelle comunit dell'Asia
occidentale, quale centro dinamico della nazione, che aveva liberata dai suoi oppressori e protetta dai
suoi nemici. Il popolo spergiuro era stato finalmente allontanato dagli di rivali cananei e dai culti dei
paesi circonvicini, per quanti errori potessero ancora commettere i gruppi dispersi, come per esempio
quelli commessi a Elefantina. Egli era ora diventato non solo supremo, ma l'unico e solo Dio: Lui e
nessuno altro che Lui.36
Giudaismo ellenistico. Per impedire la contaminazione da parte delle influenze straniere dei
paesi circostanti, Ezra e Nehemia adottarono una intensa politica isolazionista su basi strettamente
sezioniste, raggruppando i Giudei in una comunit isolata che faceva capo al tempio e al suo culto
che si compendiava nel Codice Sacerdotale, nella Legge, nella rigorosa osservanza del sabato e
nell'allontanamento delle mogli straniere. Ci facendo, essi intensificarono il concetto profondamente
radicato di nazione eletta, tagliando fuori il giudaismo da ogni legame e contatto con i paesi
confinanti (l'Iran, la Mesopotamia, Canaan e l'Anatolia), e la successiva rivolta dei Maccabei ebbe un
effetto analogo nei confronti dell'ellenismo; tutto ci fino a quando il paese non venne portato, in
ultimo, nell'orbita dell'Impero Romano. La conseguenza di tale politica fu lo sviluppo di un popolo
separato, del tutto isolato e indipendente dal resto della cultura e della religione contemporanea del
Vicino Oriente, nei secoli immediatamente precedenti l'avvento dell'ra cristiana.
La sua escatologia dimostra per che esso non fu completamente inaccessibile alle influenze
esterne. Inoltre, il suo sparpagliamento in tutta l'Asia Minore e nella regione adiacente port un numero
considerevole di Giudei in stretto contatto col mondo ellenistico. Ma il culto di Jahv, interpretato
come il solo e unico creatore e reggitore di tutto l'universo, rimase il legame fondamentale, una fede
che costitu il centro unificatore del popolo di Israele, tanto nella sua terra natale attorno a
Gerusalemme, quanto nella cerchia pi vasta del giudaismo ellenistico dove fu pi sensibile l'influsso
esercitato sulla diaspora da parecchi secoli di intima associazione con la cultura dell'Asia occidentale e
del Mediterraneo orientale. A questo contribuirono non solo il pensiero e le consuetudini greche, ma
anche le influenze iraniane, mandee, gnostiche, esseniche ed ermetiche, specialmente dal secondo secolo a. C.
in poi.
Bench si sappia relativamente poco di queste stte dualistiche e protognostiche giudee, dato
che qualsiasi riferimento ad esse veniva sistematicamente soppresso nel giudaismo ortodosso, appare
oggi sempre pi chiaro che esse ebbero una influenza molto maggiore di quanto finora si fosse
supposto sulla base delle sporadiche citazioni fattene da Giuseppe, da Filone e da Plinio nel primo secolo d.
C. Alla luce delle recenti scoperte, stimolate dal ritrovamento dei rotoli delle caverne di Khirbet
Qumran all'estremit settentrionale del Mar Morto, avvenuto nel 1947, pare che la presenza di gruppi
escatologici giudei con caratteristiche iraniane, cananee e aramee fosse molto diffusa in Giudea e nella
valle del Giordano immediatamente prima e dopo l'inizio dell'ra cristiana. Gli Esseni, per esempio,
provenivano probabilmente dalla Mesopotamia, e nel secondo secolo a. C. penetrarono in Palestina,37 dove
costituirono una comunit giudaica ascetica e quasi monastica che praticava il celibato, viveva una vita
comune, osservava regole di silenzio, seguiva dottrine esoteriche con una sviluppata angelologia, una
escatologia e un'astrologia, e possedeva una letteratura sacra. Al posto del sistema giudaico di sacrifici
e riti cruenti essi introdussero un elaborato sistema di pasti e lustrazioni sacramentali la cui origine
risale probabilmente alla valle dell'Eufrate. Albright, anzi, suggerisce che sotto il concetto espresso da
Giovanni nel Nuovo Testamento, di una fonte d'acqua che scaturisce in vita eterna,38 si cela il rituale
mesopotamico della lustrazione, penetrato in Palestina per mezzo di stte giudaiche come gli Esseni e i
gruppi di Qumran e del movimento iniziato da Giovanni Battista.39
Un altro elemento orientale del giudaismo ellenistico e delle stte protognostiche era la
personificazione della Sapienza (Sophia) quale prima creazione di Jahv, in armonia con l'immagine
gnostica di una Sophia minore scesa dal regno dello spirito e della luce nel mondo della materia e
restituita per intervento divino alla sua fonte originale in cielo.10 Questi concetti ebbero dei precedenti
nei testi cananei e fenici, dove  detto che El confer a Baal la saggezza (hkmt) assieme alla vita eterna
e alla fortuna,41 mentre nei proverbi aramaici di Akhiqar, appartenenti al VI secolo a. C.,  detto che la
Sapienza proviene dagli di ai quali essa  preziosa e che l'hanno portata su nel loro regno in
cielo.42 Se il concetto di Sapienza contenuto nel libro dei Proverbi (VIII)  tutt'altro che mitologico
nel senso ugaritico, esso ha nondimeno tutto l'aspetto di avere una origine cananea, sia dal punto di
vista linguistico che per la sua affinit con l'idea del Logos nella sua forma asiatico-occidentale. Essa
aveva un valore utilitario, come quella attribuita a Salomone che si diceva superasse quella di tutti i
figli dell'Oriente e di tutti i saggi dell'Egitto, s che la sua fama si sparse per tutte le nazioni
circonvicine.43 Ma gradualmente il concetto ebraico acquist significati e valori pi vasti che
trascendevano gli scopi mercenari,44 sicch il suo primo prodotto fu il timore di Jahv inteso come
sentimento e aspirazione religiosa.45
Era tuttavia considerata nello stesso tempo come un elemento divino preesistente manifestantesi
nel processo creativo, tale che senza di essa nulla era stato fatto di ci che  stato fatto; un attributo
della divinit non molto distante dal concetto platonico delle Idee universali riferite alla Realt Ultima,
o come affermava poeticamente Ben Sirach nel secondo secolo a. C., un respiro emanante dalla bocca
dell'Altissimo e permeante tutte le cose, instillato nell'umanit modellata dalla sapienza divina a
somiglianza del suo Creatore.40 Facendo della saggezza l'impulso vitale che anima l'aspirazione
dell'uomo alla vita onesta, gli scrittori ebrei trasformarono la figura mitologica cananeo-aramea in un
concetto etico nel quale la Realt Ultima era la giustizia divina che rivelava ai mortali le vie che
dovevano percorrere.
Pi pronunziate furono le influenze iraniane sulla letteratura apocalittica; come si  rilevato,
esse apparvero per la prima volta nel libro di Daniele e negli ul timi capitoli dell 'Enoch etiopico (/
Enoch) sotto la spinta degli avvenimenti succedutisi all'inizio del secondo secolo a. C. al tempo di Antioco
Epifane quando il pensiero era polarizzato su una visione escatologica del futuro in contrasto con le
persecuzioni del presente. Pur non escludendo l'influenza esercitata da quelle provenienti da fonti
babilonesi ed egizie, le idee iraniane ebbero in particolare una parte preponderante nello sviluppo del
concetto di regno di Dio, quando questo incominci ad assumere la sua forma definitiva nella
letteratura apocalittica del giudaismo. Mentre l'ispirazione era il riconoscimento ebraico della santit
trascendente di Jahv, i contorni strutturali della visione cosmica del regno di Dio erano innanzitutto
iraniani, come lo erano gli eoni del mondo, il dualismo, la demonologia, l'angelologia, la resurrezione
dei morti, il concetto di un primo uomo celeste, le dimore dei giusti e dei reprobi nell'altra vita e lo
svolazzare delle anime sopra i loro corpi per tre giorni e tre notti prima di passare al luogo del giudizio
per ricevere la ricompensa o la punizione.47 Ci vale anche per i particolari descrittivi delle varie fasi
della resurrezione e per il riconoscimento delle affinit e delle relazioni umane dopo la morte.
L'effetto prodotto sul giudaismo posteriore da questo contatto col pensiero e con l'immaginativa
persiana fu di mettere in maggior risalto la credenza distintiva degli Ebrei nell'onnipotenza e nella
giustizia trascendente di Jahv e nel destino finale di Israele stabilito per decreto divino, cos
profondamente radicata nella loro fede tradizionale. L'urto inoltre si verific in un momento critico
della storia della religione del mondo greco-orientale, in un'epoca di sincretismo in cui tanti culti e
sistemi rivali e convergenti si contrastavano o si amalgamavano a vicenda nel tentativo di giungere a
una specie di sintesi. L'abbattimento di talune barriere nazionali e l'uso di una lingua comune in tutta la
regione resero possibile un reciproco scambio di idee e un reciproco adattamento del pensiero e delle
usanze religiose che non poterono essere evitati nonostante l'isolamento nazionalistico mantenuto con
fanatico zelo giudaismo ufficiale. Per quanti sforzi si potessero fare per mantenere il carattere singolare
della fede di Israele e per resistere con ogni mezzo all'assimilazione, il processo non poteva essere
arrestato. Esso era altrettanto inevitabile quanto lo era stato al tempo dell'insediamento delle trib
ebraiche in Palestina nel periodo dei Giudici. Allora era stato il culto cananeo della vegetazione a
interferire col culto di Jahv e con la tradizione del deserto; nell'et ellenistica furono invece il
politeismo greco-orientale e le religioni misteriosofiche che permearono l'ambiente in cui i coloni
giudei erano dispersi nelle citt greche dell'Asia Minore e nell'Arco Fertile, dall'Egitto e dalle sponde
orientali del Mediterraneo alla Mesopotamia e alla Frigia.
Sincretismo greco-orientale. In tutti questi centri essi si sforzarono di divulgare la propria fede
distintiva e il proprio sistema di vita, e di attirare verso il giudaismo le popolazioni gentili tra cui
vivevano, cos come i riti misteriosofici orientali cercavano anch'essi di far proseliti ovunque. E nel
loro sforzo di catechizzazione reciproca le due religioni reagirono l'una sull'altra dando luogo a una
notevole assimilazione sincretistica, poich i convertiti conservavano e introducevano nella nuova fede
di adozione molte delle credenze e delle consuetudini della fede precedente. Nel caso dei Giudei,
questo fatto si manifest nella decorazione delle sinagoghe con i segni dello zodiaco, con simboli
solari, figure stagionali agresti, sfingi, centauri, geni alati, leoni, aquile, melegrane e molti altri
emblemi delle religioni contemporanee. Analogamente, la letteratura fenicia e aramaica esercitarono
una notevole influenza sul pensiero giudeo, come si vede per esempio nella leggenda apocrifa di Tobia
e nei Papiri di Elefantina. Ma nonostante tutte queste influenze estranee, la fede fondamentale del
giudaismo rimase salda, malgrado il sincretismo e i frequenti errori commessi in Palestina e negli altri
luoghi della diaspora, e le eresie dei Giudei frigi che identificarono con Jahv il dio dionisiaco tracio
Sabazios.
D'altra parte, il monoteismo etico giudaico non manc di esercitare la sua influenza sul
politeismo greco-orientale in un periodo in cui gli ambienti religiosi e filosofici del Vicino Oriente e
del mondo ellenico si andavano orientando verso l'unit. La tendenza prevalente era di esaltare un solo
Dio supremo al di sopra di tutti gli altri, fosse questi Jahv, Ahura Mazda o il Dio-Sole, e di mettere in
relazione l'Uno con i Molti. Questo fu uno degli effetti della diffusione della speculazione ionica, che
nella religione greco-romana trov espressione nel riconoscimento dell'unit latente nelle molteplici
manifestazioni della divinit, in figure composite come quella della Dea dai molti nomi, o
nell'identificazione di Osiride con la sua controparte solare Re e di Iside con l'eleusina Demetra e con
l'anatolica famosa Madre degli di. In tal modo, nomi divini, simboli, riti si mescolarono a vicenda, e
questo processo venne facilitato dall'adattabilit delle divinit orientali.
Gli di dell'Asia occidentale e gli di egizi si identificarono ben presto con le rispettive
controparti greche e romane, e liberati dalle restrizioni di carattere locale, assunsero le caratteristiche e
le funzioni richieste dal loro nuovo ambiente senza perdere la propria individualit. Vari espedienti
vennero adottati per stabilire una relazione reciproca fra i diversi di e per modificare i loro sistemi in
maniera da far fronte alle esigenze dell'ambiente in cui si propagavano. Nella tradizione filosofica
ellenica il movimento era orientato verso il panteismo, basato su un primo principio unificatore che
tradotto in termini teistici si trasformava nella fusione dei numerosi di del politeismo olimpico in un
solo ordine cosmico divino interpretato fisicamente o mentalmente come Prima Causa. Ma tutto ci
non riusciva a soddisfare i pi profondi bisogni spirituali dell'anima umana, e quando a un periodo di
intense ricerche e attivit intellettuali segu un periodo di decadenza, in cui la ragione cedeva il posto
all'emozione, il misticismo alla magia e la religione all'allegoria e alle fusioni sincretistiche di attributi
divini, si sent la necessit di qualcosa di pi chiaro e di pi definito: un'affermazione di fede pi
autoritaria e una norma di comportamento accettabile sia dalla ragione che dalla morale e capace di
suscitare una reazione emotiva. I vari elementi, religiosi, filosofico ed etico, tendevano in certo qua]
modo ad accostarsi a una forma superiore di monoteismo che avrebbe Comportato una efficace
relazione tra il dio e l'uomo: da questa sarebbe scaturita una linea di condotta nella vita presente a cui
avrebbero fatto riscontro le ricompense e le punizioni dopo la morte.
Per poter soddisfare a tutte queste esigenze, si doveva effettuare una sintesi delle fedi e dei
sistemi correnti, in modo da conservare e rendere accessibile in seno a una civilt ellenica che si andava
disintegrando quanto di meglio e di pi duraturo vi era in essi. Alla base di questa sintesi stavano il
Santo di Israele, giusto e onnipotente, la Prima Causa Creatrice di Platone, l'optimum della bont, il
Motore Immobile di Aristotele e il benefico saggio signore Ahura Mazda di Zarathustra con i due
spiriti gemelli del bene e del male e le loro rispettive forze in perpetuo conflitto. Questi movimenti
sviluppatisi ciascuno secondo il proprio programma e in conformit con le proprie tradizioni, venendo
a contatto tra di loro e con i culti misteriosofici orientali finirono per dar luogo a una situazione che era
assai pi che un sincretismo delle religioni contemporanee.
Lo zoroastrismo era sfociato nel dualismo mazdeo e in una combinazione magistica di
politeismo ellenico e di astrologia orientale, e da tutto ci era scaturito il mitraismo, un culto
misteriosofico che stabiliva un legame tra una religione sacramentale e la morale e che nel primo secolo d.
C. venne introdotto nel mondo romano. Qui esso attrasse un gran numero di proseliti, specialmente
negli ambienti militari, e costitu una forza potente che diede ai suoi iniziati un incentivo per vivere una
vita onesta su una base teologica soprannaturale. Dalla Persia esso era passato nel periodo ellenistico in
Asia Minore, e prima di giungere in Europa propagandosi rapidamente verso occidente lungo le strade
commerciali, specialmente nelle province danubiane e nelle guarnigioni militari distaccate lungo il
percorso, aveva acquisito numerosi elementi estranei. Mitra venne cos associato col culto di Atti e col
Taurobolium di Cibele, con l'astrologia caldea, con lo Zodiaco e col hvareno, il nimbo che irradiava la
sua luce celeste sui re e sugli imperatori; come dio della luce venne infine identificato col sole e, come
Baal, divenne sol invictus e il mediatore tra le potenze celesti e il genere umano. Ma bench sotto
questo aspetto il giovane e virile eroe della lotta vittoriosa contro le forze delle tenebre, che mai
invecchiava o perdeva il suo vigore, ispirasse la devozione di coloro che nel suo culto trovavano la
forza per combattere con successo non solo sul campo di battaglia, ma anche contro le proprie passioni
e le proprie tentazioni, il mitraismo aveva tuttavia le sue radici nella mitologia politeistica orientale ed
era privo di qualunque fondamento storico basato sui fatti. Nella sua forma originale indoeuropea Mitra
era il dio vedico della luce, e successivamente venne identificato col sol invictus, equiparato alla
divinit solare babilonese Shamash e all'ellenico Helios.
Sorta dal mazdeismo, la lotta cosmica mitraica era un conflitto dualistico fra due forze opposte
a cui partecipava anche l'uomo. Pur fornendo agli iniziati una valida ragione morale per impegnarsi in
una lotta perpetua contro le potenze del male, essa dava tuttavia una soluzione del problema del male
su una base unicamente politeistica. Ci evidentemente non aveva molta importanza per l'uomo
comune che si convertiva al culto, ma quella impostazione mitologica in un'epoca in cui il pensiero era
orientato verso il monoteismo e il monismo, e il politeismo cosmico corrente greco-orientale era in
ribasso negli ambienti intellettuali, fu uno dei fattori della sua dissoluzione. Nella migliore delle
ipotesi, Mitra era null'altro che un membro della gerarchia degli antichi di, che alla fredda luce della
ragione rivelava la sua vera natura, e una religione costruita su basi cos instabili non poteva sperare di
conquistare il mondo civile in una fase cos avanzata della sua storia. Se pure nell'Impero sfugg alla
persecuzione perch non trov difficolt ad associarsi alla famiglia politeistica di di e di culti pagani,
il favore imperiale non bast a salvarla dall'estinzione causata dalla sua stessa innata debolezza e
decadenza. Perci, come si vedr pi dettagliatamente nei successivi volumi di questa serie, nonostante
la sua pi alta moralit e i suoi pi elevati princpi spirituali, nel quarto secolo d. C. l'invitto Mitra cadde
assieme a tutti gli altri culti orientali tra le rovine di un paganesimo screditato.
Come l'oracolo delfico e l'amareggiato Giuliano furono costretti a riconoscere, la forza degli
antichi di e del loro culto si era esaurita. I loro giorni di splendore erano terminati, ed essi non
potevano pi rivivere o sopravvivere. Cicerone affermava,  vero, con un certo fondo di verit che nel
culto degli di della religione di stato i Romani erano di gran lunga superiori alle nazioni straniere,51
ma essi avevano importato le loro divinit dalla Grecia, dall'Egeo e dall'Asia occidentale e le avevano
adattate al proprio ambiente e alle sue esigenze. Anch'esse erano perci condannate all'estinzione
assieme a tutti gli altri miti e gli altri riti, a meno che qualcuna di esse potesse venire incorporata nella
sorgente tradizione cristiana che esprimeva la sua fede indipendente in armonia con lo spirito
dell'epoca e in forme comprensibili che apparivano naturali in quel periodo della storia del mondo greco-romano.
Nata essa stessa sotto forma di una stta in seno al giudaismo quando la Palestina era una
provincia dell'Impero, la Chiesa cristiana basava la sua teologia sul monoteismo etico dei profeti ebrei
e sulla escatologia messianica del giudaismo ellenico associate a una reinterpretazione altamente
spiritualizzata del dramma sacro della morte e resurrezione tanto fondamentali nella religione del
Vicino Oriente da tempo immemorabile, imperniata attorno alla personalit unica di Cristo Re
Si supponga o no che esso fosse una praeparatio Evangelii ordinata per volere divino, rimane
comunque il fatto che il cristianesimo raccolse l'eredit di tutte le epoche nel senso che soddisfece ai
bisogni spirituali e alle esigenze dell'epoca in cui sorse. Se cos non fosse, non sarebbe potuto diventare
la forza consolidatrice dell'Impero vacillante. Esso riusc dove i sincretismi precedenti avevano fallito,
perch non era, come i suoi predecessori, un puro e semplice prodotto sintetico della diffusione e dello
sviluppo. Era invece l'apparizione di un movimento genuinamente nuovo nella storia della religione
nel pieno di un'epoca in cui i Greci conquistavano i Giudei e i Giudei conquistavano i Greci, e il
mondo ereditava il frutto della loro lotta per mano dei Romani.
A differenza del mitraismo e degli altri culti orientali e dei sistemi filosofici greci con cui
dovette misurarsi quando si stacc dai suoi ormeggi giudaici, i suoi precedenti erano fondamentalmente
monoteistici. All'inizio dell'ra che da esso prese il nome il politeismo era stato completamente
eliminato dal giudaismo e il concetto di divinit aveva raggiunto uno stadio di sviluppo in cui
l'immanenza e la trascendenza divina erano state portate a coincidere. Egli era il Dio che sta al di sopra
e al di l del mondo, e in Lui l'uomo viveva e si moveva e trovava la sua ragione di essere, poich
Israele affermava di essere figliuoli del Dio vivente.52 Dio era in cielo, ma era anche in ogni luogo,
presso tutti quelli che Lo invocano.53 La Sua Paternit era inoltre saldamente assodata come nella
tradizione cristiana. Dove il fondatore del cristianesimo entr in un campo completamente nuovo e si
scost nettamente dalle credenze universalmente accettate del giudaismo fu, come ha riconosciuto
Montefiore, nella sua insistenza nel costringere l'amore di Dio a cercare i peccatori e a dar loro un
posto nel suo Regno, non per i loro meriti o per loro diritto, ma solo per un atto di grazia divina.54
Questo andava al di l della pietosa clemenza del Signore quale la concepivano i salmisti ebrei,55 e
inaugurava una nuova idea di redenzione intesa come dono divino di se stesso a beneficio dell'umanit
peccatrice, che comportava sofferenze e la perdita della vita stessa, interpretata come olocausto di se
stesso offerto da Dio, e che dava una garanzia di salvezza.
Questo concetto di Paternit di Dio e di sacrificio redentore che innalzava l'umanit a una nuova
condizione filiale permettendo cos alla razza umana di accedere come non aveva mai fatto all'intima
natura del divino, era in armonia con gli ultimi sviluppi del pensiero e della pratica religiosa ebraica e
non era affatto inaccessibile ai Gentili che avevano imparato a conoscere gli aspetti pi alti e pi
spirituali dei culti misteriosofici. Ma nondimeno esso introdusse una nuova ra nella storia della
religione, perch si spinse molto al di l di quanto fosse stato previsto nella teologia messianica del
giudaismo in merito alla sovranit assoluta di Jahv e alla figura e alla funzione del Figlio dell'Uomo, o
del Saoshyant dell'escatologia zoroastriana. Esso era ben discosto dall'impostazione mitologica
politeistica dei Misteri pagani e del culto della vegetazione su cui erano basati, pur se molti degli
antichi miti e molte delle antiche liturgie erano state conservate e reinterpretate nella fede e nella
pratica cristiana. E similmente, se da un canto la filosofia grecoromana forn il concetto di pensiero
teistico nel quale doveva essere impostata la teologia filosofica cristiana, dall'altro il tentativo compiuto
dalla scuola catechistica di Alessandria di combinare il platonismo, lo stoicismo e il giudaismo in una
composita metafisica cristiana fu in gran parte responsabile delle vaste eresie e controversie che
caratterizzarono i primi tre secoli della nuova ra, durante i quali la Chiesa era impegnata a divulgare la
propria fede indipendente in mezzo alle impetuose correnti e controcorrenti di pensiero e di pratica che
investivano il mondo greco-romano.
La sua lotta contro lo gnosticismo, il neoplatonismo e i Misteri dovette essere condotta fianco a
fianco con una nuova serie di dibattiti con lo stato da una parte e con i suoi stessi apologisti dall'altra.
Appunto perch rappresentava una dottrina completamente nuova e non un altro dei tanti sincretismi,
esso dovette non solo difendersi nei confronti del pensiero greco corrente e intavolare una polemica
contro il politeismo, ma anche comprovare la sua affermazione di essere una rivelazione divina
specificamente nuova e unica, che C. H. Dodd ha definito l'ingresso nella storia di una realt al di l
della storia. Come ci si sia compiuto verr determinato in altri volumi della presente serie; ma per
quanto si riferisce agli antichi di del Vicino Oriente e del mondo greco-romano, il concetto cristiano di
divinit rappresent il culmine del lungo processo di sviluppo e di diffusione, di adattamento e di
amalgamazione, di sincretismo e di nuove rivelazioni che  stato l'oggetto del presente studio.
...
.
...
FINE.